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I familiari di Attilio Manca, urologo a Belcolle trovato morto nel 2004, non riescono a crederci.

Per la terza volta la procura di Viterbo ha depositato la richiesta di archiviazione del caso. E per la terza volta la madre e il fratello di Attilio, Mariangela e Gianluca Manca, sono pronti a fare ricorso. Per non lasciare che sulla morte di Attilio cali il silenzio.

“L'unica cosa che non permette di arrivare alla verità, è la lunga serie di depistaggi – dice, indignata, la madre di Attilio -. Mio figlio è stato ucciso dalla mafia, perché ha visitato Bernardo Provenzano”.

Attilio Manca fu trovato cadavere il 12 febbraio 2004 nel suo appartamento. Se si sia trattato di omicidio o suicidio, a distanza di cinque anni, nessuno lo sa. Procura compresa, che si è fermata all'incidente probatorio sulle tracce di dna trovate in casa di Attilio, in particolare su una cicca di sigaretta e sulla strumentazione medica del dottore.

La famiglia non ha mai creduto alla tesi del suicidio. La madre e il fratello di Attilio sono da sempre convinti che sia stato ucciso dai mafiosi, dopo essere stato costretto ad assistere all'intervento alla prostata di Bernardo Provenzano, a Marsiglia. Eliminando Attilio, la mafia si sarebbe sbarazzata di un testimone scomodo, a detta dei parenti della vittima che ora sono pronti a continuare la battaglia per vie legali.

“Per ora siamo ancora alla fase delle indagini preliminari – dice Gianluca Manca - . Da parte mia, mia auguro solo di poter avere giustizia. Per dare dignità a mio fratello”.

 


Ancora una volta Barcellona Pozzo di Gotto. Ancora una volta quel bubbone di affari sporchi, poteri occulti e coperture istituzionali, mai interamente disvelate, torna ad essere oggetto di indagine della magistratura. Ancora una volta c’è di mezzo l’ombra della massoneria e della mafia. Tre giorni fa la Polizia di Messina ha eseguito una perquisizione, su ordine dei magistrati della Dda Angelo Cavallo e Giuseppe Verzera, nell’appartamento dove si riunivano gli esponenti della loggia massonica coperta Ausonia. E i poliziotti si sono trovati davanti a uno scenario fatto di teschi, candelabri e arredi tipicamente massonici. Un campionario di oggetti posto sotto sequestro, insieme agli elenchi degli associati, tra cui medici, avvocati, insegnanti e imprenditori. Sei persone sono state identificate, fra cui il Gran maestro Carmelo La Rosa, medico di Barcellona Pozzo di Gotto e proprietario della casa. Tutto nasce dalle dichiarazioni di Maurizio Marchetta, ex Presidente del Consiglio comunale di Barcellona (An), un imprenditore finito nelle carte dell’inchiesta di mafia Omega e massone dichiarato del Grande Oriente d’Italia, loggia Eugenio Barresi. Dal gennaio del 2009 collabora con la giustizia e ha raccontato ai magistrati che anche grazie a questa loggia sarebbero stati condizionati appalti e assunzioni pubbliche. “Posso riferire di forme di condizionamento determinate dall’attuale sindaco di Barcellona Candeloro Nania. Il sindaco ha imposto a privati proprietari di terreni, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, le progettazioni e le successive costruzioni con professionisti da lui stesso scelti”. Sempre dallo stesso verbale salta fuori il nome di un altro Nania, il più famoso senatore di An, Mimmo, cugino del sindaco: “In questo gioco di potere, in particolare, è coinvolto, con la sua influenza, il senatore Mimmo Nania”. Le vicende oggetto dell’inchiesta, insieme ai nomi dei due cugini politici, comparivano già nella richiesta di scioglimento per mafia del comune di Barcellona Pozzo di Gotto, avanzata dal Prefetto di Messina tre anni al governo Prodi, rimasta senza esito. Anche allora sindaco del comune di Barcellona era Candeloro Nania.

