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Lunedì 07 Giugno 2010 08:01

di Claudio Forleo

C'è un momento esatto in cui la trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra si palesa in tutta la sua squallida concretezza. Una data: 31 ottobre 1995. Un luogo: Mezzojuso, provincia di Palermo, un piccolo comune di 4mila anime. In mezzo alle campagne intorno al paese c'è un casolare. Sembra disabitato. Ma di tanto in tanto qualcuno bussa alla porta e una mano furtiva raccoglie qualcosa. Quella mano è di Bernardo Provenzano, il nuovo "capo dei capi", il latitante più ricercato d'Italia. E i carabinieri del Ros sanno che si trova lì. Ma come sono arrivati così vicini al boss?

Per capire bene questa storia bisogna fare qualche passo indietro. Nel settembre del 1993 il tenente colonnello Michele Riccio si imbatte per la prima volta in un mafioso. Il suo nome è Luigi Ilardo. Riccio comanda la direzione investigativa antimafia di Genova. L'ufficiale ha un curriculum di tutto rispetto, avendo combattuto il terrorismo al fianco del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ed essendo stato spesso al fianco di Gianni De Gennaro che, assieme a Giovanni Falcone, nel 1984 gestì il pentimento di Tommaso Buscetta.

In quel 1993 il Paese è sotto shock. L'anno prima gli attentati a Falcone e Borsellino. Il 15 gennaio era stato catturato Totò Riina, ma la mafia aveva reagito seminando di bombe l'intera penisola. A maggio il fallito attento a Maurizio Costanzo. Il 29 di quel mese la bomba a Firenze in via dei Georgofili: 5 morti. A luglio gli attentati in simultanea a Milano e Roma, altre 5 vittime. Quella notte, come ha raccontato di recente Carlo Azeglio Ciampi, si respira aria di colpo di Stato. I telefoni di Palazzo Chigi rimangono isolati per alcuni minuti. La prima Repubblica sta collassando su se stessa.Da una parte la fine dei vecchi partiti politici cancellati dall'inchiesta Mani Pulite che scopre un fiume di tangenti. Dall'altra l'attacco frontale di Cosa Nostra allo Stato ("Fare la guerra per fare la pace" disse Totò Riina).

Questo è il contesto storico. Michele Riccio viene a sapere che Luigi Ilardo ha chiesto di incontrarlo nel carcere di Lecce in cui è detenuto. Ma chi è questo Ilardo? 42 anni, è un mafioso di un certo livello legato alla famiglia Madonia di Caltanisetta. Da sette anni fa dentro e fuori dal carcere, dal quale esce spesso grazie ad ad alcuni permessi legati a motivi di salute.

Ilardo vuole sfilarsi da Cosa Nostra. E' stanco, non condivide la strategia stragista portata avanti dai Corleonesi di Riina. Una visione, quella di Ilardo, condivisa da tanti altri mafiosi che si stanno pentendo in massa. Ilardo inoltre ha tanto da raccontare. Ha potuto constatare in prima persona quanto è stretto il legame fra la Cupola e parte delle istituzioni. Riccio lo incontra e lo mette alla prova per capire se è un doppiogiochista. Quando capisce che di Ilardo si può fidare, lo fa trasferire nel carcere di La Spezia. E nel gennaio 1994 Ilardo, ufficialmente per motivi di salute, viene scarcerato. Torna a Catania, dove il clan Madonia gli fa sapere che lo stanno aspettando, che c'è del lavoro da fare. Quello che la Cupola ignora è che Ilardo ora è un confidente dei Carabinieri. D'ora in avanti farà davvero il doppiogioco, ma con Cosa Nostra.

Ilardo tesse una fittissima trama di un gioco estremamente pericoloso. Se dovesse essere scoperto verrebbe ucciso all'istante. Ha due figli, una compagna e un altro figlio in arrivo. Ma l'infiltrato regge benissimo la pressione. La Cupola non sospetta niente e Ilardo continua a fare la parte del mafioso, ma intanto passa informazioni fondamentali al colonnello Riccio. Grazie alle sue soffiate gli arresti che decimano i clan non si contano. Ma il suo obiettivo è un altro: Bernardo Provenzano. Il boss si fida di Ilardo. "Binnu" ha cambiato strategia. Basta bombe, basta "pubblicità negativa" a Cosa Nostra. Si torna all'antico. SI continuano a fare affari, a taglieggiare il territorio, ma niente più spargimenti di sangue non necessari. E' la strategia dell'inabbissamento di Cosa Nostra. E la capacità di mediazione che dimostra Ilardo gli piace.

