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“Mio figlio ucciso dalla mafia. E non solo”
Luciano Mirone

Angela Manca da otto anni lotta per ottenere verità e giustizia per la morte del figlio Attilio
Angela Manca chiede che si indaghi a trecentosessanta gradi su quello strano viaggio che Bernardo Provenzano– sotto il falso nome di Gaspare Troia – compì a Marsiglia fra la primavera e l’autunno del 2003 per operarsi di cancro alla prostata. Vuole che si sveli quella fitta rete di complicità che ha protetto il boss corleonese soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto,nel periodo in cui, travestito da frate, si nascondeva in un convento della zona.
Perché lei, Angela Manca, assieme al marito Gino e all’altro figlio Gianluca, è convinta che la morte di Attilio sia legata proprio a quell’intervento alla prostata effettuato in gran segreto durante la latitanza di “Binnu” Provenzano: o attraverso un intervento per via laparoscopica che Attilio e pochi altri medici in Italia, a quel tempo, erano in grado di fare, o attraverso un’assistenza post operatoria che potrebbe essere avvenuta tra la Sicilia e il Lazio, auspice quella mafia di Barcellonache avrebbe indotto l’urologo a prestare la sua opera per quel signore con l’accento palermitano di cui Attilio avrebbe sconosciuto la vera identità.
Da otto anni il Pubblico ministero di Viterbo, Renzo Petroselli, sostiene che Attilio Manca, trentaquattrenne urologo di fama,all’epoca in servizio all’ospedale “Belcolle” di Viterbo, si sia suicidato con una micidiale overdose di eroina, alcol e tranquillanti. Ma non ha prove. Anzi no, ha due buchi e due siringhe da esibire.
Per ben tre volte ha chiesto l’archiviazione del caso, puntualmente respinta dal Gip, che l’ultima volta – fatto alquanto singolare per un “suicidio” – si è preso un anno e mezzo per decidere. Segno che qualcosa non quadra neanche fra gli stessi magistrati laziali.
Nello scorso gennaio, finalmente, il Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Fanti,ha stabilito che le investigazioni devono continuare, da ora in poi non più concentrate sulla parola suicidio, ma sulla parola overdose. Dunque,otto anni dopo, Attilio Manca non è più un suicida-drogato, ma un drogato e basta.
Adesso però ci sono sei indagati. Che secondo i magistrati viterbesi, avrebbero fatto il semplice lavoro di un pusher. Cinque (fra cui Ugo Manca, cugino di Attilio)sono di Barcellona Pozzo di Gotto, una di Roma. Sarebbero stati loro a fornire l’eroina per l’overdose fatale.
Peccato che non ci siano prove neanche sulla tossicodipendenza del giovane medico: dagli esami, dalla ricognizione cadaverica, dall’autopsia e dalle numerose testimonianze rilasciate da colleghi, infermieri, amici e parenti è emerso con chiarezza che Attilio non era un tossicodipendente né frequente né occasionale. E allora?
Per capire le battaglie di questa madre che somiglia tanto ad altre madri eroiche della storia dell’antimafia, bisogna raccontare la scena della morte e le grossolane omissioni che ne sono seguite.
Bisogna riportarsi alla mattina del 12 febbraio 2004, quando nell’appartamento di Viterbo viene trovato morto Attilio Manca. È adagiato sul piumone del letto matrimoniale, per terra c’è una larga  chiazza di sangue, una parte del parquet è divelta.
Il giovane urologo – che dorme abitualmente in pigiama – indossa soltanto una maglietta, per il resto è nudo. Non sono mai state ritrovate le mutande e i calzini (neanche nel box adibito alla raccolta degli indumenti sporchi). Appesi a qualche metro di distanza una giacca, una camicia e una cravatta. Su un tavolo – fatto assolutamente inusuale, secondo i familiari– sono riposti alcuni strumenti per fare le operazioni. In cucina vengono trovate due siringhe con il tappo riposto negli aghi.
Ma la scena raccapricciante riguarda il corpo pieno di sangue. Il medico ha il setto nasale deviato, il volto tumefatto, le labbra gonfie e presenta due buchi al braccio sinistro.
Il dottore del 118 fa un esame esterno sul cadavere e scrive che il cadavere è pieno di lividi, soprattutto gli arti superiori ed inferiori, come se qualcosa (una corda? dei lacci?) avesse fatto pressione su essi.
Prima contraddizione. Nel referto dell’autopsia, eseguito dalla dottoressa Ranaletta, moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di Urologia dell’ospedale di Viterbo, di ecchimosi non si parla. Contrariamente a quanto documentato perfino dalle foto, non si parla neanche di setto nasale deviato e di volto tumefatto.
Seconda contraddizione. Attilio Manca era un mancino puro, eseguiva qualsiasi cosa con la mano sinistra. Perché quei due buchi sul braccio sinistro?
Terza contraddizione. Quei buchi se è fatti lui? E quelle siringhe le ha utilizzate lui? Perché gli investigatori scartano fin dalle prime ore la tesi dell’omicidio camuffato da suicidio? Perché non fanno rilevare le eventuali impronte digitali lasciate sulle siringhe, malgrado l’insistenza dell’avvocato Fabio Repici, legale dei Manca? Da otto anni quelle siringhe sono sigillate dentro una busta di cellophane e soltanto adesso il Gip ha disposto una perizia.
Quinta contraddizione. Perché non si trovano le mutande e i calzini di Attilio?
Sesta contraddizione. Nell’appartamento dell’urologo, la Polizia scientifica rileva cinque impronte digitali. Quattro “anonime” (dunque appartenenti a gente estranea alle amicizie di Attilio), ed una appartenente al cugino Ugo Manca. Quest’ultima viene trovata su una mattonella del bagno, in un posto dove, per via del vapore acqueo, secondo pareri di autorevoli esperti, le impronte si distruggono dopo qualche ora. La madre di Attilio giura di avere pulito con cura soprattutto il bagno poche settimane prima della morte del figlio, durante le vacanze di Natale.
Ugo invece spiega che è stato in quell’abitazione oltre un mese prima – ospite del cugino –per un intervento di varicocele. Dopodiché, sostiene, non è più entrato nella casa di Attilio. Delle due l’una: o l’impronta è vecchia di oltre un mese o è recentissima.
Settima contraddizione. Perché, dopo il ritrovamento del cadavere, Ugo si precipita a Viterbo? Perché si reca immediatamente dal Pubblico ministero Petroselli per chiedergli il dissequestro dell’appartamento? Lui dice che deve prendere gli abiti con i quali bisogna vestire la salma. Chi l’ha incaricato? Nessuno, dicono i genitori di Attilio. Gianluca addirittura lo redarguisce con durezza dal prendere iniziative del genere.
Nelle stesse ore, anche da Barcellona, qualcuno si affretta a chiedere il dissequestro dell’appartamento. A telefonare ad un alto magistrato di Roma è la madre di Ugo Manca. A che titolo? Chi l’ha incaricata? Anche in questo caso i genitori di Attilio smentiscono. Chi ha consigliato alla donna il nome del magistrato romano? Alla fine Gianluca evita il dissequestro dell’appartamento e compra gli abiti per rivestire la salma.
Ottava contraddizione. La presenza a Viterbo, nei giorni che precedono la morte di Attilio, di un altro affiliato alla mafia barcellonese, Angelo Porcino.Secondo il pentito Carmelo Bisognano, Porcino è un boss di primo piano della cosca barcellonese. Perché è andato nella città laziale poco tempo prima della morte dell’urologo? Attilio Manca incontra Porcino? Non si sa neanche questo. Ufficialmente risulta che Porcino – titolare di una sala di video giochi – non possiede un telefono, né fisso né cellulare.
Nona contraddizione. “Ci sono episodi incredibili”, dice la madre dell’urologo, “non tenuti assolutamente in considerazione: mentre Ugo Manca, nel periodo della morte di Attilio, si trova ufficialmente a Bologna, il suo cellulare risulta a Bagheria. Anche su questo gli inquirenti non hanno fornito spiegazioni”.
Link:http://www.isiciliani.it/“mio-figlio-ucciso-dalla-mafia-e-non-solo”
 
