BARCELLONA P. G.: PARCO
COMMERCIALE, BLITZ DELLA GUARDIA DI
FINANZA AL COMUNE. LA PROCURA
ACQUISISCE GLI ATTI CHE POTREBBERO
ESSERE TRASMESSI ALLA PROCURA
DISTRETTUALE ANTIMAFIA.
29 Aprile 2010

Il sostituto procuratore Francesco Massara ha ordinato l’acquisizione di tutti gli atti amministrativi e progettuali che hanno portato - commissione urbanistica e consiglio comunale - all’approvazione definitiva del più grande “Parco commerciale” della Sicilia la cui realizzazione su iniziativa privata è prevista su terreni estesi per oltre 18 ettari in contrada Siena di Barcellona. Ieri mattino, poco prima delle 9, i militari della Guardia di finanza della tenenza di Barcellona, agli ordini del tenente Pasquale Danese, hanno varcato la soglia di Palazzo Longano diretti negli uffici tecnici del VII Settore edilizia ed urbanistica di cui è responsabile l’ing. Gaetano Calabrò da dove sono poi usciti poco prima delle 14 con l’intero faldone degli atti necessari per proseguire l’inchiesta avviata dalla Procura di Barcellona. I Finanzieri che una volta in Municipio si sono subito diretti nell’ufficio del dirigente comunale, hanno esibito l’ordine di acquisizione adottato dal magistrato inquirente con il quale si imponeva all’ufficio tecnico la visione e il rilascio della copia di tutti gli elaborati grafici, delle relazioni, dei verbali della commissione urbanistica e la delibera n. 59 del Consiglio comunale del 16 novembre scorso con la quale l’organo collegiale ha approvato definitivamente il progetto del maxi Parco commerciale. Il progetto su cui l’Autorità giudiziaria ha aperto una inchiesta a seguito di una prima e complessa informativa redatta dalla Guardia di finanza è stato presentato dall’immobiliare “Di.Be.Ca - sas” di Ferdinanda Corica & C., società che fa capo alle famiglie Di Benedetto e Cattafi e proprietaria di un’area estesa 5,24 ettari su un totale complessivo dell’area da particolareggiare di 18, 40 ettari. L’Autorità giudiziaria attraverso il capillare lavoro della Guardia di finanza intende verificare se vi siano profili di illegittimità, oltre che ad ipotetici abusi d’ufficio, nelle procedure propedeutiche e di approvazione finale del Parco commerciale che una volta realizzato dovrebbe essere il più grande dell’Isola. Non è escluso che gli atti dell’inchiesta per la particolare valenza della vicenda, cominciare alla scelta di inserire nel Prg l’area su cui dovrà sorgere il Parco, siano trasmessi alla Procura distrettuale antimafia. L’indagine è solo all’inizio e non figurano ancora indagati. L’inchiesta è stata generata dalla polemiche successive all’approvazione quasi all’unanimità, che ha portato associazioni cittadine a prendere una dura posizione sulla vicenda. Inoltre il senatore del Pd Beppe Lumia, componente della Commissione nazionale antimafia, prendendo spunto dalla diffusione di documenti - denuncia sulla genesi del Parco, ha deciso di presentare una interrogazione parlamentare al Presidente del consiglio dei ministri e al ministro dell’Interno ipotizzando possibili infiltrazioni di tipo mafioso nella vicenda che ha generato l’idea del Parco commerciale a Barcellona. L’area della “Di. Be. Ca.”, la società che si è fatta promotrice dell’iniziativa, apparteneva originariamente all’Oratorio Salesiano di Barcellona. La stessa area fu poi oggetto di un contenzioso con gli eredi del benefattore che aveva donato i beni. Alla fine una transazione ha portato al trasferimento dell’immobile alla “Di. Be. Ca.”. Il resto del terreno di contrada Siena, esteso complessivamente per 18, 40 ettari appartiene invece ad altri e numerosi privati che si sono visti “calare” gia nel Prg i proprie appezzamenti agricoli nell’area destinata alle infrastrutture per il commercio. Nel Parco commerciale dove si potranno insediare sei diverse catene della grande distribuzione con l’apertura di altrettanti ipermercati, si prevedono parchi per bambini, alberghi e trattorie nei fabbricati rurali e strutture commerciali e per il tempo libero, oltre a s servizi per le imprese e per i residenti. La zona del Parco individuata nel Prg confina ad ovest con l’esistente zona artigianale sottoposta a Pip di iniziativa comunale, a sud con il dimesso rilevato ferroviario, ad est e a nord con fondi agricoli privati e sarà servita dalla futura strada di collegamento con il territorio di Milazzo prevista dal Prg Asi. (l.o.)
