Archivi del mese: novembre 2008

La morte di Attilio

Attilio Manca venne ritrovato cadavere il 12 febbraio 2004, verso le ore 11. Il suo corpo era riverso trasversalmente sul piumone del letto (il letto era intatto ed in ordine, come se non fosse andato a dormire), seminudo. Dal naso e dalla bocca era fuoriuscita un’ingente quantità di sangue, che aveva finito per provocare una pozzanghera sul pavimento. Dalle fotografie effettuate si ricavano i seguenti elementi: il volto di Attilio presentava una vistosa deviazione del setto nasale; sui suoi arti erano visibili macchie ematiche; l’appartamento era in perfetto ordine; nella stanza da letto si trovava ripiegato su una sedia il suo pantalone, mentre inspiegabilmente non furono rinvenuti i boxer né la camicia; altrettanto inspiegabilmente sullo scrittoio erano poggiati suoi attrezzi chirurgici (ago con filo inserito; pinze, forbici), che egli mai aveva tenuto a casa; sul pavimento, all’ingresso del bagno, si trovava una siringa da insulina, evidentemente usata, cui era stato riposizionato il tappo salva-ago; in cucina non v’era traccia di cibo, consumato o residuato; sempre in cucina, nella pattumiera si trovavano, tra l’altro, un’altra siringa da insulina, evidentemente usata, cui erano stati riapposti il tappo salva-ago ed anche quello proteggi-stantuffo, e due flaconi di Tranquirit (un sedativo), uno dei quali era completamente vuoto mentre l’altro solo a metà. Il medico del 118, alle ore 11,45, effettuando l’accertamento del decesso, attestava che Attilio Manca era morto circa dodici ore prima, quindi a cavallo della mezzanotte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Veniva disposta immediatamente l’autopsia, che veniva affidata alla dr.ssa Ranalletta, medico legale, curiosamente moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo, nel quale prestava servizio Attilio. Al momento dell’incarico alla dr.ssa Ranalletta, peraltro, il marito era già stato sentito come testimone dalla polizia. La relazione autoptica, pur lacunosissima (tanto che in seguito il Gip si è trovato costretto a ordinarne un’integrazione), e quella tossicologica attestano che: nel sangue e nelle urine di Attilio Manca erano presenti tracce di un rilevante quantitativo del principio attivo contenuto nell’eroina, di un consistente quantitativo di Diazepam, principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit, e di non ingente sostanza alcoolica; la causa della morte di Attilio Manca va ricondotta all’effetto di quelle tre sostanze, che provocarono l’arresto cardio-circolatorio e l’edema polmonare; sul corpo di Attilio Manca erano visibili, al braccio sinistro, due segni di iniezioni (corrispondenti quindi alle due siringhe ritrovate), una al polso ed una all’avambraccio; su tutto il resto del corpo non era visibile traccia alcuna di iniezioni, recenti o datate. Attilio Manca era un mancino puro e compiva ogni atto con la mano sinistra. Tutti coloro che lo hanno conosciuto sanno che aveva scarsissima praticità con la mano destra. Tutti i suoi colleghi e amici frequentati nell’ultimo anno di vita, sentiti come testimoni nell’immediatezza, dichiaravano che era da escludersi che Attilio assumesse sostanze stupefacenti e che avesse ragioni per suicidarsi. Veniva anche accertato che, a partire dalle ore 20 circa del 10 febbraio, Attilio non aveva più avuto contatti, telefonici o di presenza, con amici e colleghi. La sera del 10 febbraio aveva deciso di non partecipare, contrariamente al solito, ad una cena fra colleghi. Nei giorni precedenti aveva chiesto e ottenuto un appuntamento per la sera dell’11 febbraio a Roma con il prof. Ronzoni, primario di urologia al policlinico Gemelli, reparto nel quale Attilio si era specializzato e aveva lavorato per anni. Inspiegabilmente e senza alcuna comunicazione preventiva, Attilio Manca non si presentò a quell’appuntamento. Rimane anche un mistero, che la Procura e la Squadra mobile di Viterbo non hanno fatto nulla per sciogliere, che cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca fra la sera del 10 febbraio e il momento della sua morte, avvenuta, come si è detto, nella notte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Un dato certo, però, proviene dalla testimonianza del vicino di casa, il quale, sentito lo stesso 12 febbraio, dichiarò