di Riccardo Castagneri- Tratto da la Voce delle Voci di Gennaio.
Morto suicida per overdose, il medico Attilio Manca, secondo inquirenti e toghe. Peccato che fra gli indagati ci siano cinque uomini in forte odor di Cosa nostra. Un assurdo caso del destino? Ora l’inchiesta, per le tante lacune, potrebbe riaprirsi...
RICCARDO CASTAGNERI
UFFICIALMENTE, ad oggi, non è stato assassinato da Cosa Nostra. Per gli inquirenti di Viterbo si tratta di suicidio. Però la morte di Attilio Manca, giovane e brillante urologo, rappresenta un caso davvero strano.
E’ doveroso premettere che autorevolissime fonti investigative, da sempre, hanno espresso l’assoluto convincimento che non vi fosse alcun legame tra la morte di Attilio e Bernardo Provenzano. Ma la storia, per i tanti buchi neri e misteri che la costellano, va raccontata. Anche perchè il caso potrebbe clamorosamente riaprirsi per condurre, finalmente, all’accertamento della verità.
La teoria del suicidio è sposata con fermezza da Salvatore Fanti, il gip che ha rigettato la terza richiesta di archiviazione avanzata dall’infaticabile Renzo Petroselli, pubblico ministero che, a detta dell’avvocato dei genitori di Attilio, Fabio Repici, si è distinto per «l’abnorme inerzia che ha contraddistinto il suo operato, svolgendo solo supplementi di indagini ordinati dal gip».
FANTI DI PICCHE
Salvatore Fanti è lo stesso gip che, rigettando, si è premurato di dire che sì, serviranno nuove indagini, ma che la mafia con l’omicidio Manca non c’entra, è pura fantasia. Si tratta di una semplice overdose accidentale che ha ucciso un tossicodipendente. E non importa che, per essere overdose e non omicidio, si presuppone che l’iniezione se la sia fatta da solo, il dottor Manca. Altrimenti sarebbe omicidio, no? E allora perchè non hanno mai fatto analizzare la siringa, ovvero l’arma del “suicidio”?
E questo non è il punto più importante. Quello che lascia di stucco sono i nomi dei sei attuali indagati per la morte di Attilio, ovvero coloro che a vario titolo avrebbero potuto avere un ruolo nella
cessione della droga: di quella poten- te, che ti sfigura e ti provoca la deviazione del setto nasale e lividi su tutto il corpo. Una droga sconosciuta... Cinque di questi sono molto vicini agli ambienti ma- fiosi messinesi. E sono tutti e cinque di Barcellona Pozzo di Gotto. Sei persone, cinque siciliane, implicate nella cessione della droga ad un ragazzo che viveva a Viterbo. Certo che come spacciatori lì sono messi davvero male, se ne devono partire o comunque impegnarsi cinque da Barcellona Pozzo di Gotto per qualche grammo da recapitare a Viterbo.
Senza, per carità, dubitare sulle capacità professionali del dottor Fanti, sarebbe comunque interessante un approfondimento sulla sua cultura antimafia e sulla conoscenza del fenomeno. Come è possibile immaginare che un mafioso del- lo spessore di Angelo Porcino, uno degli indagati, sia coinvolto in una banale cessione di eroina ad un eventuale consumatore finale? O che su sei indagati ben cinque siano vicini ad ambienti mafiosi, ma che in tutto ciò Cosa Nostra risulti mi- racolosamente estranea? Non risulta che i boss spaccino droga per strada. Nè che cinque uomini vicini od organici a Cosa
Attilio Manca
Nostra possano essere coinvolti nella morte di Attilio Manca non in quanto tali, ma solo a causa di circostanze fortuite, senza alcun placet delle cosche.
OCCHIO AI BARCELLONESI
Ma ecco chi sono gli indagati. Partiamo da Angelo Porcino, la figura più interessante. Una decina di giorni prima della sua morte l’urologo ricevette una telefonata dal cugino Ugo Manca, il quale gli preannunciava che Angelo Porcino sarebbe andato a Viterbo a trovarlo, per avere da lui un non meglio precisato consulto. La circostanza è confermata da una testimonianza della madre del medico, la quale ha dichiarato che, poco prima di morire, il figlio la chiamò per chiederle informazioni su tal Porcino.
Porcino è un boss del clan dei Barcellonesi, come dichiara il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. A conferma di ciò è stato recentemente arrestato nell’ambito delle operazioni antimafia Gotha e Pozzo 2; e condannato in via definitiva per tentata estorsione ai danni di una cooperativa che gestiva i servizi sociali per conto del Comune di Barcello- na Pozzo di Gotto.
GENNAIO 2012 25LE NOVITÀ NEL CASO DI ATTILIO MANCA
Ugo Manca, il cugino di Attilio, tecnico radiologo, all’epoca dei fatti era in servizio nella provincia di Messina, all’ospedale di Patti. Andò a Viterbo nel dicembre del 2003 per essere sottoposto ad un intervento chirurgico di varicocele, che sarebbe stato eseguito proprio da At- tilio. La sua presenza a Viterbo fu scoperta perché lasciò l’impronta di una mano nel bagno di casa di Attilio, sulla piastrella sopra il pulsante dello sciacquone del bagno. Lo stesso Ugo Manca tornò a Viter- bo dopo la morte del cugino e si recò due o tre volte in procura a sollecitare, a nome dei genitori, la restituzione del corpo del medico alla famiglia e il nulla osta per la sepoltura. Ma i genitori e il fratello di Attilio hanno sempre smentito di avergli affidato tale compito.
Passiamo al terzo protagonista nel mistero, Renzo Mondello. Si sentì ripetutamente per telefono con Ugo Manca mentre questi si recava a Viterbo e vi si intratteneva il giorno dopo il rinvenimento del cadavere. Manca al telefono riferiva a Mondello gli sviluppi delle indagini sulla morte del cugino.
Salvatore Fugazzotto era amico di Attilio dall’infanzia. Negli ultimi tempi si era avvicinato a Ugo Manca, che dieci giorni dopo la morte di Attilio gli avrebbe fatto da padrino di cresima. Ne- gli ultimi due giorni di vita di Attilio ci sono due lunghe telefonate con Fugaz- zotto. Dopo la conversazione del 10 febbraio 2004, Attilio manifesta inquietudine e si dice infastidito per un incontro che dovrà avere a Roma con persone non meglio identificate.
Poi c’è Andrea Pirri: ha raccontato ad almeno due persone (le quali lo hanno poi riferito agli investigatori) che Attilio era stato ucciso dalla mafia. Aggiunse che i suoi genitori avrebbero fatto meglio a far cadere il silenzio sulla vicenda e che già avevano ricevuto minacce in tal senso.
Infine Monica Mileti, romana: incontrò Attilio nel pomeriggio del 10 febbraio 2004. Due giorni dopo il giovane medico venne trovato cadavere.
IL PESTAGGIO
Sono le undici del 12 febbraio 2004. Il corpo riverso trasversalmente sul letto, il volto schiacciato contro il piumone, il pavimento sporco di sangue fuoruscito dal naso e dalla bocca. Le fotografie scattate dalla polizia scientifica mostrano un viso che presenta il setto nasale deviato, le braccia e le gambe piene di ecchimosi. Ma la stanza risulta perfettamente in ordine. Sulla scrivania di Attilio inspiega-
bilmente ci sono i suoi attrezzi chirurgici, aghi con il filo inserito, bisturi, pinze e forbici; tutti i colleghi e gli amici sono concordi nell’affermare quanto il medico fosse contrario a tenere in casa gli stru- menti da lavoro.
Gli investigatori trovano due siringhe per insulina con il tappo salva-ago riposizionato e due flaconi di sedativi, uno vuoto e l’altro pieno a metà. Il medico legale attesta che Attilio Manca è morto da circa dodici ore.
La relazione autoptica presenta numerosissime lacune, tanto da costringere il Gip ad ordinarne successivamente un’integrazione, mentre quella tossicologica sostiene che nel sangue e nelle urine del medico sono presenti tracce rilevanti di un principio attivo dell’eroina, oltre a tracce di sedativi e di alcol.
Manca è indubbiamente morto a causa di un micidiale cocktail di droga, tranquillanti e liquori, che hanno provocato l’arresto cardiocircolatorio e l’edema polmonare.
Sul braccio sinistro dell’urologo sono presenti due segni di iniezioni, uno all’altezza dell’avambraccio, l’altro al polso, sempre il sinistro; sul resto del corpo nessuna traccia di fori causati da siringhe, né recenti né lontani nel tempo. Strano, per uno che faceva uso di eroina, anche se solo occasionalmente.
TIRO MANCINO
Ma c’è di più. Tutti coloro che lo conoscevano sanno che Manca era mancino, compiva ogni operazione rigorosamente con la mano sinistra, non usava praticamente mai la destra. Non è finita, perchè, oltre ad escludere categoricamente che Attilio assumesse stupefacenti, negano che avesse il benché minimo motivo per suicidarsi.
Le indagini ben poco hanno fatto per chiarire dove fosse stato Attilio il pomeriggio del 10 e la notte tra l’11 e il 12 febbraio; c’è solo la testimonianza di un vicino di casa che, verso le 22 dell’11, sen- te il rumore della porta dell’appartamento dell’urologo che si chiude: il medico stesso che sta rientrando, o qualcuno che se ne sta andando.
E qui entrano in scena alcuni degli indagati. Nell’abitazione di Manca vengo- no rinvenute svariate impronte digitali, non tutte però sono ascrivibili a lui. Alcuni mesi dopo, la polizia scientifica, at- traverso alcune comparazioni, scopre che una delle impronte appartiene al cugino di Attilio, Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di armi e condannato per traffico di droga; e soprattutto amico di soggetti di interesse investigativo
Una recente immagine di Bernardo Provenzano
per l’antimafia: Angelo Porcino, Renzo Mondello e Rosario Cattafi.
Ugo Manca, interrogato solo dopo il rinvenimento dell’impronta, non nega di essere stato a casa del cugino, affermando che quella impronta non può che averla lasciata nell’unica occasione in cui era stato ospite di Attilio, l’anno prece- dente. Resta un mistero ancora oggi, quin- di, la ragione per cui Ugo Manca tenta di entrare nell’appartamento di Attilio il 13 febbraio 2004 e successivamente si pre- senta in Procura, sollecitando il dissequestro ed il rilascio della salma del cugino, asserendo di agire per conto degli anziani genitori di Attilio, i quali però, come detto, lo hanno smentito.
L’OMBRA DI PROVENZANO
Soprattutto, gli inquirenti non hanno indagato a fondo su un viaggio che Attilio fa in Costa Azzurra, nell’autunno 2003. Ai genitori dice che deve assistere ad un intervento chirurgico.
Dall’operazione della magistratura del 2005, denominata “Grande Mandamento”, emerge che Bernardo Provenzano era stato operato alla prostata in una clinica di Marsiglia proprio nel mese di ottobre del 2003; davvero una strana coincidenza. Però dagli elementi che le Procure investite delle indagini hanno acquisito, ricostruendo gli spostamenti di Provenzano, il suo ricovero, gli interrogatori con i sanitari francesi che lo hanno curato, si sarebbe escluso qualsiasi coinvolgimento di Attilio Manca.
Troppi interrogativi, troppi misteri in una storia sulla quale hanno più volte frettolosamente cercato di scrivere la parola fine.
 