Autore: Giuseppe Giustolisi (“Il Fatto Quotidiano”, 28 ott. 2009)
Link: http://barcellonanews.blogspot.com/2009/10/la-messina-massona-indagini-nate-da-un.html
 
Proposta alternativa di documento conclusivo dell’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di ILARIA ALPI e MIRAN HOVRATIN.( STRALCIO DELLA COMMISSIONE RELATIVA ALLA POSIZIONE DELL'AVVOCATO MENICACCI, DIFENSORE DI GIANCARLO MAROCCHINO E DEGLI ATTI DEPOSITATI ALLA PROCURA DI UDINE E DELLA DIGOS DI UDINE: L'AVVOCATO MENICACCI IMPUTATO UNITAMENTE A LICIO GELLI E ROSARIO CATTAFI)26.03.2006
Per capire meglio l’avvocato Menicacci, nel documento 0256 000 agli atti della Commissione ci sono la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento penale n.2566/98 contro Licio Gelli, Stefano Menicacci, Roberto Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari.
Cosa ci faceva l’avvocato Menicacci in compagnia di boss mafiosi, piduisti e personaggi legati all’estrema destra? Uno degli imputati, l’ordinovista Cattafi, era già stato  indagato  anche dall’AG di Messina per traffico internazionale d’armi. Tutti, inoltre, erano stati indagati nell’ambito  dell’inchiesta, denominata “Sistemi criminali”, «per avere, con condotte causali diverse ma convergenti verso l'identico fine, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un 'associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell'ordine costituzionale, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, anche al fine di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».
Gelli, Menicacci, Delle Ghiaie, Cattafi, Battaglia, Di Stefano e Romeo, anche per:
«b) in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 416 bis commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra ", nonché al perseguimento degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, così perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».
Risultava, in particolare, che Menicacci Stefano, avvocato di Stefano Delle Chiaie e suo socio nella "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.", e Romeo Domenico, pregiudicato per reati comuni, l’8 maggio 1990 avevano fondato la Lega Pugliese, l’11 maggio la Lega Marchigiana, il 13 maggio la Lega Molisana, il 17 maggio la Lega Meridionale o dei-Sud, il 18 maggio la Lega degli Italiani e, sempre nello stesso periodo, avevano fondato la Lega Sarda. E la maggior parte di questi movimenti di nuova formazione avevano eletto la propria sede sociale presso lo studio dell'avv. Menicacci, già sède della "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.".
Ulteriori risultanze emergevano, poi, dalla minuziosa analisi dei movimenti leghisti meridionali successivamente compiuta dalla Direzione Investigativa Antimafia, anche sulla base della documentazione fornita dal SISDE e dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione (proveniente dai vari uffici DIGOS), e condensata nelle informative n. 17959/97 del 3/6//1997 e n.3815/98 del 31/V1998 e relativi allegati.
Il dato rilevante che emerge da tali accertamenti è che, nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall'avv. Stefano Menicacci e da personaggi al medesimo legati (per lo più provenienti dalle fila dell'estrema destra), cominciarono a sorgere nelle varie ragioni centrali e meridionali d'Italia una serie di movimenti, tutti, apertamente collegati alla Lega Nord e per lo più fondati da tale Cesare Crosta, e che, in quasi tutti i casi, i movimenti fondati dal Crosta si sono poi fusi con quelli costituiti dall'avv. Menicacci.
Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanze:
- all'inizio degli anni '90 verme elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo "progetto politico", attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva - in particolare - agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci;
- a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una complessa attività preparatoria organizzativa, sul terreno politico, di movimenti meridionalisti, finalizzati, alla costituzione di un nuovo soggetto politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;
- in epoca successiva, all'interno di Cosa Nostra, si deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i "rapporti con la politica", attraverso l'azzeramento dei vecchi referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per l'affermazione di nuovi soggetti politici che tutelassero più efficacemente gli interessi del sistema criminale;
- all'interno di tale strategia venne presa in seria considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione, l'opzione secessionista;
«Non sono, tuttavia, sufficienti», scrivono i magistrati, «per sostenere l'accusa in giudizio gli elementi acquisiti in ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma, sufficientemente provato che l'organizzazione mafiosa deliberò di attuare la "strategia della tensione" per agevolare la realizzazione del progetto politico del gruppo Gelli-Delle Chiaie, né che l'organizzazione mafiosa abbia approvato l'attuazione di un piano eversivo-secessionista per effetto di contatti col gruppo Gelli-Delle Chiaie.