che la sera prima, verso le 22,15 dell’11 febbraio 2004, aveva sentito il rumore della porta di casa di Attilio che veniva chiusa. Questo dato attesta che in quel momento Attilio tornava a casa o, viceversa, che qualcuno, ancora oggi non individuato, usciva da casa sua, in un’ora molto vicina alla morte di Attilio. Nell’abitazione di Attilio a Viterbo vennero fatti gli accertamenti dattiloscopici dalla polizia scientifica. Vennero rinvenute impronte palmari e digitali in un certo numero: non tutte, però, appartenevano ad Attilio. Alcune, quindi, erano state apposte da persona o persone diverse. Alcuni mesi dopo, dalle comparazioni effettuate dal gabinetto centrale della polizia scientifica, risultò che il titolare di una delle impronte era il cugino di Attilio, Ugo Manca. Venne allora sentito dalla polizia Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di arma e condannato in 1° grado per traffico di droga, oltre che frequentatore di molti personaggi di interesse investigativo, come Angelo Porcino, Lorenzo Mondello, Rosario Cattafi ed altri. Ugo Manca riferì alla polizia che quella impronta poteva averla lasciata nell’unica occasione in cui, a suo dire, era stato ospite del cugino, il 15 dicembre 2003, allorché si era recato a Viterbo, dove il giorno successivo venne ricoverato all’ospedale Belcolle ed operato proprio da Attilio, per un intervento in verità banale. Sennonché i genitori di Attilio Manca hanno riferito alla polizia come fra il 23 ed il 24 dicembre 2003 essi alloggiarono a Viterbo a casa di Attilio e come in quei giorni la signora, come ogni madre premurosa di un figlio che vive fuori sede da solo, aveva provveduto ad un’approfondita pulitura della casa, ivi compreso l’ambiente nel quale era stata ritrovata l’impronta di Ugo Manca. Tale evenienza contrasta con la tesi di Ugo Manca. Una decina di giorni prima di morire, Attilio, parlando con i suoi genitori, chiese loro notizie di un tale Angelo Porcino. Disse loro che era stato contattato telefonicamente dal cugino Ugo Manca e che questi gli aveva preannunciato che Porcino sarebbe andato a trovarlo a Viterbo perché aveva bisogno di un consulto. Contemporaneamente, in effetti, Ugo Manca disse a una terza persona, che di lì a poco sarebbe andato a Viterbo a trovare Attilio. Nessun accertamento è stato fatto dalla Procura e dalla Squadra mobile di Viterbo circa l’eventuale presenza di Porcino a Viterbo nei giorni precedenti la morte di Attilio. Né è mai stato verificato quale fosse la ragione che indusse Ugo Manca, giunto nella mattina del 13 febbraio 2004 a Viterbo, a tentare di entrare nell’appartamento di Attilio ed a presentarsi in Procura per sollecitare il dissequestro dell’immobile ed il pronto rilascio della salma di Attilio. Comportamenti, peraltro, contraddittori con il distacco assoluto che, a partire dal 15 febbraio 2004, Ugo Manca riservò ai genitori di Attilio, ben prima che essi iniziassero a manifestare dubbi sull’uccisione del figlio. Altro accertamento finora mancante è quello relativo ad un viaggio effettuato da Attilio Manca nell’autunno del 2003 nel sud della Francia, asseritamente per assistere ad un intervento chirurgico, come egli disse ai suoi genitori. Nel 2005 nell’inchiesta che porta alla maxi operazione antimafia denominata “Grande Mandamento” emerge che Bernardo Provenzano è stato a Marsiglia: una prima volta dal 7 al 10 luglio 2003 per sottoporsi a radiografie e ad esami di laboratorio e in un secondo momento proprio nel mese di ottobre dello stesso anno per subire l’operazione alla prostata. Ed ecco che al mistero sulla morte di Attilio Manca si aggiunge questo inquietante tassello legato a questa strana “coincidenza”. Comincia la battaglia giudiziaria della famiglia Manca che non accetta minimamente l’idea che la morte di Attilio finisca archiviata come suicidio. Angelina e Gino Manca si affidano all’avvocato Fabio Repici, un penalista molto noto in Sicilia, legale di diversi familiari di vittime di mafia, difensore tra l’altro nel processo per l’omicidio di Graziella Campagna, così come per quello di Beppe Alfano. Attraverso una meticolosissima ricerca e un’infaticabile attività investigativa, l’avv. Repici ricostruisce pezzo per pezzo la strana morte del dott. Manca riuscendo così ad evitare l’archiviazione del caso come suicidio.