L’Italia sotto scacco
Tostato da Silvia Amadori
Ciò che mi accingo a scrivere per molti non è una notizia, per me è la notizia, è la realtà più triste da vivere e rilevare da una ragazza poco più che ventenne: l’Italia è sotto scacco mafioso oggi più che mai.
Davanti a decenni di “silenzio”mafioso, ad una parte del Parlamento che appoggia la Camorra, ancora davanti alle cinque mafie che hanno capito su che punti e come allearsi, che si spartiscono il territorio nazionale, ad una città come Roma assoggettata ad un periodo di “assestamento” criminale, perché signori dove avvengono omicidi ogni giorno significa che dei poteri criminali sono in conflitto per spartirsi il territorio, dobbiamo seriamente smettere di alzare cartelloni al vento, di inveire contro i politici che noi abbiamo votato ed è dunque nostra ogni responsabilità, alziamo, invece, la voce, gridiamo alla criminalità un sonoro: BASTA. Abbiamo permesso con il nostro comportamento che si instaurasse un potere criminale oggi diverso rispetto a qualche decennio fa. Le mafie non sono più tali, vanno chiamate al singolare: “Mafia”; come se si fosse passati da quelle che erano le commissioni regionali o cupole, a quella che è una cupola nazionale non ancore meglio identificata.
Oggi, in Italia, non si muove “polvere” che la mafia non voglia. Allora spiegatemi perché c’è un aumento esponenziale della droga in tutto il territorio nazionale, non culliamoci sulla convinzione che sia tutta colpa di trafficanti di droga di nazionalità diverse da quella italiana, apriamo gli occhi, la mafia è dovunque ci sono miliardi, ed il traffico di droga è forse uno dei mercati criminali più fiorenti da questo punto di vista. C’è qualcuno che sostiene non sia possibile che la mafia controlli ogni singola entrata della droga in Italia, eppure vi dico che non è così, se ci sono gruppi di diverse nazionalità che spacciano droga è solo perché la mafia gli ha permesso di farlo, ma si parla comunque sempre di uno 0,1% del mercato nazionale. Ecco che si sentono altre voci, che affermano sia cruciale legalizzare la droga per eliminare il problema della mafia sul controllo del mercato, ma davvero si crede che legalizzare la droga possa essere un mezzo idoneo, utile alla giustizia? Secondo la mia personale visione dico di no, allo stato di cose attuali la mafia non ha problemi a controllare i mercati legali, non vedo quindi perché dovrebbe avere problemi a continuare il suo controllo incontrastato sulla droga.
Da decenni comanda sugli appalti più fiorenti, davanti alle stesse catastrofi naturali che hanno colpito il nostro Paese la mafia ha avuto di che godere, davanti agli scandali del calcio, al lavoro nero, al controllo delle attività economiche, dai singoli negozi alle più grandi imprese, ottiene il suo tornaconto. Inizia dai piccoli negozianti con il pretendere il pizzo, sino alle più alte tecniche di finanza globale dove acquista, riciclando denaro sporco, le azioni delle più importanti S.p.A. Ancora vi dico che i boss non sono mai stati semplici contadini o commercianti, sono persone di alto lignaggio intellettuale, sono uomini estremamente ponderati che investono dove sanno di avere maggiori coperture e maggiori guadagni, oggi molti mafiosi si laureano in Giurisprudenza, indovinate perché?
Il mafioso non uccide se non obbligato a farlo. La mafia è ben nascosta in ogni Regione d’Italia, se noi non ci rendiamo conto di questo è solo forse perché non sentiamo di omicidi eclatanti. Se negli anni 80-90 l’Italia si svegliò dal torpore in cui era caduta fu solo perché i Corleonesi fecero qualcosa di nuovo, davanti ad un gruppo di uomini giusti incorruttibili, dunque difficili da fermare, furono costretti a farli saltare in aria. Ecco che l’Italia inizia ad indignarsi eppure continua a restare in un 50% di perdurante apatia, del “credo e non credo”. Solo dopo la morte di Giovanni Falcone prima e subito dopo del collega e amico Paolo Borsellino, l’Italia si sdegna, inizia a nascere il movimento culturale dell’antimafia, la società piange e si dispera davanti alle parole della vedova Schifani: “Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, e non, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. IO VI PERDONO, PERÒ VI DOVETE METTERE IN GINOCCHIO SE AVETE IL CORAGGIO DÌ CAMBIARE. Loro non cambiano.. Di cambiare.. Loro non cambiano.. Loro non vogliono cambiare.”. Parole che il pianto, dell’ormai vedova Schifani, attenua il tono della voce, eppure che rimbombano come delle urla nella cerimonia funebre.
Dunque il mafioso non è il killer spietato che prova piacere nell’uccidere gli altri, se non forse in singoli casi come per esempio il killer di Cosa Nostra “Scarpuzzedda” ovvero Giuseppe Greco. Quando il mafioso uccide è per un serio motivo, ovviamente per noi civili queste cose sono aberranti ma provate a vederle sotto l’ottica mafiosa, provate a seguire il mio ragionamento tenendo conto di questa frase di Giovanni Falcone: “Impariamo a riflettere in modo sereno e “laico” sui metodi di Cosa Nostra”; provate ad estendere questo ragionamento anche alla Camorra, alla Sacra Corona Unita, alla ‘Ndrangheta ed alla così detta Quinta mafia. Se il mafioso uccide è perché ha ricevuto l’ordine di farlo e non potendosi tirare indietro, lo fa con assoluta professionalità. Solitamente noi non veniamo a conoscenza di quante persone muoiono ogni mese, tutto perché se il mafioso uccide ma non ha bisogno di dare segnali particolari, lo fa in modo “pulito”. Quando, infatti, l’opinione pubblica viene a sapere che una persona è stata ritrovata morta, magari in una posizione strana o macabra non è per dire a noi: questo è un omicidio di mafia, ma per mandare un preciso messaggio alle altre famiglie mafiose. Quando invece gli omicidi si susseguono nel giro di poco tempo siamo davanti ad una guerra di mafia e quando, al contrario, tutto tace significa che la mafia è più potente che mai, proprio come oggi.
Un esempio al mio ragionamento è stata la notizia data da alcuni pentiti sulla morte della collaboratrice di giustizia  Lea Garofalo, fu, infatti, uccisa e sciolta in 50 litri di acido nel Novembre 2009. Questa venne uccisa perché scomoda e fatta sciogliere nell’acido, forse per non lasciare tracce. Elementi questi che vennero alla luce solo durante il processo al convivente della vittima: Carlo Cosco,  affiliato alla ‘ndrangheta, e sui traffici di quest’ultima nel milanese. In quella vicenda, secondo il puro stile mafioso ecco che non poté mancare la diffamazione, infatti, iniziò a girare la voce che in realtà Lea Garofalo fosse partita per l’Australia. L’omicidio Garofalo è oggi al vaglio degli inquirenti ed un processo è in corso, l’ultima udienza si è tenuta questo 10 gennaio, lasciamo dunque lavorare le istituzioni preposte al compito di scoprire la verità.
Altro aspetto ponderante della cultura mafiosa: la diffamazione. Come avvenne per Peppino Impastato, il quale venne ucciso per il coraggio dimostrato nell’opporsi, all’allora, uomo d’onore di Cinisi Tano Badalamenti. Peppino fu fatto saltare in aria sulle rotaie della stazione ferroviaria, presentandolo come un kamikaze d’altri tempi, un suicida. Ma davvero un uomo che vuole uccidersi si fa saltare in aria? Tra l’altro poco prima avrebbe dovuto sbattersi la testa su un sasso, veramente strano, eppure la mafia riuscì per un certo tempo a farlo passare come un suicidio, per tutti, ovviamente non per chi gli stava vicino, ad iniziare dal suo amico Salvo Vitale, dai ragazzi di Radio Aut fino ai ragazzi che si riversarono per le strade di Cinisi il giorno del suo funerale, per affermare che la sua forza sarebbe continuata nel ricordo di chi seguiva la sua Radio Aut, il suo “racconto” Mafiopoli.
Altra diffamazione e omertà in casi più recenti, quelli degli omicidi di Attilio Manca (del quale il processo per l’accertamento della verità è ancora in corso), Nino Agostino e la moglie Ida Castellucci (sulle loro morti oggi vige il Segreto di Stato, o meglio il vergognoso segreto di stato).
Attilio Manca, dottore in Urologia, fu ritrovato morto nella sua casa di Viterbo il 12 febbraio 2004.  Inizialmente si sostenne che si era suicidato con un’overdose, peccato che diverse cose non coincidevano sin dall’inizio: il buco della siringa nel braccio sinistro quando questo era mancino dunque il buco sarebbe dovuto essere sul braccio destro, ed ancora il fatto che fosse pieno di escoriazioni e lividi, un po’ strano per un suicida, inoltre perché uccidersi con una carriera avviata ed una vita serena? La realtà che sta emergendo e che la famiglia di Attilio ha sempre sostenuto, è che questo fu costretto ad operare l’allora boss in contumacia Binnu u’ Tratturi, ovvero Bernardo Provenzano, il quale si era presentato con un’identità falsa ma che venne probabilmente riconosciuto dal ragazzo che quindi doveva morire, almeno pare sia questa la realtà dei fatti, lasciamo comunque fare il giusto corso alla Giustizia.
Nino Agostino e Ida Castellucci furono invece uccisi davanti alla casa dei genitori di Nino il 5 agosto 1989. Ida era incinta di cinque mesi fu dunque un triplice omicidio. Nino, è doveroso precisarlo, fu un poliziotto, nonché agente dei servizi segreti italiani. Su questi omicidi vige, come ho precisato, il segreto di Stato, ed oggi i familiari di Nino e Ida lottano perché il segreto di Stato cessi di nascondere la verità sulla morte prematura dei propri cari. Hanno dato vita ad una petizione per richiedere tramite l’appoggio di chiunque voglia donare la propria firma, che la verità venga svelata. Il padre di Nino ha fatto una promessa simbolica: non taglierà la barba finché potranno conoscere perché il figlio, la nuora ed il nipotino vennero barbaramente uccisi con dei colpi d’arma da fuoco. Per ricordare Attilio, Nino ed Ida, si terrà a Bergamo il 16 febbraio 2012 dalle ore 21:00 un evento organizzato dal movimento “Agende Rosse”, “Libera Bergamo” e “Libera Val Camonica”. Vi invito ad essere presenti numerosi, perché la memoria è l’arma più forte delle menti giuste.
Giovanni, Paolo, Natale Mondo e tutti i morti ammazzati dalla mafia sono stati realtà, noi dobbiamo dunque oggi, fare della nostra voce il loro ricordo.
Link: http://www.caffenews.it/legalita-antimafie/31544/litalia-sotto-scacco/
 