Il confidente non ha mai ucciso nessuno, nè prima nè dopo il suo ruolo di confidente. Dal febbraio 1994 al settembre 1995 diventa uomo di fiducia del boss. Fa da paciere fra i clan, media, controlla che gli affari vadano a buon fine. Intanto però gli arresti procurati da Ilardo stanno bruciando la terra intorno al boss latitante che però non sospetta minimamente di lui. Ad un certo punto la svolta. Provenzano "convoca" Ilardo, il quale a sua volta avvisa Riccio che la trappola può scattare. Basterà seguire discretamente il confidente e lui li porterà direttamente nella tana del lupo.

Riccio va in Sicilia, ma l'operazione non è coordinata da lui. A capo di tutto c'è il colonnello Mario Mori del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale). Mori è il protagonista dei primi contatti con Vito Ciancimino nel 1992, il deus ex machina della prima parte della trattativa. Il colonnello è lo stesso che di lì a poco sarebbe finito sotto processo per la mancata perquisizione del covo di Riina del gennaio 1993 (finirà assolto per insufficienza di prove. La sentenza parlerà di mancanto coordinamento fra Carabinieri e Procura, Nda).

Il 31 ottobre Ilardo incontra Provenzano nel casolare di Mezzojuso. L'incontro dura diverse ore, poi il confidente viene congedato. Non accade niente, neanche nei giorni successivi. Non scatta alcun blitz. Mori prima dell'incontro era stato chiaro. Voleva semplicemente che Ilardo raccogliesse "informazioni" da riferire a Riccio e si facesse fissare un secondo incontro con il boss, cosa del resto tutt'altro che facile. Neanche Provenzano fosse uno che si può incontrare una volta a settimana. Riccio aveva chiesto a Mori di far dotare Ilardo di un segnalatore da inserire nella cintura. Richiesta negata dal Ros.

Terminato l'incontro Ilardo fa "rapporto" a Riccio. Descrive tutto minuziosamente. Comprese alcune targhe d'auto con le quali erano arrivati dal bivio di Mezzojuso (luogo dell'incontro con i luogotenenti di Provenzano, Nda) fino al casolare. Spiega come arrivare al covo. Passa qualche giorno e Mori sostiene che il Ros non riesce a trovare quel casolare. Allora una notte Riccio va a prendere Ilardo con la macchina e insieme ripercorrono la strada che il confidente ha fatto per arrivare in prossimità del casolare. Sarebbe tutto molto semplice per il Ros. Niente da fare però, il blitz non scatta. Il copione della mancata perquisizione del covo di Riina sembra ripetersi.

Cosa accade nei mesi successivi? Ilardo continua a svolgere il difficilissimo compito di confidente. Il doppio gioco regge ancora per mesi, mentre prova a farsi fissare un secondo incontro con Provenzano. Intanto vanno avanti le pratiche per farlo entrare nel programma di protezione, tramite il quale diventerà "ufficialmente" un collaboratore di giustizia. Cambierà nome, cambierà vita. Le carte sono pronte e, naturalmente, la notizia è riservatissima. Ne sono a conoscenza Riccio, il Ros e alcuni magistrati delle procure di Palermo e Caltanisetta. La data fatidica è il 14 maggio 1996. Ma il 10 maggio un commando mafioso lo uccide mentre sta rientrando nella sua casa di Catania.

E Provenzano? Continuerà a frequentare quel casolare a Mezzojuso ancora per diverso tempo prima della sua cattura, avvenuta nell'aprile 2006 con undici anni di ritardo.

Le domande sono un'infinità: Perchè il blitz non è scattato? Perchè Mori non ha voluto dotare di segnalatore Ilardo? Com'è possibile che il Ros non riuscisse a trovare un casolare in mezzo al niente vicino al piccolo paese di Mezzojuso? Perchè, una volta individuato il casolare, non si è proceduto ad una sorveglianza 24 ore su 24? Ancora mancanza di "comunicazione" come per il covo di Riina? Chi ha informato Cosa Nostra del pentimento di Ilardo? Perchè Provenzano, una volta fatto assassinare Ilardo perchè venuto a conoscenza del suo ruolo di confidente dei Carabinieri, ha continuato a frequentare il casolare? Aveva forse avuto garanzie? E da chi?

