Archivi del mese: giugno 2006

Viterbo – La morte di Attilio Manca

Disposto l’esame del Dna

attilio manca - tusciawebSenza filtro – Il Gip del tribunale di Viterbo Gaetano Mautone ha dato mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l’esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati su un tavolo nell’abitazione di Attilio Manca.

In particolare il Gip ha disposto che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino, un uomo residente a Barcellona Pozzo di Gotto, città natale di Attilio Manca, dove vivono tuttora i suoi genitori.

Angelo Porcino, secondo il legale della famiglia Manca, avvocato Fabio Repici, oltre a essere pregiudicato, avrebbe avuto contatti con ambienti mafiosi barcellonesi. Dello stesso Porcino sarebbe anche provata la partecipazione ad un summit dei capi mafia della zona.

Il Gip, secondo l’avvocato Repici, ha chiesto di verificare la posizione di Porcino in quanto Attilio Manca, dieci giorni prima di morire, avrebbe telefonato ai genitori chiedendo loro informazioni proprio su di lui.

Poi avrebbe aggiunto di avere a sua volta ricevuto una telefonata da parte di un suo cugino, Ugo Manca, tecnico radiologo, che gli avrebbe chiesto un appuntamento a nome di Porcino poiché avrebbe avuto bisogno di un consiglio di carattere medico. L’eventuale presenza a Viterbo di Porcino, secondo il legale, potrebbe imprimere una svolta decisiva alle indagini nel senso indicato dai genitori di Attilio Manca.

Nel senso che il medico non si sarebbe affatto suicidato e che nella sua morte potrebbe aver avuto un ruolo la malavita barcellonese.

Un altro aspetto che le indagini non avrebbero chiarito, così come ha sostenuto l’avvocato Repici nell’opposizione all’archiviazione del caso accolta dal Gip di Viterbo, riguarda il comportamento di Ugo Manca nei giorni immediatamente successivi

alla scoperta del cadavere di Attilio.

Ugo Manca, condannato un anno fa per traffico di droga, il giorno dopo la scoperta del cadavere dell’urologo si recò alla procura della Repubblica di Viterbo per sollecitare, a nome dei genitori del medico, la restituzione del corpo e il dissequestro dell’appartamento. Ma il padre e la madre di Attilio, ascoltati dal pm, hanno dichiarato di non aver mai chiesto al loro nipote di fare tali richieste. Inoltre, come prova un’impronta digitale trovata su una mattonella del bagno, Ugo Manca era stato in casa del cugino. Circostanza che egli stesso ha poi ammesso, dichiarando di essere venuto a Viterbo nel dicembre 2003 per farsi sottoporre a un piccolo intervento chirurgico a un testicolo.

Ma non ha fornito alcuna prova su chi e quando gli avesse diagnosticato il problema e prescritto l’intervento.

“E’ singolare – ha detto l’avvocato Repici – che un tecnico radiologo, dipendente di un ospedale siciliano, compia un viaggio di 800 chilometri per un intervento che richiede pochi minuti e non prevede alcuna degenza”.


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La strana morte di Attilio Manca – Un caso da non archiviare

Febbraio 2004. Un brillante urologo del messinese viene trovato morto con i segni di due iniezioni. Suicidio? La Procura si dice convinta, ma troppi particolari non quadrano. Tra tutti, una coincidenza sospetta: l’urologo era a Marsiglia quando Provenzano fu operato di prostata…

di Antonio Pergolizzi

È una morte “strana” quella di Attilio Manca, brillante e giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me). La mattina del 12 febbraio 2004, i suoi colleghi dell’ospedale di Viterbo lo aspettano per un intervento chirurgico. Insospettiti dal troppo ritardo e dalle mancate risposte al telefono, si precipitano a casa sua e fanno la macabra scoperta: Manca giace riverso sul letto in una pozza di sangue, il volto compresso nel piumone e il setto nasale deviato; due buchi nel polso sinistro, segni inconfondibili di due iniezioni.

Una morte sospetta. Le siringhe sono una in cucina e l’altra nel bagno, tutt’e due col tappo di plastica a protezione dell’ago. L’autopsia parlerà di overdose, una «miscela di eroina, tranquillanti e alcool». Ma è difficile credere a questa versione per i genitori del medico, per l’avvocato Fabio Repici, e per chiunque lo conoscesse bene.
A destare i primi sospetti, il fatto che Manca avesse il volto tumefatto, tutto quel sangue in giro, e le iniezioni fatte nel polso sinistro, davvero strano per un mancino come lui. E poi il medico era estremamente preparato in chimica e sapeva benissimo che con quella miscela si muore. A sentire chi lo conosceva non era certo tipo da suicidio; sprizzava vita da ogni poro, aveva solo 34 anni e una carriera luminosa davanti a sé.
«Attilio – racconta il padre Gino – aveva le mani e le dita rattrappite, in tensione, come chi cerca di difendersi prima di morire, con il corpo pieno di macchie emostatiche, soprattutto ai polsi e alle caviglie». Particolare sospetto, per un morto di overdose.
Telefonate “scomparse”. C’è anche la questione di due telefonate che misteriosamente non risultano. La prima, fatta l’8 febbraio dalla madre al figlio, e la seconda, l’ultima telefonata fra il medico e i genitori, l’11 febbraio, prima confermata dalla polizia e poi “scomparsa” dai tabulati.
«L’ultima telefonata di Attilio – ricorda la madre – fu molto strana. Ci chiese se potevamo riparare la sua moto che teneva nel garage di Tonnarella, una frazione vicina. Quando, dopo la sua morte, abbiamo fatto controllare la moto, ci siamo accorti che funzionava perfettamente: forse era un messaggio in codice per dirci che era a due passi da casa nostra, ma non poteva vederci. E perché questa telefonata è scomparsa dai tabulati?». Gli inquirenti hanno parlato di «errore di data comprensibile, visto il dolore di una madre, dovuto alla perdita di un figlio, che può facilmente confondere il giorno in cui l’ha sentito per l’ultima volta». Insomma, si tratterebbe solo dell’allucinazione di una madre molto provata. E anche della telefonata dell’8 febbraio nei tabulati non c’è traccia. Dunque, ancora allucinazioni.