«Sulla base di un’attenta lettura dei vari atti giudiziari che li hanno coinvolti ed anche dai rapporti interpersonali che emergono da attività info-investigative, possono indicarsi quali possibili referenti mafiosi a livello locale, oltre ai boss Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, tali Pietro Arnò, Felice Spinella, Angelo Porcino, Giovanni Rao, Cosimo Scardino e Rosario Cattafi». È il giugno 2005, e il Procuratore capo di Barcellona Pozzo di Gotto, Rocco Sisci, presenta l’organigramma criminale ai membri della Commissione Parlamentare Antimafia in visita ispettiva nel centro tirrenico della provincia di Messina. Sisci, in particolare, si sofferma sulla figura dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, «pluripregiudicato» e «persona socialmente pericolosa», nei confronti del quale, il 2 agosto del 2000, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina ha emesso la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni.

«Qualche tempo fa – scriveva il Procuratore - è stata avanzata l’ipotesi (tutta da verificare) che il capo della consorteria criminale potesse essere individuato in tale Rosario Cattafi, già coinvolto in numerose eclatanti vicende giudiziarie in materia di traffico internazionale di armi, riciclaggio e altro». Nonostante il pesante provvedimento amministrativo, Cattafi era riuscito ad ottenere l’iscrizione all’Ordine degli avvocati e, soprattutto, aveva chiuso positivamente un aspro contenzioso civile che lo aveva visto contrapporsi ai Salesiani di Barcellona. Tornato in Sicilia nell’ottobre 1997 dopo l’assoluzione al processo d’appello contro il sodalizio criminale dell’Autoparco di Milano (in primo grado aveva riportato una condanna a 11 anni e 8 mesi, 4 anni dei quali scontati nel carcere di Opera), Cattafi aveva seguito passo dopo passo la controversia con l’Oratorio Salesiano, generata - secondo il legale - dalla “cattiva” gestione dei numerosi beni immobili che il nonno aveva donato ai religiosi in punto di morte per fini benefici.
 
La querelle si era conclusa, nell’aprile 2005, con una transazione: previo versamento di circa 800.000 euro, gli eredi Cattafi rientravano in possesso di 5,24 ettari di terreni con annessi fabbricati rurali di contrada Siena, area a vocazione agricola, ricca di fonti idriche, che dalla città del Longano si estende sino alla Piana di Milazzo. L’opzione all’acquisto era però stata formalizzata già quattro anni prima dai familiari del benefattore. A sottoscrivere l’accordo con i Salesiani, Alessandro Cattafi (figlio di Rosario), in qualità di rappresentante della società Dibeca, già “Dibeca snc di Cattafi Rosario & C.”, con sede in via Garibaldi n. 58, Barcellona. La Dibeca era stata costituita nel novembre 1982 proprio da Rosario Cattafi e aveva visto sedere alla carica di amministratore unico, sino al 1987, il fratello farmacista Agostino, futuro sindaco del Comune di Furnari (Messina), recentemente deceduto. Oggetto sociale l’esecuzione di lavori edili, stradali, marittimi, ferroviari, idraulico-forestali, acquedotti, fognature, movimenti terra, nonché l’acquisto, la vendita, l’amministrazione e la gestione di terreni, fabbricati per civile abitazione, turistico-alberghieri, industriali, commerciali, ecc..
 