Ed è infatti ipotizzabile - allo stato degli atti - anche una spiegazione alternativa: e cioè che il "piano eversivo", concepito in ambienti "esterni" a Cosa Nostra, sia stato "prospettato" a Cosa Nostra" al fine di orientarne le azioni criminali, sfruttandone il momento di "crisi" dei rapporti con la politica e che l'organizzazione mafiosa ne abbia anche subito - anche temporaneamente - l'influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè dell'eventuale influenza di "soggetti esterni" sulle determinazioni di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel 1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo invece materia del separato procedimento penale concernete l'omicidio dell'on. Salvo Lima, cui si è già fatto cenno».
L’inchiesta, dunque, è stata archiviata ma restano molte ombre (vedi soprattutto la scheda della Dia 3815/98) che avrebbero suggerito, almeno, una maggiore attenzione e una maggiore prudenza nei rapporti con l’avvocato di Giancarlo Marocchino.
Soprattutto rispetto ad una nota contenuta nello stesso documento:
«Nell'informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sul conto di Menicacci, si riportano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Costa Gaetano che chiamano in causa lo studio dell'aw. Menicacci in un tentativo di "aggiustamento" di un processo per il quale si era interessato il mafioso calabrese Giuseppe Piromalli. E si riferisce di contatti fra il mafioso Luigi Sparacio, durante la sua latitanza, e utenze telefoniche di personaggi vicini a Menicacci e Stefano Delle Chiaie. Nella stessa informativa D.I.A. si fa riferimento anche ai rapporti fra l’avv. Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel '92 in contatto con il mafioso Nino Gioè nell'ambito di una delle c.d. "trattative" che Cosa Nostra avviò durante la stagione stragista, in questo caso utilizzando cercando di utilizzare i contatti che Bellini aveva con i Carabinieri (cfr., in merito, la ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Corte d'Assise di Firenze sulle stragi del '93). Richiesta di archiviazione del proc. pen. n.2566/98 R.G.N.R. nei confronti di GELLI Licio+3».
Al riguardo appare opportuno ricordare che l’operatore Calvi ha riferito che: “La cosa sulla quale Ilaria ha sempre cercato delle prove era il traffico di armi e di droga” affermando che questa e una sua personale consapevolezza “perché non abbiamo fatto altro.[22] Ha inoltre aggiunto che in tale settore d’interesse Ilaria seguiva, quale possibile pista, quella dell’utilizzo delle navi Shifco ed il ruolo di Mugne e Giancarlo Marocchino.
Sempre innanzi alla Commissione Gallo i giornalisti Marina Rini, Gabriella Simoni e Giovanni Porzio, pur escludendo che la Alpi stesse indagando su presunti traffici di armi, ammettevano univocamente che “Sin dal 1993 tutti i giornalisti erano a conoscenza di questo traffico” (Marina Rini[28]); “In Somalia tutti i giornalisti si sono occupati della Shifko e del sequestro delle navi” (Gabriella Simoni[29]); “Per quanto riguarda il traffico delle armi, visto che se ne parlava, ho effettuato anch'io delle indagini” (Giovanni Porzio[30]).
Le notizie acquisite dai servizi:
29/3/1991 Centro SISDE Livorno: richiesta di asilo politico di 14 cittadini somali alla questura di Livorno. Segue elenco nomi. Si tratta di marittimi imbarcati sulla motonave “21 Oktobar II” battente bandiera somala già ormeggiata nel porto di Livorno proveniente da Gaeta, che hanno dichiarato di non voler tornare nel proprio paese per la situazione politica ivi esistente.[34]    
3/2/1993 SISDE: Cittadino somalo Isse Ugas Abdulle… segnalato dal SISMI quale elemento pericoloso dedito al traffico d'armi. Dall'esame di alcuni documenti in possesso dello straniero, reperiti dal SISMI, è emerso un tentativo di acquisire un ingente quantitativo di materiali d'armamento, vettovaglie e medicinali vari da destinare al "Somali National Front", per proseguire la guerriglia in atto nel Paese africano.…Il soggetto - dall’elenco di utenze chiamate in Italia allegato all’appunto - risulta aver contattato, tra gli altri, Mugne Said Omar.[35]        
2/3/1993 Centro SISDE Pescara: trasmette un appunto relativo ad articoli stampa pubblicati su i quotidiani "Il Centro" di Pescara e "Il Tempo d'Abruzzo" rispettivamente del 24 e del 25 Febbraio 1993, relativi a Mancinelli Giancarlo, nato a Silvi (TE) il 21 Maggio 1941, e le Società "Somali Italian Fisching Co.”, “Cooperativa Pesca Adriatica arl”, “SEC Società Esercizio Cantieri SpA”, ivi citate, sono state oggetto di interesse.[36]
30/3/1993 Centro SISDE: trasmette un appunto con allegato un articolo di stampa titolato "Questo mitra sa di tonno" apparso in data 28 Febbraio 1993 sul settimanale Espresso.[37]