Link: http://www.enricodigiacomo.org/page/3/
Non ci piegheremo alle
intimidazioni mafiose!
di Helene Benedetti* - 30 aprile 2010
Dopo la pubblicazione dell’articolo che potete leggere qui sotto, Gianluca Manca, fratello di Attilio vittima di mafia, ha subito un ennesimo atto intimidatorio.
La mafia però non ha fatto bene i conti questa volta, la resistenza non è fatta da ignorantelli che si lasciano intimidire, la resistenza è fatta da gente che non si fermerà davanti a nulla.
Poco importa ciò che deciderete di fare da adesso in poi, noi non ci fermeremo, ma anzi, ad ogni atto intimidatorio faremo tutti da cassa di risonanza!
Potete continuare a spaccare parabrezza e altri oggetti materiali, potete anche uccidere, noi andremo avanti fino a quando gli assassini di Attilio Manca non saranno arrestati!
E adesso, chiedo a tutti, utenti, blogger, gestori di siti, tutti, di divulgare anche più volte al giorno quest’articolo perché l’unione fa la forza!
Perché questi mafiosi capiscano che la famiglia Manca non è sola, perché capiscano che noi siamo più forti di loro e che hanno già perso, è solo questione di tempo!
Il comunicato di Gianluca Manca:
Mi rivolgo a quei barcellonesi proprietari di quella terrazza, nel cui spazio sottostante, oso parcare la mia autovettura...!!!
POTETE GRAFFIARE ( COME E' ACCADUTO RECENTEMENTE ), ROMPERE IL PARABREZZA ( COME E' ACCADUTO OGGI...!!! ) POTETE, VOLENDO, ANCHE DISTRUGGERE LA MIA AUTO...!!!
Questo, fortunatamente, è un danno riparabile...!!!
UN DANNO IRREPARABILE E' STATO COMPIUTO A VITERBO TRA L'11 ED IL 12 FEBBRAIO 2004...!!!
PER QUEST'ULTIMO DANNO NON SMETTERO' MAI DI LOTTARE PER AVERE VERITA' E GIUSTIZIA!!!
Barcellona P. G. ( ME ) lì, 22.04.2010
Gianluca Manca
* Informare per Resistere
L’articolo che ha infastidito i disonesti: Quando la tonaca non fa il frate 
di Helene Benedetti (Informare per Resistere)
-pubblicato su www.antimafiaduemila.com -17 aprile 2010-
A Barcellona Pozzo Di Gotto (ME), paese dov’è radicata una forte organizzazione di stampo massonico-mafioso, c’è il Convento dei Frati Minori di Sant’Antonio da Padova.
La sacra struttura, ospitò, fino all’anno 2002, il frate Salvatore Massimo Ferro, che continuava, seppur saltuariamente, a frequentare il convento di Barcellona Pozzo di Gotto, dopo che fu trasferito a Messina.
Il frate Salvatore Massimo Ferro è figlio di Antonio Ferro, capo mandamento di Cosa Nostra di Canicattì(AG), nonché compare di Bernardo Provenzano.
E’ fratello di Calogero Ferro, condannato per associazione mafiosa.