Il 18 ottobre 2006 il Gip del tribunale di Viterbo, Gaetano Mautone, riapre il fascicolo sulla morte di Attilio Manca. Il Gip accoglie il ricorso con il quale la famiglia di Attilio si è opposta per la seconda volta alla richiesta di archiviazione del caso avanzata dalla procura della Repubblica di Viterbo, secondo la quale il giovane si sarebbe suicidato. Il Gip di Viterbo dà mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l’esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati su un tavolo nell’abitazione di Attilio Manca. In particolare il Gip dispone che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino.

Il 9 marzo 2007 la procura della Repubblica di Viterbo emette dieci avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Attilio Manca. Gli avvisi di garanzia sono finalizzati a mettere a confronto il Dna di tutte le persone che hanno frequentato la casa di Attilio con quello rilevato su un mozzicone di sigaretta e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati nell’appartamento di Attilio.

Nell’ambito degli accertamenti sulla morte del medico, uno degli avvisi di garanzia emessi dalla procura di Viterbo viene notificato ad Angelo Porcino, già in carcere con l’accusa di tentata estorsione con l’aggravante mafiosa. Tra gli indagati c’è anche il cugino di Attilio Manca, Ugo Manca.

Il 17 marzo 2007 viene disposto lo svolgimento di un incidente probatorio, per accertamenti relativi al Dna dei dieci indagati. Su richiesta del Pm il Gip di Viterbo stabilisce che il Dna delle dieci persone raggiunte nei giorni precedenti da avviso di garanzia per i reati di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto e omicidio colposo, venga comparato con quello rilevabile sia nelle cicche di sigaretta sequestrate nell’abitazione di Attilio che sugli strumenti chirurgici trovati nella sua camera da letto, al fine di risalire alla persona sulla quale siano stati eventualmente utilizzati.

Il giorno 1 luglio 2008 il Gip di Viterbo dispone un ulteriore supplemento d’indagine sulla morte di Attilio Manca. Il gip Mautone, su richiesta del legale della famiglia Manca, dispone il confronto delle impronte digitali trovate nell’appartamento di via Santa Maria della Grotticella (dove fu trovato il cadavere di Attilio), con quelli di due concittadini del medico, collegati con ambienti mafiosi barcellonesi, che erano a Viterbo quando il medico morì.

Il 14 novembre 2008 si conclude l’incidente probatorio. Davanti al Gip Gaetano Mautone avviene  l’audizione del perito che nei giorni precedenti aveva presentato una relazione scritta inerente le impronte digitali rinvenute a casa di Attilio Manca.

La perizia riscontra che 14 delle impronte rilevate sono di Attilio. Una particolarità della perizia riguarda una impronta ritrovata su una piastrella del bagno che corrisponde, con canone di assoluta certezza, ad Ugo Manca, cugino di Attilio.