Per questa incredbile storia Mario Mori, oggi generale, è attualmente sotto processo a Palermo per favoreggiamento alla mafia. Uno dei procedimenti più importanti nella storia di questo Paese. Uno dei processi meno seguiti dall'informazione italiana.

Link: http://www.nuovasocieta.it/inchieste/6125-pezzi-di-una-trattativa-la-mancata-cattura-di-provenzano.html

 

 

Scritto da Giuseppe Lo Bianco    
Mercoledì 02 Giugno 2010 20:16


Nel mirino gli incontri del senatore tra il '92 e il '93.

PALERMO. Ora che la Dia, su delega della Procura antimafia di Firenze, cerca riscontri a presunti incontri tra il senatore Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss stragisti del ’93, setacciando gli alberghi romani e analizzando centinaia di tabulati telefonici, i magistrati rileggono le “relazioni pericolose” del senatore - già condannato per mafia a 9 anni - durante il ’93, nel pieno della stagione delle bombe.

E in particolare in autunno, subito dopo l’estate trascorsa dai due boss tra feste e cene, in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla villa del futuro presidente del Consiglio Berlusconi. Gli investigatori stanno rileggendo quel periodo cruciale per la storia recente del nostro Paese a partire dagli incontri con Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, che andò a trovare Dell’Utri a Milano nel novembre ’93. Gli incontri, annotati nelle agende del leader di Publitalia e ammessi in un primo tempo da Dell’Utri “per ragioni personali” (spiegazioni bollate in sentenza come “giustificazioni impacciate”), sono stati recentemente smentiti dal suo difensore, Alessandro Sammarco, che li ha negati sostenendo come il senatore fosse stato indotto in errore dal non avere letto le annotazioni nell’agenda.
leggi tutto

Ma i contatti siciliani di Dell’Utri, in quel periodo, sono numerosi, e da lui sempre diligentemente annotati, come nel caso di un block notes a lui sequestrato, nel quale tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio datato 3/2/1994, sono segnati numerosi contatti intrapresi dall’avvocato catanese Nino Papalia, indagato in passato dalla Dda di Catania per traffico d’armi. In una di queste (al foglio 3/2/1994) si legge: “Avv. Papalia per candidature su Catania”. Non solo contatti, ma dalle agende di Dell’Utri sono venuti fuori numeri telefonici di interesse investigativo: nella nota del 4/4/1996, la Dia ha segnalato che sull’elenco “agenda 12/5/1993”, sequestrata a Villa La Comacina, residenza del senatore, sono stati trovati due numeri telefonici di Perrin Patrick, un faccendiere in contatto con Licio Gelli, e implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas. Un uomo ben conosciuto dagli investigatori che nel 1982 avevano emesso un fonogramma di ricerche internazionali nei suoi confronti perché ritenuto coinvolto nella rapina di un portavalori assieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi esponenti del clan Santapaola di Catania. I riflettori investigativi si riaccendono anche sul periodo precedente, sempre a cavallo delle stragi, e cioè sui brevi soggiorni che Dell’Utri ha fatto presso l’Hotel Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e nell’ottobre 1992. La Dia, infine, ha elaborato i traffici telefonici di Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a Cosa Nostra, tra i quali i misteriosi Salvatore Scardina e Rosario Cattafi (il primo titolare di una villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 un summit mafioso diede il via libera alla campagna stragista nel “continente”, il secondo avvocato barcellonese già indagato per i suoi rapporti con i servizi segreti e la massoneria deviata) “individuando – come scrive il gip di Caltanissetta che ha archiviato l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi – diversi punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine”.


Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Link: http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2947%3Ale-relazioni-pericolose-di-dellutri&catid=20%3Aaltri-documenti&Itemid=43

 
Cittadini consapevoli in piazza ricordano Giovanni Falcone. Inizia un nuovo percorso

Ore 17.58 del 23 Maggio. Diciotto anni fa esplode l’autostrada A29 all’altezza dello svincolo di Capaci. Con il giudice perdono la vita la moglie e gli uomini della scorta. Domenica pomeriggio a piazza Cairoli per un minuto regna il silenzio. Poi la musica, i primi passi, il corteo.