E la Procura chiede l’archiviazione. «Alla Procura di Viterbo – sostengono i genitori – della morte di nostro figlio non se ne occupa nessuno. Nessuna indagine seria è stata fatta. La polizia non ha mai cercato le telefonate misteriosamente scomparse. Il procuratore Petroselli, titolare del caso, ci ha sempre detto che “non c’è niente”, che nostro figlio è morto di overdose. Punto». A loro fa eco l’avvocato Fabio Repici, che si occupa da anni anche dell’omicidio di Graziella Campagna, la diciassettenne di Saponara (Me), impiegata in una tintoria, uccisa dalla mafia nel 1985 per aver trovato in una camicia da lavare un documento che non avrebbe dovuto leggere (si veda «Narcomafie» 12/05. ndr.): «Hanno già tentato due volte di archiviare il caso: la prima, nel maggio 2005, il Gip ha accolto la nostra richiesta e ha ordinato al Pm di effettuare le indagini richieste, cioè controllare i tabulati telefonici, non solo di Attilio, ma anche di alcuni personaggi barcellonesi; integrare l’autopsia per verificare con esattezza l’ora (mai accertata) e le cause della morte; effettuare l’analisi del dna dei mozziconi di sigarette trovati in casa di Attilio il giorno della sua morte. Di tutto ciò è stato fatto poco o niente, neanche l’analisi del dna delle impronte sulle siringhe. E in compenso è partita la seconda richiesta di archiviazione, alla quale, ovviamente, ci siamo opposti e per cui aspettiamo risposta. La verità – incalza l’avvocato – è che tutte le tracce portano a Barcellona, sia per il molto che si sa su ciò che è avvenuto dopo la morte di Attilio, sia sul poco che si sa su ciò che è accaduto prima. Non si sa niente delle sue ultime 30 ore, ma qualcosa deve pur aver fatto. Nessuno però alla Procura si interessa di questo».

L’urologo di Provenzano? Ma ammesso che Manca sia stato ucciso, chi lo avrebbe fatto e perché? «Dopo un anno dalla morte di Attilio – spiega la madre – non riuscivamo ancora a capire chi avesse potuto volere la morte di nostro figlio. Fino al 20 febbraio 2005, giorno in cui uscirono sui quotidiani le dichiarazioni intercettate dalla Procura di Palermo del mafioso Pastoia: Provenzano era stato operato alla prostata e un urologo era stato a trovarlo nel suo rifugio. Ecco la scintilla. Guarda caso, l’indomani Pastoia è stato trovato morto suicida in carcere. Poi abbiamo appreso dell’operazione alla prostata subita da Provenzano nell’ottobre 2003 a Marsiglia, e allora ci siamo ricordati che Attilio proprio in quel periodo era stato in Costa Azzurra e da lì ci aveva fatto ben due telefonate».
Ricorda il padre: «Nella prima telefonata Attilio pareva nervoso, mi ha detto che era in Costa Azzurra per “vedere un intervento”, ma noi non gli abbiamo dato molta importanza. Nella seconda gli chiesi perché non andava a vedere Montecarlo, e lui mi rispose che si trovava dalla parte opposta, cioè dalle parti di Marsiglia, e che era molto impegnato. Peraltro, stranamente, di questo suo viaggio nessuno dei suoi colleghi sapeva niente. E poi, Attilio aveva sempre operato in Italia, come mai si trovava in Francia per “vedere un intervento”? Chi era il paziente che lo aveva spinto fino in Francia?».

Una battaglia contro il tempo. Un’amica ha raccontato che a pranzo, il giorno prima della morte, Manca ha cambiato improvvisamente umore a seguito di una telefonata: era infastidito di dover incontrare in quei giorni delle persone.
Insomma, il medico era di Barcellona Pozzo di Gotto, paese ad alta densità mafiosa, ed era l’unico in Italia, assieme al suo maestro Gerardo Ronzoni, a sapere operare la prostata per via laparoscopica. Secondo i genitori, non è escluso che sia stato costretto a visitare od operare Provenzano o qualche altro latitante e per questo sia finito ammazzato. Ucciso perché testimone scomodo.
I genitori del medico vivono ormai emarginati. In paese hanno subito minacce, maldicenze, qualcuno ha tolto loro il saluto: tutto questo solo perché cercano giustizia e verità. Disperati per l’assenza di risposte positive dalla Procura di Viterbo, hanno anche scritto al Procuratore nazionale Piero Grasso chiedendogli un suo personale intervento. La loro è una battaglia impari e contro il tempo. «Abbiamo più di settant’anni – dicono – e non possiamo aspettare troppo per avere giustizia».


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http://www.narcomafie.it/articoli_2006/art2_6_2006.htm