Un’altra ancora riguarda la presenza di 3 impronte che non appartengono a nessuno degli indagati, ne tanto meno ai familiari del giovane urologo.

In virtù del fatto che nel periodo di Natale del 2003 Angelina, Gino e Luca Manca erano stati ospiti a casa di Attilio e che in quella occasione la signora Angelina aveva provveduto a fare una pulizia a fondo dell’appartamento del figlio, il ritrovamento dell’impronta del cugino di Attilio resta un giallo.

Ugo Manca ha sempre dichiarato di aver fatto visita alla casa di Viterbo del cugino tra il 15 e il 16 dicembre del 2003 e non dopo.

Non si spiega quindi come dopo un’accurata pulizia di tutto l’appartamento eseguita dalla signora Angelina nei giorni di Natale di quello stesso anno sia risultata un’impronta di Ugo Manca proprio nel bagno. Il bagno è di fatto il luogo dove è presente una maggiore umidità che è la causa primaria del deperimento delle impronte, ma ciononostante l’impronta di Ugo Manca è rimasta.

Così come il mistero che ruota attorno a lui.

A conclusione dell’incidente probatorio gli atti sono stati restituiti al Pm, il dott. Renzo Petroselli, che si è riservato le decisioni da assumere.

Nel frattempo resta ancora da sciogliere il nodo delle responsabilità di Bernardo Provenzano nella morte del giovane urologo.

Solamente dopo potremo avere la chiave per comprendere fino in fondo la storia di Attilio Manca.

Lorenzo Baldo

Le parole del prof. Ronzoni

Un anno dopo la morte di Attilio, al liceo ginnasio Luigi Valli di Barcellona P.G. (frequentato da  Attilio negli anni ’80), viene istituita una Borsa di Studio a suo nome. Nelle parole del prof. Gerardo Ronzoni è racchiusa tutta l’essenza del ricordo per un allievo che lui sentiva come un figlio. “Ho conosciuto il Dott. Attilio Manca – esordisce il prof. Ronzoni – quando era ancora studente in medicina al 5° anno del Corso di Laurea. Mi fu presentato dal Professore di Chimica come l’unico studente nella storia della Facoltà con una conoscenza della chimica dello stesso livello del docente esaminante”. “Grazie al suo aiuto – evidenzia il professore – ho potuto iniziare ad operare per via laparoscopica il cancro della prostata, grazie al suo impegno ed alle sue capacità è stato possibile organizzare dei corsi di laparoscopia per chirurghi. Il suo contributo è stato sempre utile per risolvere complessi casi clinici ed interventi ad alto rischio. Il Dott. Manca si è sempre dimostrato disponibile ed umano verso ogni paziente, capace e collaborativo, preciso e sicuro al tavolo operatorio”. “La sua precoce scomparsa – termina il professore – rappresenta una grave perdita per la medicina italiana, per me la perdita di un amico, di un figlio e del miglior allievo che abbia mai avuto. L’istituzione a suo nome di una Borsa di Studio rende onore a lui ed alla sua famiglia che lo ricorda nel modo più giusto e concreto. In fede prof. Gerardo Ronzoni”.

Destinazione Viterbo

Nel 2002 vince il concorso presso l’ospedale Belcolle di Viterbo; ed è al Belcolle che l’undici novembre dello stesso anno intraprenderà la sua attività di urologo nel reparto diretto dal prof. Antonio Rizzotto.

Attilio è pieno di vita, stimato dai suoi colleghi, con alcuni di questi è legato da un profondo rapporto di amicizia, ed è anche amato e corteggiato da tante ragazze. Ma poche sono le storie d’amore che Attilio vive in quanto è  alla ricerca della compagna ideale e non intende accontentarsi di rapporti occasionali.

