Le parole di Armando Spataro non vanno prese sul serio

spataro-lodatodi Saverio Lodato
Si commette un gravissimo errore a prendere sul serio le parole del dottor Armando Spataro, procuratore di Torino, sul processo per la morte dell’urologo Attilio Manca. Cercherò di spiegare perché.
I precedenti della polemica sono noti ai lettori di ANTIMAFIADuemila (anche grazie agli articoli di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo): una lettera-lenzuolata di Spataro sul “Fatto quotidiano”, la replica accorata, dolente e sbigottita di Angela, la mamma di Attilio, le ricostruzioni puntigliose e documentate, a più riprese, degli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, il laconico “pizzino” di Spataro (lo diciamo in riferimento alla scelta stilistica della brevità della risposta) con cui il procuratore torinese aveva creduto di chiudere la querelle con la famiglia.
Chi ha letto ciò che c’era da leggere, resta colpito dalla quantità delle omissioni, strumentalizzazioni – falsificazioni: è parola che non usiamo -, diciamo piuttosto: invenzioni; a riprova che quando “la foto del morto parla”, non c’è altra strada che scendere a patti con il diavolo se si vuole negare l’evidenza affermando che non è successo nulla. Tanto è vero che Spataro, è di lui che stiamo parlando, a conclusione della sua intemerata, dovendo spiegare “la foto del morto”, il volto tumefatto e il setto nasale deviato di Attilio Manca, così si esprime in punto di diritto: “Le consulenze medico-legali attestano con certezza che Manca non subì alcuna violenza e che i predetti segni (macchie, non tumefazioni) derivavano dalla posizione in cui la salma fu rinvenuta, riversa sul letto con il viso schiacciato sul materasso…”. Insomma: fu la salma che non seppe restare al suo posto, facendosi male da sola, una volta che Attilio Manca era morto.
Poiché Spataro è tutto fuorché uno stupido, poiché Spataro ha alle spalle una brillante carriera in magistratura, poiché Spataro ha deliberatamente scelto di uscire dal suo seminato che, sino a prova contraria, dovrebbe essere quello di occuparsi dei processi piemontesi del suo distretto, non ci sentiamo di fargli il torto di prenderlo sul serio. Dobbiamo cercare di capire cosa sta cercando di dirci.
Allora, vi chiederete: perché ha detto e scritto simili enormità? Perché non c’era altro modo per negare che in Italia una parte della magistratura – e da tempo – non fa il suo dovere.
Non c’era altro modo per negare che c’è una parte della magistratura che di fronte al Potere politico ha chinato il capo. Per negare che il CSM è diventato un’arena per le scorribande dei membri designati dai capi bastone dei partiti che vengono mandati lì per mettere la mordacchia a quei magistrati che, eventualmente, dovessero ancora credere nell’autonomia del loro lavoro.
Il “caso Manca” – lo capirebbe anche un bambino, quindi non si capisce perché non lo dovrebbe capire Spataro -, è un caso di cronaca (soltanto apparentemente: nera) che grida vendetta. E chiede giustizia, e pretende verità. E per tante ragioni.
E’ infatti un “Caso” che porta diritto al cuore del Potere. Perché la latitanza di Bernardo Provenzano – non dimentichiamo che parte tutto da lì – fu latitanza voluta, favorita, agevolata, coccolata, sia da quello che noi sbrigativamente (forse) definimmo lo Stato-Mafia, sia dalla stessa Mafia-Stato, e nella quale latitanza, disgraziatamente, disperatamente per lui, andò a imbrigliarsi Attilio Manca.
Il Potere non può ammettere queste circostanze. Non può riconoscere compromissioni durate decenni. Non può permettersi il lusso di Processi Verità.
Ecco allora il “processo di Viterbo”, dove il mancino puro diventa ambidestro, il chirurgo d’eccellenza eroinomane autolesionistico, eccetera, eccetera. Quanti processi di Viterbo ci sono stati in Italia, vero? Il primo fu per la strage di Portella.
La riprova della nostra convinzione la troviamo nel fatto che Spataro fa diventare quanto accade a Viterbo, a oltre un migliaio di chilometri da Torino, un caso di scuola, caso da manuale, per infliggere una sonora “lezione di diritto” ai dietrologi che in Italia si stanno moltiplicando come funghi. E i dietrologi – si sa – sono una brutta bestia.
Spataro argomenta più o meno così: questo nella carte non c’è. Perciò nella realtà non è mai esistito. E una volta che si imbocca questa strada, chi avrà più il coraggio di dire che i processi per le stragi che si sono susseguite per settant’anni in Italia non hanno mai individuato un solo, dicasi uno, mandante?
Ma qualcuno ha la bontà di spiegarci, allora, chi ha fatto a pezzi Attilio Manca?
Lavorando con la fantasia, potremmo pensare a Spataro come un moderno Noè, che vuol traghettare nella sua Arca tutta la magistratura italiana, così com’è. Senza fastidiosi distinguo, senza moralismi scomodi, senza i diari di dalla Chiesa, senza i diari di Falcone, senza l’agenda rossa di Paolo Borsellino, che non sono mai esistiti dal momento che non sono mai stati trovati…
Ecco perché, continuando a lavorare con la fantasia, su quell’Arca, ovviamente, non c’è posto per i pubblici ministeri che si ostinano a dare del Lei al Potere. C’è posto invece, per tutti quelli che, nelle stanze del Potere, si muovono disinvoltamente in vestaglia e pantofole.
Ma questo, ovviamente, lo pensiamo noi, che lavoriamo con la fantasia. Non il dottor Armando Spataro che parla dopo aver letto le carte. E se nelle carte non c’è, il fatto non sussiste.

saverio.lodato@virgilio.it

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Tratto da: antimafiaduemila.com