E’ fratello di Gioacchino Ferro e Roberto Ferro, entrambi arrestati per associazione mafiosa, facevano parte del tessuto associativo di Bernardo
Provenzano, curavano i suoi interessi, i suoi affari, la corrispondenza, gli spostamenti, e veicolavano il denaro sporco dello stesso Provenzano. Ferro Gioacchino è ancora detenuto. Ferro Roberto è stato assolto.
E’ nipote di Salvatore Ferro, un fedelissimo di Bernardo Provenzano al punto di essere fra i pochissimi prescelti a partecipare al summit del 31 ottobre del 1995 a Mezzojuso(PA), riunione che determinò il rinnovamento di Cosa Nostra.
E’ strettissimo parente di una famiglia mafiosa completamente implicata negli affari di Bernardo Provenzano.
Nonostante queste parentele imbarazzanti, non è mai stato allontanato dalla Sicilia.
Sappiamo che Provenzano si è rifugiato a Barcellona Pozzo di Gotto perché ci sono delle intercettazione ambientali che ne danno certezza. La sorella del boss Bisignano parlando con un immobiliarista disse: “Avevano ragione i Manca, che dicono che suo figlio ha visitato Provenzano, tutti lo sapevamo che “iddu” era qua.” Tuttavia non è mai stata fatta indagine accurata per scoprire dov’era nascosto esattamente il boss latitante.
Nell’anno 2003 un tumore alla prostata colpì Bernardo Provenzano, Attilio Manca era uno dei migliori urologi d’Italia, fu uno dei primi adeseguire la prostatectomia in laparoscopia, aveva studiato in Francia questa nuova tecnica, ed era originario di Barcellona Pozzo di Gotto.
Bernardo Provenzano è stato per ben 2 volte ricoverato a Marsiglia, in 2 cliniche differenti, entrambe le volte sotto falso nome: Gaspare Troia.La prima volta, dal 7 al 10 luglio 2003 per esami in una piccola clinica privata di La Ciotat. La seconda volta, il 29 ottobre 2003 nella
clinica privata “Casamance”di Aubagne. Occupò la stanza numero 7, gli venne asportato un tumore alla prostata col metodo della laparoscopia.
I genitori di Attilio Manca dicono di aver ricevuto, in quei giorni, unatelefonata del figlio Attilio in cui disse di essere in Francia per assistere ad un intervento, e, per la prima volta, non sarebbe tornato a casa per le festività, vi farà ritorno il 5 novembre. Il ritorno di Bernardo Provenzano in Sicilia è stato il 4 novembre.
Nelle indagini si nomina un urologo siciliano, un urologo che non è maistato trovato.
Dalle dichiarazioni fatte da un anonimo al Maresciallo Guazzelli (ucciso nel 1992), sappiamo che Bernardo Provenzano era conosciuto dalla mafia di Sambuca di Sicilia, come “un uomo che non ammetteva errori, era un individuo pieno di soldi, una persona che andava per le spicce, faceva uccidere anche al minimo dubbio”; da qui, capiamo che Provenzano non
avrebbe avuto alcuno scrupolo a risparmiare la vita al medico che lo curò. Attilio Manca era una specie di luminare, forse era un ragazzo anche ingenuo, in fondo aveva passato la vita sui libri e nelle sale operatorie, a 34 anni era un medico raro nel suo genere.
Ora, un uomo con tutti quei soldi, che da latitante va ad operarsi a Marsiglia sotto falso nome, ovviamente pretende il miglior medico in Italia. Chi è stato questo medico? Attilio Manca, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, territorio di Provenzano.
A questo punto bisognerebbe chiedersi chi è il tramite fra un boss mafioso latitante da oltre quarant’anni ed un ragazzo tanto onorevole?
Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di arma, e condannato in 1° grado per traffico di droga (di recente assolto in appello), frequentatore di molti personaggi di interesse investigativo come AngeloPorcino, Lorenzo Mondello, Rosario Cattafi ed altri, è il cugino in primo grado del dottor Attilio Manca. È sua l’impronta che venne rilevata nel mese di marzo nella casa di Viterbo in cui venne ritrovato il corpo dell’urologo. Ugo Manca giustificò l’impronta dicendo di essere stato nella casa del cugino il 15 dicembre 2003. Evidentemente Ugo Manca non sapeva che la famiglia del medico ucciso era stata a casa di Attilio il 23 e 24 dicembre, e la madre aveva provveduto ad una profonda pulitura di tutta la casa e del luogo dove fu ritrovata l’impronta.