Dopo l’acquisizione dei terreni dai Salesiani, la Dibeca stipulava un contratto di comodato d’uso, con relativa promessa di vendita, a favore della G.D.M. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), azienda leader della grande distribuzione nel Mezzogiorno d’Italia. Nel giugno 2007 la G.D.M. presentava al Comune di Barcellona una richiesta di approvazione di Piano particolareggiato per realizzare in contrada Siena uno dei maggiori Parchi commerciali di tutta la Sicilia, dotato di numerose strutture destinate alla grande distribuzione e un’infinità di locali di divertimento, alberghi e ristoranti. Analizzando i parametri volumetrici del progetto, la conferma di trovarsi di fronte ad una immensa e devastante colata di cemento: su una superficie di 18,4 ettari di terreno (i 5,24 ettari di proprietà Dibeca-Cattafi più i circa 13 in mano ad altri piccoli proprietari), si prevede di realizzare infrastrutture per 398.414,45 m³, contro un volume delle costruzioni esistenti di appena 23.164,68 m³. All’odierno sistema di viabilità di 5.052 m² si aggiungeranno 6 sezioni stradali per ulteriori 35.714 m²; le opere di urbanizzazione primaria richiederanno una spesa di 2.018.201,99 euro, di cui appena 40.950 destinati «a verde pubblico attrezzato».
 
Più specificatamente il megapiano si articola in una zona “D” di 16,86 ettari ricadente a ridosso del nuovo asse stradale industriale previsto dal P.R.G./A.S.I., destinata più specificatamente a “parco commerciale” e alle attività di vendita al dettaglio integrate «da attività paracommerciali, ricreative e del tempo libero e da altri servizi complementari quali modeste strutture ricettive-alberghiere connesse». C’è poi un articolato “sistema residenziale” ricadente in una zona “A” di 347,40 m² di «recupero di beni isolati di particolare valenza ed interesse storico-architettonico ed etno-antropologico» e «senza alterazione dei volumi», ove istituire un “Paese-albergo” in cui sono consentite destinazioni d’uso alternative stagionali e attrezzature come alberghi, ristoranti, trattorie, bar, luoghi di svago e di riunione anche grazie a «forme di contributo pubblico a fondo perduto da parte del Comune e/o della Provincia Regionale». Infine le zone “B” con una superficie totale di 15.100 m² e una previsione di edificabilità per 37.750 m³, oggi «caratterizzate da edilizia prevalentemente abusiva e dal tessuto urbano particolarmente carente di opere di urbanizzazione». Qui gli interventi edilizi saranno finalizzati al «miglioramento della qualità abitativa attraverso il recupero e la ristrutturazione delle unità ad uso residenza, commercio al dettaglio, pubblici esercizi e servizi di somministrazione e di ristoro, modeste attività alberghiere e turistico-ricettive, studi professionali, artigianato di servizio, spazi e attrezzature per la cultura e la comunicazione, attrezzature di quartiere e di interesse generale, parcheggi al piano terra e seminterrato, cliniche private, attività del terziario». Ignoto l’ammontare degli investimenti previsti, ma si può già ipotizzare che essi supereranno i 200/250 milioni di euro.
 
La prima grande sorpresa è che a farsi carico della realizzazione del mega Piano, già approvato dalla Commissione edilizia e in attesa di voto finale del Consiglio comunale, sarà la Dibeca della famiglia Cattafi (società che risulta ancora “inattiva” e con “zero addetti”), subentrata nel maggio del 2008 alla G.D.M. di Campo Calabro che ha invece valutato di scarso interesse il progetto urbanistico. Un’uscita di scena inattesa, non fosse altro per le spese sostenute per la stesura del Piano particolareggiato, affidato, il 14 giugno 2006, all’architetto Mario Nastasi (che si avvalso pure della collaborazione del fratello Santino Nastasi, anch’egli architetto). Originari di Torregrotta (Messina), i due professionisti sono tra gli animatori del gruppo di facebook Quelli dell’aeroporto di Barcellona Pozzo di Gotto, che promuove l’ipotesi di localizzare uno scalo aereo civile nell’area del torrente Patrì, in contrapposizione ad un progetto, analogamente infausto, che la Provincia di Messina vorrebbe realizzare nella valle del Mela, quasi al confine con l’area destinata al futuro parco commerciale del Longano. I nomi di Mario e Santino Nastasi compaiono poi tra i «collaboratori alla redazione del Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto», approvato l’8 febbraio 2007 con decreto dell’assessorato al Territorio e ambiente della Regione siciliana. È stato il nuovo P.R.G. ad individuare proprio in contrada Siena una delle due zone del territorio comunale destinate a insediamenti commerciali.
 
All’approvazione finale del Piano regolatore si era giunti dopo un iter lunghissimo e non erano certamente mancati i conflitti e i colpi di scena. Il Consiglio comunale ne aveva affidato la redazione nel lontano marzo 1991 ai professori Giuseppe Gangemi ed Aldo Casamento di Palermo e all’architetto Mario Sidoti Migliore di Capo D’Orlando. Gli elaborati del Piano furono inoltrati undici anni dopo in Consiglio, ma 21 consiglieri dichiararono la propria incompatibilità per “vicende parentali” legate al suo contenuto. Successivamente, alla guida del Comune di Barcellona venne nominato un commissario ad acta, l’ingegnere Pietro Scaffidi Abbate, che adottò il P.R.G. con delibera dell’11 dicembre 2003 e successiva presa d’atto degli elaborati il 27 agosto 2004. Nel frattempo furono presentate dai cittadini più di 2.000 osservazioni, mentre l’amministrazione comunale concesse 976 autorizzazioni edilizie e approvò 26 nuovi piani di lottizzazione dopo la consegna degli elaborati e prima della loro adozione definitiva. L’8 giugno 2005 giunse così l’ennesima bocciatura del P.R.G. da parte dell’Assessorato regionale.
 
La complessa vicenda venne analizzata dalla Commissione prefettizia inviata a Barcellona Pozzo di Gotto nel giugno 2006 per indagare sulle possibili infiltrazioni mafiose all’interno del Comune. E proprio all’adozione del Piano Regolatore sarà dedicato un intero paragrafo della relazione finale che chiederà, inutilmente, lo scioglimento del Consiglio. «Questa Commissione – recita un passaggio - ritiene di dover porre in opportuna evidenza che tra i collaboratori dei progettisti che hanno proceduto alla materiale redazione del P.R.G. emerge la figura dell’architetto Giovanni Cattafi. La sua presenza tra coloro che risultano aver svolto il ruolo di collaboratori dei progettisti incaricati del P.R.G. desta a questa Commissione non poche perplessità a causa del grado di permeabilità che tale persona può aver determinato in riferimento a particolari interessi non coincidenti con quelli della pubblica utilità. Va infatti evidenziato che l’architetto Giovanni Cattafi è cognato del Consigliere comunale Sergio Calderone, eletto con 300 preferenze nella lista A.N.-M.S.I.. Egli ha difatti contratto matrimonio con Domenica Cinzia Matilde Calderone, sorella, altresì, di Mario Giulio Calderone, pluripregiudicato ritenuto affiliato al gruppo dei “barcellonesi”, ex sorvegliato speciale di Pubblica Sicurezza, nonché sorella di Giulio Massimo Calderone, pregiudicato, il quale risulta in servizio presso il corpo della Municipale di Barcellona P.G. quale agente addetto alla verifica sui cambi di residenza presso l’ufficio anagrafe comunale». In alcune informative della Questura di Messina prodotte tra il 1980 e il 1984, Giulio Massimo Calderone era stato descritto come «presunto appartenente» all’organizzazione di estrema destra “Terza Posizione”. Militante del Fronte della Gioventù, nel settembre del 1980 fu denunciato per vilipendio alla Repubblica Italiana, mentre alle amministrative del 1985 si candidò insieme al boss mafioso Giuseppe Gullotti alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Barcellona nella lista del MSI-DN, capeggiata allora dall’odierno sindaco Candeloro Nania, che fu eletto insieme a Giuseppe Buzzanca, poi presidente della Provincia dal 1994 al 2003 e odierno Sindaco di Messina.
 
