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Mafia - 16 Luglio, a Viterbo, si decide sul caso Manca!

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Tribunale - Verrà valutato se riaprire le indagini o archiviare
Mafia, si decide sul caso Manca
Viterbo - 2 luglio 2010 - ore 2,00
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- Caso Manca, si decide sull’archiviazione.
Si terrà il prossimo 16 luglio, al tribunale di Viterbo, l’udienza per la decisione sull’archiviazione della vicenda di Attilio Manca.
Il giovane urologo di Belcolle fu trovato cadavere nella sua casa in via Santa Maria della Grotticella, a Viterbo, il 12 febbraio 2004. A causarne la morte, come accertato dall’autopsia, l’effetto combinato di tre sostanze, presenti nel sangue e nelle urine di Attilio: alcolici, eroina e Diazepam (il principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit). Sul suo braccio i segni di due iniezioni.
Per la Procura di Viterbo non c’è dubbio che si sia trattato di suicidio. Il pm Renzo Petroselli ha chiesto per tre volte l’archiviazione del caso, incontrando sempre la dura opposizione della famiglia Manca, assistita dal legale Fabio Repici.
La madre e il fratello di Attilio sono convinti che dietro la morte del giovane medico ci sia la mano della mafia. Attilio, infatti, potrebbe aver assistito all’intervento alla prostata al quale fu sottoposto Bernardo Provenzano, nella clinica di Marsiglia.
Il “capo dei capi”, uccidendo il giovane urologo, avrebbe potuto liberarsi dell’unico testimone italiano del “viaggio della speranza” che il boss compì in Francia nell’ottobre 2003. A rinsaldare la tesi dei Manca, l’improvvisa trasferta in Francia di Attilio, che sarebbe avvenuta proprio nell’autunno 2003.
L’inchiesta è congelata alla fase delle indagini preliminari. Dopo l’incidente probatorio sulle tracce di dna trovate nell’appartamento di Attilio, la Procura si è fermata.
Il gip Gaetano Mautone, finora, ha sempre accolto i ricorsi della famiglia Manca alle richieste di archiviazione del pm.
Nella prossima udienza, del 16 luglio, Mautone è chiamato ancora una volta a decidere se chiudere definitivamente il fascicolo o riaprirlo. In tal caso, le indagini sulla vicenda di Attilio dovranno andare avanti. Prendendo, perché no, in considerazione la misteriosa impronta nel bagno di Attilio. O quelle due siringhe che, in sei anni, come sottolinea la famiglia Manca, non sono mai state analizzate.

Link: http://www.tusciaweb.it/notizie/2010/luglio/2_1mafia.htm























 
















29/06/2010, ore 17:44 - Breve viaggio nella malavita organizzata "esportata"

La mafia non è più un piatto tipico
di: Helene Benedetti


La mafia non è più un problema unicamente siciliano o italiano. Che la mafia si sia estesa in tutta Europa è un dato di fatto. I nostri peggiori latitanti coltivano indisturbati i loro sporchi affari anche fuori dal territorio italiano. Se vivono la loro latitanza in Italia, si affidano comunque ai medici europei anche quando si tratta solo di piccoli ritocchi di chirurgia estetica.
Dati allarmanti però giungono da Marsiglia, città che, da tempi antichi, si intreccia con le mafie di tutto il mondo. Fin dal dopoguerra, Marsiglia è stata il centro nevralgico della mafia internazionale.

Bernardo Provenzano, latitante per ben 43 anni, andò a Marsiglia 2 volte, in 2 cliniche differenti:
Dal 7 al 10 luglio 2003 fu ricoverato nella clinica di La Ciotat per dei controlli.
Fu operato il 29 ottobre 2003 nella clinica di Casamance ad Aubagne, operazione pagata dalla Regione Sicilia allora gestita da Salvatore Cuffaro.
Pare che nella stessa clinica fu operato anche il boss Paolo Di Lauro. E sembrerebbe che, nella stessa clinica, il boss Giuseppe Falsone, arrestato lo scorso venerdì, abbia subito un piccolo ritocco di chirurgia estetica al naso.
Non possiamo parlare di coincidenze. Non si può far finta che tutto questo sia un caso, soprattutto quando si tenta di archiviare come suicidio un chiarissimo omicidio com’è quello del dottor Attilio Manca.
La presenza dei latitanti italiani in Europa non si ferma a Marsiglia: Il boss Paolo Di Lauro aveva dei negozi in Francia e per la precisione a  Nizza, Lione e Parigi
Umberto Onda, camorrista latitante dal 2007, è stato arrestato questa mattina mentre sbarcava da un traghetto proveniente dalla Grecia
Giovanni Strangio, boss della ndrangheta, responsabile della strage di Duisburg arrestato in Olanda nel 2009, è stato preso in casa dove viveva con sua moglie e suo figlio.
Francesco Schiavone, capoclan dei Casalesi, arrestato nel marzo del 2004 a Krosmos in Polonia, viveva in Ungheria.
Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, a causa di una forma di strabismo, è stato operato il 6 gennaio 1994 nella prestigiosa clinica “Barraquer” di Barcellona, in Spagna.
Addirittura, i clan secondiglianesi, avevano magazzini e negozi sparsi in Europa, Portogallo, Austria, Finlandia, Germania, Spagna, Belgio, Inghilterra, Irlanda, Olanda e Danimarca.
Questi sono solo piccoli accenni, l’elenco è davvero preoccupante.
E allora, la mafia, è davvero solo cosa nostra?