Inoltre, la polizia scientifica, al momento del rilevamento dell’impronta, dovrebbe essere in grado di rilevare quando l’impronta è stata lasciata; ma alla procura di Viterbo questi particolari non
interessano.
Il ruolo di Ugo Manca nella vicenda non si ferma qui, in una telefonata ai genitori 10 giorni prima di morire, Attilio chiese informazioni su un tale Angelo Porcino (lo ritroveremo nel 2007 in carcere con l’accusa di tentata estorsione con l’aggravante mafiosa), perché era stato
contattato telefonicamente dal cugino Ugo Manca e questi gli aveva preannunciato che Porcino sarebbe andato a trovarlo a Viterbo per un consulto. Quindi, Ugo Manca era il chiaro tramite fra Attilio e un personaggio legato alla mafia Barcellonese.
I rapporti fra Ugo Manca e Angelo Porcino, diventano palesi anche da un altro “piccolo” dettaglio: furono sorpresi insieme ad un summit di sospetto sapore mafioso il 7 maggio 2002.
Il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del cugino, Ugo Manca si recò alla Procura della Repubblica di Viterbo per sollecitare, a nome dei genitori del medico, la restituzione del corpo e il dissequestro dell’appartamento. Ma il padre e la madre di Attilio, ascoltati dal pm, hanno dichiarato di non aver mai chiesto al loro nipote di fare tali richieste.
Il caso Manca, a distanza di tutti questi anni, resta ancora un grande eimbarazzante mistero sotto tutti i fronti; la Procura di Viterbo continua a non indagare, il Vaticano e l’Ordine dei Frati Minori di Sant’Antonio da Padova non hanno mai provveduto a far trasferire da subito e molto lontano un frate con una posizione tanto imbarazzante, anzi, il frate Salvatore Massimo Ferro ha denunciato per diffamazioni l’avvocato della famiglia Manca, Fabio Repici. Anche la madre di Attilio è stata denunciata dal Rev.do Fr. Matteo Castiglione.
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27506/78/
http://decretino.wordpress.com/2010/04/29/noi-ci-piegheremo-alle-intimidazioni-mafiose/
LinK: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27859/48/
Questa mattina ho scritto una lettera aperta alla Curia Arcivescovile di Palermo, chiedendo dei chiarimenti in merito ad un episodio accaduto ieri in mia presenza:
Alla Curia Arcivescovile e.p.c.
all'Arcivescovo S.E. Mons. Paolo Romeo
Mi rivolgo a Voi in quanto molto sorpresa e indignata da quanto accaduto ieri, domenica 25 aprile 2010, nella parrocchia "Santa Susanna" di Palermo (sita in Via A. Cirrincione 56/B).
Mi trovavo in chiesa per la Cresima di mio fratello, quando ho appreso che la Santa Messa sarebbe stata rimandata di circa 30 minuti per la sostituzione di un parroco. Questa era la motivazione ufficiale, ma in realtà abbiamo atteso il Presidente della Regione Raffaele Lombardo. Viene naturale chiedersi se ad un cittadino "semplice", senza cariche istituzionali, sarebbe stato garantito lo stesso trattamento di favore. Mi chiedo perchè tutti gli altri abbiano dovuto attendere che il Sig. Lombardo fosse disponibile.
Al Presidente inoltre, è stato riservato il posto in prima fila e gli è stato consentito di avere accanto la coniuge, privilegio che non è stato accordato agli altri padrini. Perchè? Che differenza passa tra il Presidente della Regione ed il cittadino agli occhi della Chiesa cattolica?
Ma non è tutto, purtroppo.