Giovanni Cattafi ha dunque collaborato alla stesura del P.R.G. della città del Longano accanto ai fratelli Mario e Santino Nastasi. I tre architetti, del resto, dividono lo studio professionale e risultano altresì soci-amministratori della “Infoterri Engineering Srl” di via Roma 157/F, Barcellona, società costituita il 27 marzo 2000 con capitale sociale 15.000 euro, avente come oggetto sociale «l’esecuzione di studi di fattibilità, ricerche, consulenze, progettazione e direzione dei lavori per costruzioni rurali, industriali, civili, artistiche, impianti chimici e siderurgici, cantieri navali, scuole, ospedali, case popolari, caserme, cimiteri, mercati, impianti sportivi, cinema, chiese, banche, alberghi, centri commerciali al minuto ed all’ingrosso di qualsiasi forma e dimensione, impianti di discarica e smaltimento rifiuti solidi urbani, inceneritori, strade, autostrade, linee tranviarie e ferroviarie, ponti, dighe, ecc..». La Infoterri Engineering può inoltre partecipare a gare d’appalto o concorsi di progettazione indetti da privati o enti pubblici in ambito nazionale, comunitario ed extra comunitario e svolgere «consulenze e servizi professionali per gli apparati militari» o a favore di «aziende, società ed enti pubblici e privati, nell’ambito dei finanziamenti agevolati di qualunque genere e specie, provenienti da Regioni, dallo Stato e/o dalla Comunità europea». La creazione della società, spiegano gli architetti, «ci ha consentito di dotarci di una capacità di tipo imprenditoriale finalizzata a rispondere alle complesse esigenze scaturenti dai nuovi processi di pianificazione e di gestione del territorio». L’ingresso nel business delle grandi opere è recentissimo: la Infoterri nasce infatti il 31 dicembre 2007, data in cui i tre professionisti hanno deliberato la variazione della denominazione e delle ragioni della loro società di servizi topografici, composizione litografica, eliografica e toponomastica “I. & T. – Snc di Nastasi Santino Antonio Maria, Cattafi Giovanni e Nastasi Mario Domenico”. Alla I. & T. erano state affidate nel 2002 le elaborazioni grafiche e la stampa del Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto.
 
Anche la società riconducibile all’avvocato Rosario Cattafi ha cambiato recentemente nome e struttura sociale. Il 10 dicembre 2004, quattro mesi prima cioè di chiudere la transazione con i Salesiani per i terreni di contrada Siena, essa è stata trasformata da società in nome collettivo a società in accomandita semplice, assumendo il nome di “Dibeca S.A.S. di Corica Ferdinanda e C.”. Trasformazioni che però non ne hanno assolutamente modificato la titolarità. Soci accomandanti sono infatti Alessandro Cattafi (quote sociali per 6.988,69 euro), figlio dell’avvocato Rosario; Nicoletta Di Benedetto, la madre (1.032,91 euro); Maria Cattafi, la sorella, (2.272,41 euro) impiegata presso la biblioteca comunale di Barcellona, già socia con il fratello della Sanovit, società costituita a Milano nei primi mesi del 1989 per la vendita di prodotti naturali, medicinali, dietetici, alimentari e di apparecchi odontoiatrici e chirurgici (principali clienti, Postal-Market, Esselunga, S.M.A., ecc.).
 
La new entry in Dibeca è Ferdinanda Corica, nominata rappresentante dell’impresa nonostante detenga una quota sociale di appena 35,12 euro. La Corica risulta essere moglie di Stefano Piccolo, dottore commercialista con studio a Barcellona Pozzo di Gotto, notoriamente legato a Rosario Cattafi. Di lui si accenna in una relazione del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Firenze sui rapporti di Cattafi con innumerevoli personaggi nazionali e siciliani, alcuni dei quali legati alla “famiglia” mafiosa di Benedetto Santapaola. L’informativa fu inviata il 3 aprile 1996 alla Procura di La Spezia, nell’ambito del procedimento penale sul presunto “comitato” con ambizioni politiche ed affaristiche, che vedeva indagati, tra gli altri, il noto banchiere “Chicchi” Pacini Battaglia.
Soffermandosi sull’hotel “Silvanetta Palace” di Milazzo, amministrato dall’imprenditore Giovanni Filippo Muscianisi (attivo esponente del club service Kiwanis International), il G.I.C.O. segnalava che «il Muscianisi era stato sentito a Firenze il 17 maggio 1993 nel contesto del procedimento penale che vedeva quale indagato, tra gli altri, il noto Dante Saccà, nato a Rometta (Messina). Egli aveva dichiarato in tale sede di svolgere l’attività di commercialista e di essere comproprietario, unitamente alla sorella Silvana e alla madre Carmela La Rocca dell’Hotel Silvanetta; di essere l’amministratore unico della “Holiday Line S.r.l.”, con sede in Milazzo; di aver avuto una remota conoscenza con Rosario Cattafi, con il quale non aveva intrattenuto alcun rapporto».
 
Come accertato dalla Guardia di Finanza, la “Holiday Line” era «risultata proprietaria di appartamenti siti in Olbia (Sassari) nel complesso turistico “Le Vecchie Saline”, sequestrati (e poi restituiti) ai sensi dell’art. 12 quinques, comma 2° D.L. 8.6.1992, n. 306». Al momento dell’intervento della pattuglia del G.I.C.O. di Firenze presso il “Silvanetta” di Milazzo, avvenuto il 5 ottobre 1995 con lo scopo di esaminare ed estrarre copia del registro delle presenze, il «Muscianisi richiedeva che a tale attività presenziasse, con la relativa firma degli atti tale Stefano Piccolo, nato a Barcellona Pozzo di Gotto ed ivi residente, nella sua qualità di “responsabile dell’ufficio contabile dell’Hotel” come dichiarato dal Muscianisi». Era così che il Piccolo veniva fatto giungere appositamente da Barcellona per assistere i militari operanti.
 
«È alquanto singolare – scrivono gli uomini del G.I.C.O. - la circostanza che il Muscianisi, che si era professato nell’interrogatorio svolto a Firenze commercialista, avesse bisogno di altro commercialista per la gestione contabile dell’albergo; se si considera però che il Piccolo risulta in stretto contatto con il Cattafi, di cui è anche commercialista, la situazione delineata genera non pochi sospetti». Ancora più significativo il successivo passaggio dell’informativa del Servizio anti-criminalità organizzata della Guardia di Finanza. «Le suesposte circostanze appaiono degne di attenzione se si considera che dall’analisi dei soggiorni nell’hotel è risultato, e ciò non appare causale, che il giorno 30 aprile 1993 prendevano ivi alloggio la catanese Gambino Maria e i quattro figli di età compresa tra i 7 e gli 11 anni. Il successivo 1 maggio 1993 si univa ad essi Santapaola Giuseppe, fratello di Benedetto Santapaola e marito di Gambino Maria. Il gruppo partiva il giorno 2 maggio. Nello stesso periodo risultavano alloggiati nell’albergo di Milazzo anche Di Mauro Salvatore e Rizzo Angela. Il Di Mauro risulta avere precedenti di polizia per associazione mafiosa, detenzione di armi, ecc.».
 
Da diverso tempo il boss Benedetto Santapaola stava trascorrendo la sua latitanza nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto, protetto dal gotha mafioso locale. Secondo quanto si legge nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia della XIV legislatura, «prova certa della presenza di Santapaola a Barcellona emerse da intercettazioni telefoniche e ambientali avviate nell’immediatezza dell’uccisione del giornalista Beppe Alfano, verificatasi a Barcellona l’8 gennaio 1993. Fatto è che Santapaola rimase latitante in quella zona fino al 29 aprile 1993, data in cui si spostò nell’area calatina, dove venne arrestato il successivo 18 maggio». Il boss lasciò dunque il territorio barcellonese contemporaneamente al brevissimo soggiorno a Milazzo del fratello, della cognata e dei quattro nipoti.
 