Le vicende note agli ambienti giornalistici italiani

 

Il Centro Sisde di Pescara Pescara, il 30 Marzo 1993[42] evidenziava un “articolo stampa titolato "Questo mitra sa di tonno" apparso in data 28 Febbraio 1993 sul settimanale l’Espresso. “Le indagini cui si riferiscono gli organi di stampa sono condotte dalla Procura della Repubblica di Teramo ed il relativo fascicolo processuale è stato trasmesso - unitamente al memoriale - alla Procura della Repubblica di Milano dove è stato affidato alla Dott.ssa Gualdi del pool di Tangentopoli. In relazione a quanto precede, si è appreso occasionalmente che il memoriale conterrebbe denunce su attività illecite commesse dall'ex Sindaco di Milano Paolo Pillitteri, da alcuni dirigenti di aziende italiane e da Siaad Barre nell'ambito della assegnazione di appalti in Somalia. Mancinelli - che avrebbe avuto funzione di intermediario - avrebbe dovuto percepire provvigioni di circa 1500 milioni delle quali ne avrebbe intascati solo 50. Le ditte aggiudicatrici dei lavori avrebbero versato tangenti per il 15% sul totale ed alcune di esse avrebbero pagato a Siaad Barre importo in armi”.[43]

 

Un mese prima sul settimanale "Il Mondo" era apparso analogo articolo in cui si illustrava una inchiesta della Procura di Milano relativa a queste navi, e di tangenti per la loro costruzione pagate non in denaro ma direttamente in armi.[44]

 

 

 

L’inchiesta presso la Procura di Milano

La Procura di Milano acquisisce testimonianze, da parte di persone abitualmente residenti a Mogadiscio delle quali non è stato possibile verificarne l’attendibilità, secondo cui “la Camera di commercio italo-somala e in particolare Craxi e Pillitteri facessero scambio di armi come contropartita della fornitura di opere, servizi o costruzioni o quant'altro ancora in quel territorio”. 

 

Sempre la dott.ssa Gualdi riferisce di aver raccolto le dichiarazioni di alcuni marinai imbarcati sui pescherecci Shifco, “i quali riferiscono di strani passaggi che avvenivano la notte durante i viaggi delle navi-frigo. Essi specificano di essere stati imbarcati sulla nave «21 ottobre II», di proprietà della società italo-somala Shifco che ha una delle sue due sedi a Milano. I marinai riferiscono in particolare, si potrà leggerlo dai verbali, della notte e del luogo in cui la nave si è fermata, dell'altra nave che ad essa si è avvicinata, nave senza scritte né insegne, e della piccola barchina che ha accostato la nave-frigo ed ha cominciato un lungo trasbordo di casse di legno della lunghezza approssimativamente (è il servizio militare prestato dagli uomini di casa che me lo fa ritenere) di un fucile. Queste casse recavano la scritta CCCP. Forse si trattava di armi datate. Sono queste le dichiarazioni che ho raccolto delle quali non mi si chieda la verosimiglianza e l'attendibilità. Mi limito a riferire un particolare che nasce dagli atti istruttori”.

L’omicidio Rostagno ed i supposti collegamenti con il caso Alpi-Hrovatin

Sempre secondo Elmo, il maresciallo Li Causi avrebbe scoperto che gran parte dei militari presenti in Somalia era appartenuta a Gladio, e che era in atto un grosso traffico d' armi e stupefacenti. Tale illecito traffico sarebbe stato effettuato con navi della cooperazione ed anche con due navi nella disponibilità di Francesco Cardella. Il maresciallo Li Causi sarebbe diventato buon amico di Ilaria Alpi, alla quale avrebbe confidenzialmente rivelato notizie ad alta valenza. Le navi in uso alla comunità Saman si recarono in Somalia, dove il Cardella aveva intenzione di aprire un ospedale. Tale Cammisa, detto Jupiter, uomo di fiducia del Cardella, si sarebbe trovato in Bosaso, con una nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, poco prima della loro morte. Il Cammisa avrebbe incontrato Ilaria Alpi. Sul punto rilevano taluni verbali testimoniali.  