E’ un uomo credente, legatissimo alla sua famiglia. Soprattutto con sua madre. Angelina è la “custode” di tanti momenti nei quali Attilio le confida i suoi pensieri, le sue speranze, le sue disillusioni e in alcuni casi anche le sue premonizioni, come quando nell’estate del 2003 le accenna che durante la sua permanenza a Parigi un’indovina gli aveva pronosticato che sarebbe morto a 35 anni.

Attilio però non gli aveva dato peso e aveva continuato a vivere intensamente la propria vita, amante della natura, delle passeggiate in montagna, del mare e delle gite in moto.

A febbraio del 2004, due giorni prima di morire, nel suo insopprimibile desiderio di vita, Attilio preannuncia ai suoi genitori la volontà di accendere un mutuo per acquistare una casa. Pochi giorni dopo la sua morte Angelina, prostrata dal dolore, chiede interiormente al figlio di darle un segno della sua presenza. Angelina è una donna fortemente credente ma è soprattutto una madre segnata dalla sofferenza. Entra nella stanza di Attilio, prende un libro dalla sua libreria e apre una pagina a caso. E’ il Manuale di Epitteto: “Non dir mai di nessuna cosa: «l’ho perduta», ma: «l’ho restituita». È morto tuo figlio? È stato restituito. È morta tua moglie? È stata restituita. «Mi è stato tolto il podere»: ebbene, anche questo è stato restituito. «Ma chi me l’ha portato via è un malfattore». E a te cosa importa attraverso chi ne abbia chiesto la restituzione colui che te lo aveva dato? finché ti concede di tenerlo, abbine cura come di un bene che non è tuo, come i viaggiatori della locanda”.

Attilio le ha risposto.

Il rientro in Italia

Agli inizi del 2001 Attilio si specializza sulla prostatectomia radicale laparoscopica con il massimo dei voti (50/50 e lode). Nel mese di marzo del 2001, con il prof. Ronzoni, esegue il primo intervento di prostatectomia radicale per via laparoscopica in Italia. Da quel momento insieme al suo professore (che nel frattempo gli fa avere un dottorato di ricerca) Attilio tiene corsi al Policlinico Gemelli di Roma per insegnare questo nuovo tipo di intervento a urologi provenienti da tutta Italia. Corsi che successivamente si terranno anche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Contemporaneamente Attilio partecipa ad alcuni congressi medici in Italia e in Francia insieme a eminenti luminari a livello internazionale. L’anno successivo Attilio si reca negli Stati Uniti, precisamente a Cleveland (Ohio), dove rimarrà alcune settimane per realizzare uno stage presso il Cleveland Clinic Urological Institute.  

Il viaggio in Francia

Nel 1999, con il benestare del prof. Ronzoni, Attilio parte per Parigi dove vi rimane un anno per seguire proprio uno stage finalizzato all’apprendimento dell’intervento di prostatectomia radicale per via laparoscopica.

Nei primi sei mesi, presso il Servizio di Urologia del Prof. Richard dell’Università La Pitiè – Salpetriere, Attilio approfondisce lo studio delle tecniche chirurgiche nelle patologie tumorali di pertinenza urologica della chirurgia mini-invasiva per l’incontinenza urinaria femminile.

Nei mesi successivi si reca presso il Servizio di Urologia del Prof. Vallencien Institut Mutualiste Montsouris per apprendere le basi della tecnica laparoscopica e della prostatectomia radicale laparoscopica. In quel periodo partecipa come aiuto a decine di prostatectomie radicali laparoscopiche, a nefrectomie, tumorectomie renali, promontofissazioni, per via laparoscopica, nonché ad interventi chirurgici a cielo aperto e a procedimenti endoscopici e percutanei. Mentre presso il Servizio di Urologia del Prof. Botto – Hospital Foche approfondisce le tecniche di ricostruzione vescicale dopo cistectomia.