Una vicenda che assume contorni ancora più inquietanti se la si lega a quanto trapelò nei giorni successivi alla cattura del latitante. In un articolo comparso su Il Manifesto del 19 maggio 1993, a firma di Rino Cascio (oggi giornalista di Raitre), dal titolo “Manette a don Nitto”, si legge che Santapaola «è stato seguito nei suoi spostamenti durante la latitanza trascorsa soprattutto nel messinese. Dal commissariato di polizia di Milazzo, poco distante da Messina, è partita poi l’imbeccata determinante che ha condotto gli inquirenti al cascinale di Mazzarrone». Anche la Gazzetta del Sud di quello stesso giorno, si sofferma sul ruolo chiave che avrebbe assunto la cittadina tirrenica. In un articolo dal titolo “’Nitto’, a Milazzo una serie di errori che gli sono stati fatali”, erano riportate le dichiarazioni attribuite ad Antonio Manganelli, allora capo del servizio centrale operativo della polizia, che aveva proceduto alla cattura di Santapaola: «Quando un latitante si sente braccato è costretto a spostarsi e quando si sposta corre il rischio di commettere errori. Santapaola gli errori li ha commessi a Milazzo e da lì è partita l’indagine».
 
Nel primo semestre del 1993, prima cioè dell’arresto del boss catanese, i Carabinieri del R.O.S. di Messina avevano iniziato un’attività investigativa sulla base di intercettazioni telefoniche ed ambientali tra presenti nel barcellonese. «In tale contesto si è avuta la prova che il Santapaola era stato ospite del gruppo Gullotti», si legge nella memoria depositata dal Pubblico ministero al processo di Palermo contro il manager-politico berlusconiano, Marcello Dell’Utri. «Da una verifica dei tabulati Sip relativi all’utenza in uso a Giuseppe Gullotti sono risultati contatti anche con Cattafi Rosario. E non deve sfuggire che lo stesso Cattafi è stato identificato come soggetto più volte chiamato da persone appartenenti al circuito Dell’Utri, cioè da persone entrate con lui in contatto telefonico od esistenti nelle sue agende, come risulta dalla nota della Direzione Investigativa Antimafia nr. 125/RM6/H2-24/6937 del 31 agosto 1995».
 
Che Santapaola avesse trovato nel messinese un rifugio superprotetto lo si sospettava però da una decina di anni prima. Nel gennaio del 1985 era stata svolta un’indagine al fine di stabilire la fondatezza di una notizia confidenziale secondo la quale Nitto Santapaola si nascondeva nella zona del barcellonese, «appoggiandosi, in particolare, sulla protezione di Girolamo Petretta, scomparso a seguito di lupara bianca, già inserito nel clan mafioso Rugolo-Coppolino, operante in quella zona, nonché amico di Rosario Pio Cattafi». Quel Cattafi che nel corso di un interrogatorio presso la Procura di Barcellona, il 7 agosto 1998, avrebbe rivendicato l’inesistenza di elementi relativi a suoi rapporti con ambienti mafiosi. «Non ho mai avuto nessun potere di carattere economico», aggiunse il barcellonese. «Avevo avviato un’attività imprenditoriale, contraendo numerosi debiti con le banche, che poi non sono riuscito ad onorare a causa del mio arresto a Milano. Ho subito procedure esecutive e la mia situazione finanziaria non è mai stata florida».
 
Con il megacentro commerciale e il Paese-albergo di contrada Siena le cose potranno certamente migliorare.
Articolo pubblicato l' 1 ottobre 2009

Link: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2010/11/il-parco-commerciale-di-barcellona-e.html
 