 

Per quanto concerne dunque il possibile collegamento tra l’omicidio di Mauro Rostagno e la giornalista Ilaria Alpi gli aspetti rilevanti sono:

 

La scoperta da parte di Rostagno dell’atterraggio nell'aeroporto abbandonato di Kinisia di un aereo militare da cui aveva visto scaricare casse contenenti armi.

 

La presenza di Giuseppe Cammisa, uomo di fiducia del Cardella, in Bosaso, con una nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria Alpi e Mira Hrovatin, poco prima della loro morte. (La Comunità Saman - in particolare Cardella - aveva acquistato, due piccole navi militari, dalla Marina svedese, ufficialmente dovevano trasportare aiuti nel Corno d'Africa).

La fonte «ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto Marocchino Giancarlo, il quale, coinvolto in un trafficò di armi provenienti dall'Italia e dirette alla fazione somala di Ali Mahdi, transitando per l'Iran, avrebbe ordinato l'uccisione della giornalista, la quale sarebbe stata messa al corrente di tale traffico dal Sultano di Bosaso»...

 

 

24.03.2006

LINK: http://www.terrelibere.org/lomicidio-di-ilaria-alpi-e-miran-hovratin
 
APPELLO DI ANGELINA MANCA:
CHI SA, PARLI !

Questo è un momento molto importante, direi cruciale, per l’affermazione della legalità e, quindi, per il trionfo della verità e della giustizia nel nostro Paese.
Finalmente, si stanno svelando “misteri” che hanno avvolto, vergognosamente, le stragi di Capaci e di Via D’Amelio e che hanno provocato la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini della scorta.
Ci sono diversi pentiti che stanno parlando e anche rappresentanti della politica che stanno “ricordando”…!!!
Vorrei unirmi a quello che ha detto Agnese Borsellino: “ Chiedo in ginocchio ai collaboratori di giustizia, complici e non della strage di Via D’Amelio, di far luce sui mandanti e su coloro che hanno voluto la strage annunziata…Aiutateci, la vostra collaborazione sarà un atto d’amore”.
Bisogna fare pulizia nelle Istituzioni e nella politica.
Non ci possono rappresentare certi personaggi!!!
E quando parlo di personaggi delle Istituzioni, non posso non riferirmi a quelli di Messina e provincia, che, coprendo o sottovalutando la presenza mafiosa nel nostro territorio, hanno fatto in modo che la mafia diventasse sempre più potente e inabissata.
Hanno negato, nonostante le dichiarazioni di diversi pentiti ed un indagine del ROS, fatta sparire, la presenza di Bernardo Provenzano a Messina, Barcellona, Terme Vigliatore, addirittura ridicolizzando quello che sosteniamo, da anni, io e la mia famiglia.
Secondo loro: un “iper-ricercato”, un “iper-latitante” come Provenzano era impossibile che avesse ampia libertà di movimento.
Invece, ora si è saputo, ufficialmente, che Provenzano andava a trovare Vito Ciancimino, non solo nella sua casa di Palermo, ma anche in quella di Piazza di Spagna a Roma fino al 2002.
Possedeva carte di identità e passaporti falsi che gli permettevano di spostarsi anche all’estero.
Quindi, io vorrei fare un appello ai pentiti: “Dite quello che sapete sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, fate i nomi dei mandanti dell’omicidio di mio figlio Attilio”.
Francesco Pastoia ha riferito che un urologo siciliano ha visitato Bernardo Provenzano; non credo che solo Pastoia fosse depositario di questa verità!
Vi supplico, PARLATE! 
Nel 2003, non credo che fossero tanti gli urologi in Italia che operavano il tumore alla prostata per via laparoscopica.
Non è giusto che un ragazzo innocente, una persona perbene, onesta, dopo essere stato ucciso, continui ad essere infangato!
Cercate di capire il dolore che c’è nel cuore di una madre, alla quale non solo è stato tolto un figlio, ma che lo vede infangare, ogni giorno, da esseri abietti, senza scrupoli, che continuano a tenere salda la loro poltrona, mentre le loro mani grondano sangue.
Il dolore atroce, ormai, mi accompagnerà per tutta la vita e niente e nessuno lo potrà mai lenire ma, almeno, datemi la consolazione che emergano verità e giustizia.
Barcellona P. G. ( ME ) lì, 10.10.2009
Angelina Manca
 
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