L’associazione Energia Messinese da tempo presente sul territorio a favore della sensibilizzazione antimafiosa, ha ottenuto per l’organizzazione il patrocinio comunale. In rappresentanza istituzionale ad inizio corteo l’assessore Miloro e il presidente del consiglio comunale Pippo Previti. Fulminea la presenza del sindaco Buzzanca. Niente bandiere, solo uno striscione in testa: chi non ha paura muore una volta sola. Inizialmente non si contano duecento persone. Gente diversa e unita per dare alla città un soffio di speranza proveniente dal basso. La folla procede per la via Tommaso Cannizzaro, sono immediati gli interventi fra il Tribunale e l’Università . Via Gaetano Martino,

via Santa Cecilia, fra i negozi, viale San Martino, piazza Cairoli.

È il corteo che rispettosamente e senza timore fra i commercianti invita a non pagare il pizzo, ad unirsi, a procedere fianco a fianco. Sguardi sbigottiti e increduli fra i passanti. Interventi spontanei percorrono le vie. Sono i messinesi liberi che condannano la mentalità mafiosa e clientelare, sono i siciliani onesti che marciano decisi, consapevoli della cappa massonica che succhia la linfa vitale dalla gente, la speranza, la cosa pubblica. Si aggregano persone, ragazzi, giovani e adulti, non mancano le critiche. Non manca lo sfondo cupo d’omertà e indifferenza; perché si sa, è meglio non sentire o addirittura non sapere, quando si parla di mafia e massoneria, di quel tessuto radicato profondamente nel nostro territorio fra Messina, Barcellona e Milazzo. Non si parli mai dei dati emersi dalle indagini, non si pongano domande seppur lecite, sulla figura di procuratori, politici, boss.

I sognatori aumentano strada facendo. Non si disperdono alla fine del corteo, a piazza Cairoli li attende un palco. Sullo sfondo i cartonati ideati e creati dal celebre fumettista messinese Lelio Bonaccorso: Beppe Alfano, padre Puglisi mano nella mano col piccolo Giuseppe di Matteo, Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Graziella Campagna, Libero Grassi, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Adolfo Parmaliana. Sono loro i protagonisti, in prima fila e con lo sguardo rivolto verso la piazza.

Con la maglietta raffigurante Giovanni Falcone interviene Giuseppe Mangano, giovanissimo studente messinese col sogno di divenire magistrato. A seguire telefonicamente l’imprenditore Ignazio Cutrò, il giornalista antimafia Pino Maniaci, lo scrittore e blogger milanese Piero Ricca. È tardo pomeriggio, quasi sera, scioglie il ghiaccio dal palco Antonio Mazzeo, autore del libro “I Padrini del Ponte”, concentrando l’attenzione sulle infiltrazioni mafiose nella grande opera. Un rilievo speciale lo merita Gianluca Manca, fratello di Attilio, e la sua famiglia. La morte dell’urologo Attilio Manca è troppo recente per avere giustizia, troppi illustri personaggi coinvolti e diversi legami fra personalità di spicco del nostro territorio. È ancora presto per fare luce, per affermare che non si è trattato di suicidio ma di omicidio. Bisogna pazientare, non solo i familiari ma tutti noi.

La consapevolezza è la chiave, il primo passo da compiere attraverso l’informazione libera e non vincolata. Per questo motivo non ha sorpreso il silenzio della stampa cittadina, sia prima che dopo la manifestazione, ha solo sdegnato. Come sdegna , per citare Paolo Borsellino, questo continuo “puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Qualcosa però è avvenuta e bisogna continuare questo percorso a testa alta. I messinesi sono scesi in piazza, hanno preso coscienza e parlato senza timore.
Che questo sia solo l’inizio di un grande percorso, lungo e turbolento, la prima semina grazie alla quale si potranno ammirare i frutti nelle prossime generazioni. Cambiare noi stessi ancor prima di additare le istituzioni assenti e gli amministratori. Cambiare nei gesti e nelle azioni quotidiane, allontanandosi sempre di più dalla mentalità mafiosa, dal modus operandi clientelare e omertoso caratteristico della Signora dello Stretto.