Il rapporto con il prof. Ronzoni

Il rapporto tra Attilio e il prof. Ronzoni rimarrà sempre saldo fino alla fine, basato sulla stima e sul rispetto reciproco, ma anche su una reale componente affettiva. Nel 1998, durante il servizio militare, Attilio scrive una lettera al prof. Ronzoni. La lettera non verrà mai spedita, la ritroveranno i genitori solamente alcuni anni dopo. “Ricordo quanto fui colpito dalla Sua persona quando La conobbi – scrive Attilio nella missiva – e con quale forza le sue parole dissodavano il fertile terreno della mia mente. Molte volte tornando a casa ripensavo a quelle parole, ai suoi gesti, alla filosofia di vita che attraverso questi si manifestavano e da cui mi sentivo rischiarato. Spesso avrei desiderato ringraziarla per questo, ma nel naturale rapporto tra “maestro” e allievo non sono contemplate fervide dichiarazioni di stima e di affetto, tanto più perché potrebbero dare adito in chi le ascolta a sterili illazioni di adulazione, in verità molto diffusa negli ambienti universitari. Ho deciso così di esprimerle la mia gratitudine e la mia ammirazione a distanza, per iscritto, sia per la circoscritta univocità dell’epistola, sia perché sentivo come un dovere manifestarle quanto scrivo: ogni lavoratore ha il diritto di conoscere cosa e quanto germoglia di ciò che semina”. “Il suo modo consapevolmente sereno di affrontare i problemi medici e non – sottolinea Attilio – la garbata compostezza nel trattare con gli inferiori, saldo nelle decisioni ma sempre e comunque disposto al dialogo per farsi seguire non per imposizione, ma per convinzione. L’incorruttibile solidità nei rapporti con i superiori, sempre pronto a difendere le sue idee senza mai venire a compromessi, anche a scapito di interessi personali. E sopra a tutto ciò, causa e conseguenza, linea conduttrice, la serafica tranquillità nel porsi di fronte alla vita stessa, caratteristica che si può trovare solo in quelle personalità in cui alla fiducia in se stessi è associata una grande consapevolezza di sé, delle proprie forze e delle proprie debolezze per trarne sicurezza dalle une e combattività dalle altre”. “Le sono grato di tutto ciò – conclude Attilio – perché mi ha permesso di affrontare con serenità la vita militare e mi sono di prezioso aiuto in quella trasformazione da “homo” a “vir” a cui tanti anelano, ma che soltanto pochi hanno la fortuna di conseguire. Riverenti saluti Attilio”.

I primi anni di Attilio Manca

Attilio Manca con i GenitoriAttilio Manca nasce a San Donà di Piave (VE) il 20 febbraio 1969 da genitori siciliani, Angelina Gentile e Gino Manca; suo fratello Luca nasce anch’egli a San Donà del Piave il 5 maggio 1972. Il padre di Attilio è un insegnante che risiede dal 1968 a Caorle (VE) in quanto gli è stata assegnata la cattedra nella cittadina veneta. Nel 1974 la famiglia Manca torna in Sicilia nella città natale: Barcellona Pozzo di Gotto (ME).

Attilio è un bambino sensibile, molto vivace e particolarmente intelligente, tutti i professori che nel corso degli anni hanno modo di insegnargli testimoniano la sua grande curiosità per tutto ciò che lo circondava.

Nel 1987 Attilio si diploma al Liceo Classico con 60/60, successivamente supera la prova selettiva per l’ammissione alla facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma.

Nel 1995 si laurea con 110 e lode. Quello stesso anno entra nella scuola di specializzazione di urologia diretta dal prof. Gerardo Ronzoni. Il professore, essendo a conoscenza delle sue grandi qualità, lo fa subito lavorare nel suo studio privato e nel contempo lo avvia immediatamente alla chirurgia, facendogli eseguire anche interventi chirurgici.