La cosa più grave è stato il monito del parroco, che ha invitato l'intera Comunità a pregare per il Presidente Lombardo in virtù del terremoto giudiziario che lo ha travolto, affinchè Dio lo illumini dopo le pesanti accuse (concorso esterno in associazione mafiosa) ricevute.
E' questo il ruolo della Chiesa?
Durante la Santa Messa, ed in una giornata in cui viene celebrato il Sacramento della Cresima, è normale fare mera propaganda politica? E' normale schierarsi, perdipiù con un indagato per mafia? Quale segnale arriva alla Comunità in questi casi?
Non sarebbe il caso che la Chiesa tornasse al Suo ruolo di guida spirituale senza trattamenti di favore nei confronti dei potenti, senza propaganda politica, senza discriminazioni?
Questi episodi offendono la memoria delle vittime innocenti della mafia tra le quali, Vi ricordo, ci sono anche parroci come Don Pino Puglisi e Don Peppe Diana, simboli di ciò che la Chiesa dovrebbe essere e di quale atteggiamento dovrebbe assumere nei confronti del fenomeno mafioso.
Sonia Alfano
Deputato europeo
Membro della Commissione LIBE
Presidente Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia
LinK: http://www.soniaalfano.it/content/lettera-aperta-alla-curia-di-palermo
19 aprile 2010 - Barcellona Pozzo di Gotto
Oggi non si muore. A teatro per i morti di mafia della
porta accanto.
Manuela Modica
Una rappresentazione teatrale per ricordare le vittime della violenza mafiosa. Per la prima volta, non si tratta di vicende lontane ma vicine nello spazio e nel tempo. Ferite ancora aperte nella comunità. Graziella Campagna, Beppe Alfano, Adolfo Parmaliana, Attilio Manca. Ma anche i morti che nessuno ricorda mai, come Antonino Sboto, un giovane poco più che ventenne a cui furono mozzate le mani perché aveva osato rubare nella casa sbagliata.
Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina. Il 21 marzo, il movimento “Città aperta” mette in scena una “(P)resa di coscienza” - questo il nome dello spettacolo – che potrebbe segnare un momento rivoluzionario della storia della città. Il teatro dell’Oratorio dei Salesiani è stracolmo per ben due giorni di fila, lunedì sera compreso, e si devono arrangiare altre sedie. Alla fine dello spettacolo, è standing ovation di fronte alla scritta che campeggia sullo schermo: “Oggi non si muore”. In onore della famosa frase di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “I vigliacchi muoiono ogni giorno, i coraggiosi una volta sola”. In platea le famiglie delle vittime sono così celebrate.
Accanto a loro siede la Procura della Repubblica di Barcellona – non tutta – rappresentata in questa storica scena dal procuratore capo Salvatore De Luca, il sostituto Michele Martorelli, Francesco Massara. C’è il presidente dell’associazione nazionale antiracket Giuseppe Scandurra. E non può mancare l’avvocato-coraggio del barcellonese, Fabio Repici, che registra: “La società di Barcellona è più avanti di quanto si pensi, è la ‘testa’ che è indietro”. È sicuramente ben lontana da quel 1993, anno in cui, dopo la morte del giornalista Alfano, la Commissione Antimafia scrisse: “In particolare, ci aveva colpito il fatto che il sindaco non avesse dichiarato il lutto cittadino”. Ma Barcellona in quelle due serate celebrava i suoi caduti, in piedi. Applaudiva commossa. Si guardava allo specchio, provando a non morire ogni giorno, assistendo a una prima assoluta.
Ovvero una città di mafia, “la Corleone del XXI secolo”, che si stringe a teatro per contare i suoi morti, raccontare le loro storie. Che sono storie vicinissime – attenzione - con vicende processuali ancora in corso o da poco risolte in Cassazione. Così che il momento teatrale è dei migliori: rappresentazione del qui e ora, di se stessi. È catarsi. È teatro vero come pochi. È un episodio che dice ancor più di quel che rappresenta. Una città tanto ‘imbrigliata’ nei poteri forti da avere evitato lo scioglimento del Comune per mafia, nonostante la richiesta ufficiale del procuratore capo di Messina, Luigi Croce, al termine della relazione della Commissione nazionale antimafia, nel luglio 2006. misteriosamente arenata negli uffici del Ministero degli Interni. Avvilita da una cappa mafiosa e massonica, da intrecci e maglie che non si riesce a districare.