C’è un mix inquietante di mafia e massoneria dietro la morte di Attilio Manca, il giovane medico di Barcellona Pozzo di Gotto ritenuto dai familiari (e non solo) il chirurgo che nel 2003, in una clinica di Marsiglia, ha operato segretamente di cancro alla prostata il boss Bernardo Provenzano.
È quello che si ricava dalla lettura de “Le vene violate”, il libro di Luciano Armeli Iapichino (prefazione di Nichi Vendola e di Sonia Alfano, pagg. 251, Armenio editore) che racconta questa incredibile vicenda attraverso un “dialogo con l’urologo siciliano ucciso non solo dalla mafia”.
Un “dialogo” immaginario e appassionato che l’autore trae dagli atti giudiziari, dalle poesie di Attilio, dalle interviste con i genitori, col fratello, con la prima fidanzata, con il professore di liceo, con alcuni amici. “Anch’io ho ascoltato questa storia in silenzio”, scrive Luciano Armeli, “qualche anno fa, insieme con i miei alunni. In una calda mattina di fine maggio e una luce intensa di primavera, con i ragazzi già in festa per l’estate alle porte. Quel giorno ha cambiato la mia vita”.
Dal volume di Armeli esce fuori il ritratto di un liceale brillante che traduce senza vocabolario i testi greci e latini, di un universitario che si rivela di una spanna superiore agli stessi docenti, di un valentissimo medico considerato “l’allievo più brillante” del professor Gerardo Ronzoni, una delle massime autorità nel settore dell’urologia nazionale e internazionale.
Un mix micidiale di mafia e massoneria che finora ha colpito a morte giornalisti, magistrati, uomini politici, poliziotti e carabinieri, ma mai medici, se si eccettua il professor Paolo Giaccone, grande esperto di medicina legale, ucciso nell’82 dalla mafia palermitana per essersi rifiutato di addomesticare una perizia nei confronti di un boss.
Ma quello del trentaquattrenne urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, da pochi anni in servizio presso l’ospedale Belcolle di Viterbo, potremmo definirlo un massacro con delle modalità che appaiono incompatibili con un suicidio, movente quest’ultimo che dal 12 febbraio 2004 – giorno in cui è stato scoperto il cadavere – è stato spiegato con incredibile caparbietà dal Pubblico ministero di Viterbo.
All’inizio del Duemila, Attilio Manca è uno dei pochi medici italiani ad intervenire sul cancro alla prostata mediante il sistema poco invasivo della laparoscopia. Secondo i genitori e il fratello, sarebbe stata la sua rara abilità nell’uso degli strumenti operatori a decidere il suo destino, auspice quella mafia Barcellonese che nel panorama nazionale assume una posizione di “centralità” da quando fornisce ai Corleonesi il telecomando per la strage di Capaci, e da quando nasconde in quelle zone latitanti del calibro di Nitto Santapaola e dello stesso Provenzano.
Da quel momento Cosa nostra barcellonese fa il salto di qualità, diventa un tutt’uno con la mafia “istituzionale”, quella che comanda davvero.
È nella fitta rete di complicità mafioso-istituzionali, secondo molti, che potrebbe nascondersi la chiave di lettura per accedere a questo ennesimo mistero dell’Italia repubblicana.
È al 2003 che bisogna tornare per capire questa storia. Ai mesi di luglio e di ottobre, quando un tale si presenta in una clinica di Marsiglia sotto il falso nome di Gaspare Troia per sottoporsi ad un delicato intervento di cancro alla prostata. Quell’uomo è il boss Bernardo Provenzano, ricercato dalla polizia di tutto il mondo per le stragi del ’93 e per i delitti eccellenti che hanno insanguinato la Sicilia. A luglio fa gli accertamenti. Ad ottobre l’intervento.
Secondo il pentito Francesco Pastoia, braccio destro del capomafia di Corleone, ad operare Provenzano è stato un medico siciliano. Sul verbale di interrogatorio c’è scritto proprio così: siciliano, non italiano. Una differenza non di poco conto se si pensa che all’epoca, nell’isola, i medici in grado di asportare un tumore alla prostata mediante laparoscopia sono più unici che rari. Attilio potrebbe essere uno di questi.
Ora, non sappiamo se davvero l’urologo abbia operato Provenzano, se abbia assistito all’intervento o se abbia seguito il decorso post operatorio, magari dalla Sicilia. Sappiamo però che nello stesso periodo ha effettuato un viaggio in costa azzurra “per assistere a un intervento”, come dice alla madre al telefono, senza aggiungere altro. E sappiamo pure che le date coincidono perfettamente. Ma sulla vicenda, dopo quasi dieci anni, c’è ancora buio fitto.
Anche perché Francesco Pastoia, in seguito a queste rivelazioni, viene trovato morto in carcere, suicidatosi misteriosamente anche lui.
Perché i familiari di Attilio, diversi intellettuali, alcune personalità politiche e una consistente fetta di società civile non si accontentano delle verità ufficiali e chiedono con forza che l’indagine non venga chiusa?
Per comprenderlo bisogna immaginare il cadavere riverso sul letto della casa viterbese: il volto tumefatto, il setto nasale deviato, il corpo pieno di sangue e di lividi, le caviglie e i polsi segnati da una specie di morsa che avrebbe fatto pressione per ore (una corda? dei lacci?), come se Attilio, prima di morire, fosse stato legato.
Adesso focalizziamo l’immagine dell’avambraccio sinistro. Due buchi. Nessun altro buco nel braccio destro, nel braccio sinistro e nel resto del corpo, segno che la vittima non è tossicodipendente. In cucina due siringhe con il tappo opportunamente riposto nell’ago. Poi, un pezzo di parquet divelto.
Risultato dell’autopsia: morte per overdose di eroina mista ad alcol e tranquillanti.
E il volto tumefatto? E il setto nasale deviato? E il corpo pieno di lividi e di sangue? E le caviglie e i polsi segnati? E la larga chiazza di sangue sul pavimento? E il parquet divelto?
Risposta del Pm di Viterbo, Renzo Petroselli, titolare dell’indagine: colpa del telecomando, sul quale Attilio, dopo essersi iniettato le dosi letali, è caduto violentemente, malgrado la morbidezza del piumone e del materasso.
Sì, certo, il telecomando…
E i due buchi sull’avambraccio sinistro? Risposta del Pm: le iniezioni di eroina fatte da Attilio.
Sì, certo, anche le iniezioni di eroina…
E dopo le iniezioni, sotto l’effetto dell’overdose, l’urologo avrebbe avuto la forza di riporre il cappuccio sugli aghi, buttare una siringa nella spazzatura, fare alcuni metri e buttarsi sul letto…
Anche questo, certo…
Peccato che Attilio Manca sia un mancino puro e per scrivere, per mangiare, per fare le operazioni e per fare qualsiasi altra cosa usi la mano sinistra. Come è possibile che si sia iniettata l’eroina proprio nel braccio sinistro?
E poi, dove sono le prove che quella miscela se la sia iniettata lui? Non ci sono. Ma si insiste sulla tesi del medico drogato che si suicida. E questa tesi viene riferita ai giornali di Viterbo, che guarda caso circolano a Barcellona durante i funerali.
Dal libro di Armeli si ricava un altro particolare importante: i colleghi, gli infermieri e gli stretti collaboratori dell’urologo affermano all’unisono: non risulta che Attilio fosse un tossicodipendente, né frequente né occasionale. Tutto messo a verbale. Nero su bianco.
Per otto anni il Pm Renzo Petroselli parla di suicidio e propone per ben tre volte l’archiviazione del caso, ma il Gip per altrettante volte la respinge. L’ultima volta si prende un anno e mezzo per decidere.
Un anno e mezzo per un suicidio? Già questo porta a ritenere che al Palazzo di giustizia di Viterbo potrebbe esserci qualcosa che non quadra, qualcosa in più della semplice “dialettica” fra magistrati.
Finalmente nello scorso dicembre il Gip Fanti decide: non è stato suicidio, ma neanche omicidio, tantomeno di mafia. È stato il micidiale miscuglio di eroina, alcol e tranquillanti ad uccidere Attilio Manca. Ma questo già si sapeva. Si indaghi su chi avrebbe fornito la droga.
La droga, certo, ancora una volta… Anche se Attilio non era tossicodipendente, anche se quella dose mortale non è accertato che se la sia iniettata lui, anche se non si sa chi ha usato quelle due siringhe (e ora vedremo perché), anche se quella camera da letto, dopo il ritrovamento del cadavere, sembra più il luogo di una mattanza che una stanza per imbottirsi di eroina.
Il caso torna nelle mani del Pubblico ministero Petroselli con i tanti perché che nessuno ritiene di chiarire.
Su sei indagati, cinque sono di Barcellona. Un paio di questi sono ritenuti organici a Cosa nostra. Sarebbero stati loro, assieme a una donna di Roma, a fornire la dose letale.
Dunque, secondo i magistrati, ci sono dei mafiosi, ma non c’è la mafia. Per fare cosa? Il lavoro di un semplice pusher. E per questo partono da Barcellona.
Ma c’è un altro “perché” al quale i magistrati laziali non hanno ritenuto di rispondere: le impronte digitali sulle siringhe. Perché non sono state riprese, malgrado le continue richieste di Fabio Repici, avvocato dei Manca? I quali vogliono sapere se delle impronte ci sono e a chi eventualmente appartengono. Ma da otto anni quelle siringhe restano ermeticamente chiuse in una busta di cellophane.
A proposito di impronte. Nella casa del giovane chirurgo, dopo il ritrovamento del cadavere, ne è stata trovata una. Appartiene a uno dei sei indagati: Ugo Manca, il cugino della vittima. Che non è un personaggio qualunque. È stato imputato e condannato in primo grado nel processo “Mare nostrum” alla mafia barcellonese e messinese con l’accusa di essere un trafficante di droga. Assolto in secondo grado, viene tuttora ritenuto un esponente importante della cosca peloritana.
Lui sostiene che l’impronta è rimasta nel bagno per via della sua permanenza a Viterbo, ospite di Attilio, a causa di un intervento di varicocele al quale sarebbe stato sottoposto dal cugino due mesi prima della morte dell’urologo. Ma secondo il parere di autorevoli esperti, le impronte impresse nei bagni vengono distrutte dal vapore acqueo nel giro di poche ore. Quindi, secondo i familiari di Attilio, è possibile che Ugo Manca sia andato in quella casa nelle ore immediatamente precedenti la morte del medico. Perché?
Ma c’è un altro particolare che la Procura laziale non riesce a chiarire: perché subito dopo il ritrovamento del cadavere, Ugo Manca parte in tutta fretta da Barcellona, va dai magistrati di Viterbo per chiedere, a nome dei genitori di Attilio (che smentiscono categoricamente), che venga dissequestrato l’appartamento del cugino per prendere gli indumenti? Perché questa “urgenza” di entrare nell’appartamento?
Anche se gli inquirenti non lo dicono, appare evidente che questo caso ruoti attorno ad Ugo Manca, questo rampollo della borghesia barcellonese, la cui famiglia gode di ottime entrature all’interno dell’alta magistratura messinese, distretto giudiziario del quale fa parte Barcellona Pozzo di Gotto.
Ma c’è un altro personaggio inquietante attualmente sotto inchiesta.
Si chiama Angelo Porcino, pochi giorni prima della morte di Attilio si è recato a Viterbo per non meglio precisati motivi. Secondo il pentito Carmelo Bisognano, Porcino è un boss di primo piano della cosca barcellonese. Recentemente è stato arrestato nell’ambito di due distinte operazioni di polizia (“Gotha” e “Pozzo2”) ed è stato condannato per tentata estorsione. Perché è andato nella città laziale poco tempo prima della morte dell’urologo? Secondo il Pm per fornirgli la droga.
La madre di Attilio dichiara che alcune telefonate importanti – le ultime, quelle che avrebbero potuto fornire una importante chiave di lettura sulla morte del figlio – sarebbero misteriosamente scomparse dai tabulati.
In una di queste, nella stessa giornata della morte, il giovane medico chiede al padre di andare nella casa al mare, nella frazione di Tonnarella, per prendere la moto e portarla dal meccanico, dato che gli deve servire per l’estate. “La moto per l’estate? A febbraio? Ma quando mai Attilio ha fatto simili richieste?”. Il meccanico al quale il padre porta la moto, la trova in perfette condizioni.
E allora? Secondo i familiari sarebbe stato un disperato tentativo medico di mandare un messaggio in codice: se volete sapere chi mi ucciderà, cercate dalle nostre parti. A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove c’è un circolo paramassonico nel quale convergono boss come Giuseppe Gullotti, alti magistrati come il procuratore generale di Messina Franco Cassata e uomini politici come l’ex ministro Domenico Nania. Dove nel 1993 è stato ammazzato il giornalista Beppe Alfano: indagava sulle grandi latitanze che nel periodo delle grandi stragi si stavano consumando in quel fazzoletto di Sicilia, e sui rapporti fra la mafia barcellonese e la massoneria deviata.
Luciano Mirone
Link: http://www.linformazione.eu/2012/01/le-vene-violate/
 


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