Breve cronistoria di Sergio Cacioppo su Marsiglia:
Nel Novecento la mafia, sempre alla ricerca di nuovi luoghi trova una collocazione in Provenza, tanto più nel secondo dopoguerra, quando, a Marsiglia, la mafia riusciva a dominare il commercio degli oppiacei, raffinati in laboratori provenzali per essere immessi nelle rotte atlantiche.
Proprio in quei frangenti si imposero, per capacità organizzative e dispiego di mezzi, narcotrafficanti come Barthélémy e Antoine Guérini, Paul Mondoloni, Dominique e Jean Venturi, Xavier e Jean Francisci, Auguste Joseph Ricord.
Era ancora molto potente la French Connection, che, risalente agli anni di Paul Carbone e François Spirito, integrava in quei frangenti boss assai quotati come il brasiliano Auguste Ricord e il siciliano Salvatore Greco, oltre che i boss più potenti della mafia italo-americana, interessati all’eroina.
Negli anni cinquanta la mafia marsigliese intreccia rapporti con la mafia d'oltre oceano stringendo patti scellerati con uomini del calibro di Lucky Luciano.
Negli anni sessanta un potente boss mafioso fu ucciso in ospedale a Marsiglia, il suo nome è René Mondoloni, figlio naturale di Barthélemy (potente famiglia mafiosa).
Negli anni settanta dominò la scena Salvatore Riina che dimostrò di possedere una efferata vocazione alla forza a cui non seppe mai rinunciare.
Negli anni ottanta si scatenarono conflitti sanguinosi con la banda di Raymond Mihière, detto “il cinese”, e Souhel Hanna-Elias, “il libanese”, Marsiglia era divenuta la maggiore città europea dove le mafie siciliane, americane, africane, belghe, si scontravano per il controllo mondiale della droga.

Helene Benedetti di "Informare per Resistere"


Link: http://www.julienews.it/notizia/cronaca/la-mafia-non-e-piu-un-piatto-tipico/50556_cronaca_2_1.html

 

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Catturato il capo della mafia di Agrigento Giuseppe Falsone

di Maria Loi - 25 giugno 2010
Agrigento. E’ stato arrestato a Marsiglia, in Francia, il superlatitante Giuseppe Falsone. Inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi, di Falsone non si aveva più notizia dal gennaio del 1999 quando era sfuggito ad un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio e traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
   
L’operazione è stata eseguita dagli agenti della Squadra Mobile di Agrigento, in collaborazione con quella di Palermo e con lo Sco.
Originario di Campobello di Licata, il padre del boss, Vincenzo Falsone, è stato il reggente di Cosa Nostra ad Agrigento per molti anni e fu poi ucciso durante la guerra di mafia contro gli Stiddari agrigentini il 24 giugno del '91 assieme al figlio Angelo, fratello maggiore di Giuseppe. Da allora Giuseppe Falsone è stato costretto a rimettere in sesto le fila della sua cosca e a crescere in fretta. Questo l’ha portato a ricoprire ruoli apicali all’interno della consorteria mafiosa.
L’importanza del ruolo del campobellese all’interno dell’organizzazione agrigentina è emerso anche in uno dei pizzini che il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano aveva inviato all’allora capomafia di Caccamo Antonino Giuffrè. Nel pizzino si faceva riferimento al conflitto sorto a livello provinciale tra il boss di Racalmuto Maurizio Di Gati e lo stesso Falsone per ottenere la nomina di capomafia. Nella missiva Provenzano informava Giuffrè che Giuseppe Falsone si era lamentato che Di Gati millantava di avere avuto il benestare alla sua nomina a capo provincia da Provenzano in persona. Nomina che in realtà doveva essere “ufficializzata” nel famoso summit del 14 luglio 2004 a Santa Margherita Belice, ma che si concluse con un nulla di fatto perché il vertice fu interrotto dall’intervento delle forze dell’ordine.
Falsone però forte dell’appoggio della potente famiglia dei Capizzi di Ribera e del grande vecchio, Bernardo Provenzano, era riuscito a  scalzare il suo avversario, Di Gati appunto, diventando capo incontrastato della provincia dal 2003.
Nel 2008 le dichiarazioni del pentito Giuseppe Sardino, suo vivandiere e braccio destro, hanno iniziato a  fare terra bruciata intorno al capomafia. Sardino ha rivelato agli inquirenti che Falsone, soprannominato il “ragioniere”, “gira rigorosamente armato, non si separa mai da palmare e pc portatile e nella ventiquattrore porta la bibbia e testi di filosofia”.
Nei pizzini ritrovati nel covo di Provenzano a Montagna dei Cavalli, a Corleone, Falsone era indicato con il numero 28. Come è stato confermato dalla decodificazione di alcuni pizzini nei quali è riportata la controversia sorta tra Falsone e il capomafia di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, a proposito dei Despar di Agrigento. Quando i Capizzi di Ribera, da sempre alleati di Falsone, volevano far pagare “la messa a posto” ai supermercati Despar dell’imprenditore Giuseppe Grigoli ritenuto rappresentante degli interessi di Messina Denaro.
E’ stato Bernardo Provenzano, interpellato da Messina Denaro a dare ragione al boss trapanese, costringendo Falsone a tornare sui suoi passi.
Le mire di Falsone per la grande distribuzione sono emerse anche dalla recente operazione Apocalisse. Come conferma un pizzino inviato sempre a Provenzano per i punti vendita Eurospin.
Il campobellese che era riuscito a scampare alla cattura (i carabinieri di Agrigento e di Palermo nell’operazione Apocalisse gli avevano sequestrato beni e società riconducibili al boss per circa 30 milioni di euro) questa volta però non ce l’ha fatta.

Link: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29214/78/
 
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