Antonio Marchese

Link: http://www.tempostretto.it/8/index.php?location=articolo&id_articolo=40368
 
17 maggio 2010
MAFIA E APPALTI A MILAZZO, DUE INDAGATI ECCELLENTI


La squadra mobile ha eseguito stamani a Messina quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Nicola Cannone, 45 anni, Francesco Carmelo Messina, 62 anni (nella foto in alto), Salvatore Puglisi, 54 anni e Francesco Di Maio, 32 anni. Secondo le indagini i quattro imprenditori del messinese avrebbero imposto ad un'impresa edile di Palermo, che nel marzo 2007 si era Aggiudicata l'appalto per la riqualificazione ambientale del litorale di ponente a Milazzo, non solo una tangente del 3% ma anche la fornitura di materiali. Indagati anche il Sindaco di Milazzo, Lorenzo Italiano e l'anchorman Rino Piccione.

Quattro imprenditori messinesi ritenuti collegati alla 'famiglia' mafiosa di Barcellona sono stati arrestati dalla Squadra mobile di Messina nell'operazione antimafia "Ponente" per concorso in estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso.

La squadra mobile ha eseguito stamani a Messina un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Nicola Cannone, 45 anni , Francesco Carmelo Messina, 62 anni, Carmelo Salvatore Trifirò, 38 anni , Salvatore Puglisi, 54 anni e Francesco Di Maio, 32 anni, imprenditori del Messinese, con l'accusa di estorsione e tentativo di estorsione con l'aggravante metodi mafiosi.

Il provvedimento di custodia cautelare firmato dal Gip Antonino Genovese su richiesta del sostituto procuratore della Dda, Antonio Nastasi, è stato notificato in carcere al boss Carmelo Salvatore Trifirò della clan mafioso di Mazzarra' Sant'Andrea.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Messina sono cominciate dopo la denuncia di un imprenditore edile palermitano.

L'imprenditore, è comproprietario della Encla di Palermo che nel marzo 2007 si era aggiudicata un appalto per i lavori di riqualificazione e recupero ambientale del 'water-front' della riviera di ponente del comune di Milazzo (Me).

Nell'agosto 2007, all'avvio dei cantieri, aveva subito atti intimidatori con la collocazione di bottiglie incendiarie su alcuni mezzi meccanici.
Dopo aver ceduto alle richieste degli estortori nel maggio 2008 l'imprenditore ha deciso di denunciare.

Dalle indagini, condotte dagli agenti guidati da Marco Giambra, è emerso che gli estortori erano imprenditori e imponevano la fornitura di materiale edile a prezzi maggiorati e sarebbero stati affiliati al clan dei Mazzaroti di Barcellona Pozzo di Gotto.

L'importo della tangente richiesta era del 3% del valore complessivo dell'appalto, con un ulteriore richiesta del versamento di 20 mila euro per le famiglie dei detenuti quale "regalo natalizio".

Nell'inchiesta figurano altri cinque indagati per il quale il magistrato aveva chiesto l'arresto ma che il gip ha rigettato.

Si tratta di Elio e Carmelo D'Amico e Domenico Molino, indagati a vario titolo di estorsione e tentativo di estorsione.

Indagati anche il sindaco di Milazzo, Lorenzo Italiano e l'anchorman Rino Piccione (foto in basso). Per loro l'ipotesi di reato è tentativo di concussione.

Il sindaco Italiano è indagato per una vicenda risalente al settembre del 2007. Avrebbe detto al titolare dell'impresa che stava seguendo i lavori che "un suo caro amico aveva problemi di natura economica" e che avrebbe dovuto aiutarlo "perchè sarebbe tornato utile sia a me come impresa sia a lui come politico".

Il sindaco avrebbe imposto all'amico imprenditore di andare da Rino Piccione il quale gli avrebbe detto che gli servivano 50 mila euro.

Piccione avrebbe poi detto all'imprenditore che sarebbe intervenuto sul Sindaco per fargli ottenere l'anticipazione sull'appalto per la riqualificazione del water front di Milazzo.

Link: http://danieleandaloro.blogspot.com/2010/05/mafia-e-appalti-milazzo-due-indagati.html
 
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