La morte di Attilio Manca torna a tenere banco ieri mattina nell’aula del tribunale di Viterbo

di GIANNI TASSI

Avv. F Bertolone - Ugo MancaLa morte di Attilio Manca, giovane urologo dell’ospedale di Belcolle, avvenuta tra il 12 e 13 febbraio del 2004, è tornata a tenere banco ieri mattina nell’aula del tribunale di Viterbo. Ed anche stavolta per alimentare dubbi e contrasti tra le parti in causa. Davanti al giudice per l’udienza preliminare, Gaetano Mautone, il perito nominato dal tribunale, Giuseppe Privitera, ha affermato che le impronte – esattamente 19 – ritrovate nell’abitazione del giovane medico appartengono al medico stesso (18), una al cugino Ugo, una ad una conoscente e che tre non sono ascrivibili a persone note. Risultanza che, secondo l’avvocato dei genitori di Attilio Manca, Fabio Repici, avvalorerebbe la tesi dell’omicidio compiuto da qualcuno venuto a Viterbo per uccidere. Omicidio deciso niente di meno che dalla mafia siciliana, e per meglio dire da quel Bernardo Provenzano che – sempre secondo la teoria dei genitori – dopo essere stato operato alla prostata dal giovane medico – avrebbe poi deciso di eliminare un testimone scomodo.
Di tutt’altro parere gli avvocati degli indagati siciliani (in tutto gli indagati sono dieci, tra cui amici e colleghi viterbesi) ed in particolare quello del cugino di Attilio, quell’Ugo Manca tirato in ballo da un quotidiano nazionale che in un articolo dell’estate scorsa ipotizzava la sua presenza a Viterbo nella veste di possibile complice nell’assassinio. Ed è stato proprio Ugo Manca ieri mattina, accompagnato dal suo difensore, l’avvocato Franco Bertoloni, ad alzare la voce dopo quattro anni di silenzio per smontare la tesi del delitto di mafia. E così, attraverso la documentazione cartacea, si viene a sapere che Ugo Manca è stato condannato a 9 anni di carcere per traffico di droga (sentenza ancora non definitiva) e che il cugino Attilio «figurava come indagato per lo stesso reato nello stesso procedimento anche se, successivamente è stato prosciolto». Ma non solo. Sempre da Ugo si viene a sapere che «l’ispezione accurata del cadavere non consentiva di osservare segni di lesioni traumatiche di alcuna natura» e che «la morte è stata causata dalla assunzione per via endovenosa di un elevato quantitativo di eroina». E parla del test tricologico effettuato in sede di integrazione autoptica su Attilio «il cui esito positivo è stato interpretato come dimostrativo di uso pregresso di eroina unica responsabile del fatale evento».
«Ma quale delitto di mafia». Si diceva prima degli interventi chirurgici su Bernardo Provenzano effettuati a Marsiglia tra il 7 e 11 luglio 2003 e tra il 22 ottobre e 4 novembre dello stesso anno. «Dalle schede di presenza di Attilio Manca in ospedale a Viterbo – afferma oggi Ugo – si evidenzia che in quelle date quest’ultimo era in servizio al reparto di urologia di Belcolle».
La morte del giovane urologo, dunque, nulla ha a che fare con la mafia e che il cugino, che pur era arrivato a Viterbo per sottoporsi ad una piccola operazione al testicolo il 15 e 16 dicembre 2003, dai tabulati telefonici risultava – come pure gli altri siciliani indagati – trovarsi a Barcellona Pozzo di Gotto nel periodo in cui morì Attilio Manca.
La vicenda giudiziaria non si ferma. Adesso il pubblico ministero, Renzo Petroselli, anche in considerazione delle risultanze della perizia sulle impronte, dovrà decidere se chiedere l’archviazione del caso – e quindi avvalorare la tesi della morte per overdose – o andare avanti con le indagini dando in pratica ragione alla teoria dell’omicidio di mafia. Si saprà nei prossimi giorni.