Da un trentennio di furia mafiosa, che ha inizio con l’omicidio di Santo Messina, nel 1980, per finire con l’ultimo agguato mortale del 27 marzo dello scorso anno, quando fu ucciso il boss in ascesa Melo Mazza. In mezzo un lungo elenco di mani tagliate, corpi bruciati, vite affogate. Una città così che alza la testa e si guarda allo specchio. Anche se guardare in quello specchio non è esattamente un bel vedere, anzi. Lo spettacolo è un percorso – fin troppo didattico, ma non è il caso di fare i pignoli – che dischiude la vera realtà siciliana. “La verità non ti viene a cercare”, ripete l’attore sul palco, ed è così: non è scontato accorgersene neanche nei posti più avviliti dal fenomeno mafioso, ma la drammaturgia è intelligente, e smonta le resistenze della comunità ad accettare la realtà.
Basta raccontare la storia di Graziella Campagna, per esempio. Non è vero che se stai buono, vivi tranquillo: la mafia a volte ti viene a cercare. Graziella è morta a 17 anni nel modo più casuale in cui si possa diventare vittime di mafia: trovando per caso la carta d’identità di un latitante. E non serve, non basta andare via: la storia di Attilio Manca è eloquente. Il bravo urologo, barcellonese di origine, viterbese di adozione, era l ’unico in Italia, assieme al suo maestro Gerardo Ronzoni, a sapere operare la prostata per via laparoscopica, l’unico in Sicilia. Era forse l’uomo perfetto per la prostata di Bernardo Provenzano. Fu trovato morto nella sua casa di Viterbo in circostanze misteriose e ancora da chiarire. Overdose, fu detto subito. Ma anche di Graziella Campagna era stato detto si trattasse di un delitto passionale, il caso fu addirittura archiviato in un primo momento dal gip Marcello Mondello, lo stesso condannato, anni dopo, in primo grado, a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Solo le tenaci insistenze del fratello Pietro Campagna riuscirono a far riaprire il caso e ottenere la condanna di Gerlando Alberti, definita in cassazione solo lo scorso anno, 24 anni dopo il colpo di lupara sparatole dritto in faccia. Così anche del giornalista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia barcellonese per il suo scomodo investigare, fu detto che fosse stato ucciso per debiti di gioco, o che aveva violentato una delle sue alunne. Nella provincia babba - così viene chiamata quella messinese, ritenendola scema perché non mafiosa - le vittime restano sole, isolate dalla popolazione, ignorate dalle autorità giudiziarie.
Un vuoto politico, giuridico e sociale nel quale è stato risucchiato Adolfo Parmaliana, il docente di chimica dell’Università di Messina, il ‘rompicoglioni’ per eccellenza tra i ‘babbi’, per le sue continue proteste e denunce. Morto suicida nell’ottobre del 2009, dopo aver scelto con cura il punto del viadotto autostradale da cui gettarsi per cadere fuori dal territorio d’intervento della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, ed evitare che l’estremo atto d’accusa fosse raccolto proprio da quella Procura. Anche lui inserito di diritto nel caleidoscopio spaventoso della rappresentazione teatrale. Ma si ascolta anche la storia di Antonino Sboto, un giovane poco più che ventenne a cui furono mozzate le mani perché aveva osato rubare nella casa di un congiunto di un boss. Insomma, c’è l’orrore allo specchio e la meglio Barcellona prova a riconoscerlo. E ad alzare la testa.
Link: http://www.terrelibere.it/terrediconfine/3989-oggi-non-si-muore-a-teatro-per-i-morti-di-mafia-della-porta-accanto
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