Attilio Manca, lo Stato impedisce la verità: Pignatone prepara archiviazione

manca-attilio-genitoridi Francesca Scoleri
Il sigillo della verità negata sulla morte di Attilio Manca. L’Avvocato  della famiglia Antonio Ingroia, annuncia l’archiviazione  disposta dal Procuratore Pignatone e al contempo parla di “prove” che vanno a confermare l’omicidio del giovane urologo che avrebbe operato Bernardo Provenzano di tumore alla prostata durante la sua latitanza.
Di pochi mesi fa, l’iniziativa di raccogliere firme  in favore dell’apertura di indagini sul caso Manca, per dare seguito alle numerose testimonianze che avvalorano la tesi dell’omicidio del giovane medico di Barcellona Pozzo di Gotto per mano della mafia. La Procura di Viterbo, nel 2004, liquidò la sua morte come suicidio affermando che vi era stata “inoculazione volontaria di sostanze stupefacenti”, l’esatto contrario di quel che emerge nelle aule di tribunale da parte di testimoni e collaboratori di giustizia che danno versioni concordanti sulla partecipazione della mafia e dei servizi segreti, nell’uccisione di Attilio Manca.
Disattese le firme, 30.000 fra le quali, quelle del Direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e disattesa la speranza della famiglia Manca e del suo legale  Antonio Ingroia che denuncia pubblicamente l’archiviazione per mano di Pignatone usando parole molto dure: “Noi faremo opposizione contro questa richiesta. Non si può mettere una pietra tombale sull’indagine di Attilio Manca. Sono convinto – ci sono anche le prove – che Manca è stato ucciso dall’apparato mafioso istituzionale che ha coperto la latitanza di Bernardo Provenzano prima del suo arresto! Per anni c’era chi aveva interesse a coprirne la latitanza perché Provenzano era il garante mafioso della trattativa Stato mafia”
In effetti, appare già ridicolo definire latitanza un lasso di tempo lungo 43 anni durante i quali, Provenzano è riuscito persino a raggiungere la Francia per sottoporsi, nella Clinique de La Ciotat, all’intervento che gli ha permesso di sopravvivere al tumore alla prostata. Durante la trasmissione Chi l’ha visto dedicata al caso Manca, i giornalisti della redazione, scoprono che l’ex capo della Squadra Mobile di Viterbo, Salvatore Gava, falsificò il documento che attestava la presenza di Attilio Manca all’ospedale Belcolle, presso il quale lavorava, proprio nel periodo in cui Provenzano stava a Marsiglia. Attilio Manca in quei giorni non era a Viterbo e in una telefonata che fece alla famiglia, disse di essere nel sud della Francia dove, stando alle numerose testimonianze, operava il paziente Gaspare Troia, nome fittizio posto sulla carta di identità falsificata di Bernardo Provenzano.
Nei mesi successivi, fu accertata da inchieste della magistratura, la presenza di Provenzano proprio nell’alto Lazio; stando alle ricostruzioni, al fine di farsi visitare da Attilio Manca durante la degenza.
Salvatore Gava è stato successivamente nominato o premiato – al buon senso del lettore il termine appropriato – alla dirigenza di Unicredit.
Colpisce anche l’interessamento alla vicenda dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il primo a parlarne è stato l’allora Procuratore di Viterbo Alberto Pazienti che, durante una conferenza stampa alquanto bizzarra, dichiara “di essere stato sollecitato dal capo dello Stato a dei chiarimenti sul caso”, riguardanti un giovane liquidato come “drogato suicida”. Perchè?
Attilio Manca era un mancino puro e stando alle testimonianze raccolte fra chi lo conosceva bene, in particolare fra le persone che lavoravano con lui in sala operatoria, non utilizzava mai il braccio destro.
I buchi, sono stati ritrovati sul braccio sinistro, alla Procura di Roma non importa sapere come abbia potuto farseli “volontariamente” come sin qui attestato?
Non vuole approfondire, il Procuratore Pignatone, le ragioni per cui dei pregiudicati per mafia abbiano goduto della piena fiducia dei magistrati di Viterbo nelle menzogne snocciolate su Attilio rifiutando, al contempo, le testimonianze di persone perbene che lo conoscevano molto meglio visto che condividevano la quotidianità e che quindi, hanno fornito elementi attendibili e degni di considerazione?
E come fanno inoltre, ad ignorare le numerose anomalie che hanno tutta l’aria di depistaggi veri e propri, presenti ad ogni passaggio dal ritrovamento del corpo di Attilio ad oggi? Un corpo tumefatto, visibilmente aggredito in modo disumano, sul quale un medico legale e dei magistrati hanno attestato il suicidio. Un capolavoro dell’indegno.
Fra le tante testimonianze che danno corpo all’ipotesi più vicina alla realtà dei fatti – tranne che per lo Stato – c’è quella raccolta dal pentito Carmelo D’Amico, mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto il quale dichiara di conoscere il mandante dell’omicidio di Attilio: Rosario Cattafi, capo mafia della sua città.Il primo a recarsi dalla famiglia Manca per le condoglianze di rito. Il racconto di D’Amico è verosimile; Provenzano ha bisogno di cure, è gravemente ammalato di tumore alla prostata e Cattafi, che ben conosceva i meriti riportati dal suo concittadino Attilio Manca proprio in materia di urologia, si attiva per metterli in contatto, anche grazie ad un altro affiliato, parente dei Manca. La persona che rivela questi fatti al pentito D’Amico, morirà pochi giorni dopo in un incidente stradale e Rosario Cattafi, passerà incredibilmente dalla condizione del carcere duro in regime di 41 bis alla libertà. Mai accaduto prima.
Morto anche il primo mafioso, gregario di Provenzano, che si e’ lasciato scappare, in un’intercettazione, come il boss corleonese fosse stato operato da un giovane urologo siciliano. Francesco Pastoia, è stato ritrovato impiccato nella sua cella nel carcere di Modena. Tutti particolari insignificanti per Pignatone.
La famiglia Manca, che dal giorno della morte del figlio chiede verità e giustizia in ogni sede, non si arrenderà nemmeno stavolta, ma umanamente, è giusto che trovino proprio nelle istituzioni il più grosso ostacolo a questa ricerca? Sta avvenendo tutto come previsto da un losco figuro incontrato dalla Signora Manca al cimitero di Barcellona Pozzo di Gotto; l’individuo si rivolge alla donna dicendo: “La verità è quella che dite voi, ma non verrà mai fuori, perché a questa storia, hanno messo le catene”, quelle che la Procura di Roma, non intende spezzare.

Tratto da: themisemetis.com