Caso Manca, Ingroia: “Ribellarsi contro la pietra tombale su un omicidio di Stato”

Conferenza Italia-America Latina e Caraibidi Antonio Ingroia
Quattordici anni fa veniva ucciso Attilio Manca, un medico molto bravo, una persona perbene, una vittima innocente. Perché il suo fu un omicidio, un omicidio di Stato e di mafia, e non una tragedia di droga, come si è voluto a ogni costo far passare in tutti questi anni di verità e di giustizia negate. Attilio è una delle tante vittime innocenti sacrificate sull’altare di quella scellerata trattativa che uomini delle Istituzioni ai più alti livelli strinsero con i boss mafiosi, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. La sua unica ‘colpa’ fu quella di essere la persona giusta al posto e nel momento sbagliato. Un chirurgo all’avanguardia, uno dei primi ad utilizzare la tecnica chirurgica della laparoscopia per operare il cancro alla prostata. Per questo nell’autunno 2003 fu coinvolto nell’operazione cui fu sottoposto in gran segreto l’allora latitante Bernardo Provenzano. Fu la sua condanna a morte, perché finì schiacciato da quella rete di protezione mafioso-statale che proteggeva Provenzano in quanto garante mafioso della trattativa. Come ambasciatore dello Stato dentro la mafia, il boss doveva essere protetto, curato e tenuto al sicuro a qualsiasi costo, anche quello di uccidere un giovane medico inconsapevolmente chiamato a curarlo, come appunto Attilio Manca. Questo spiega i vergognosi depistaggi e gli evidenti tentativi di insabbiamento che per anni hanno impedito di arrivare alla verità. Per la giustizia italiana Attilio era un tossicodipendente che per sbaglio si iniettò in vena, nel braccio sinistro, un mix letale di eroina, tranquillanti ed alcol. Lui che era un chirurgo affermato e stimato. Lui che, in quanto mancino puro, semmai si fosse iniettato qualcosa in vena lo avrebbe fatto nel braccio destro e non in quello sinistro. Incongruenze evidenti, stranezze inspiegabili. Come paradossale è che sulle siringhe e sui tappi salva-ago e salva-stantuffo, curiosamente rimessi a posto, e persino sul sacchetto di plastica dal quale le due siringhe erano state estratte, non siano state ritrovate impronte utili, quasi a sostenere che Attilio avrebbe usato i guanti. E poi ci sono le foto, inequivocabili, del corpo senza vita, trovato a letto con il volto tumefatto e il setto nasale deviato propri di chi è stato aggredito e colpito ripetutamente. Evidenze di un omicidio, di un delitto efferato. Non per chi a suo tempo condusse in modo sbrigativo e approssimativo le indagini, non per chi ha riconosciuto in Monica Mileti, la donna accusata di aver fornito ad Attlilio la dose letale, l’unica responsabile della sua morte. Si è voluto chiudere il caso senza approfondire troppo. Con buona pace della verità e della giustizia. Nell’Italia dei misteri non è purtroppo una novità. Prima la Procura di Viterbo, ed ora la Procura di Roma vogliono mettere una pietra tombale sopra la verità. Questo va impedito. Per questo, come legale della famiglia mi opporrò, assieme al collega Fabio Repici, all’archiviazione del caso. Per questo, chiediamo ad ogni cittadino e cittadina di ribellarsi contro questa ennesima prova di impunità e di ingiustizia. Gli assassini di Attilio non possono restare per sempre impuniti! Verità e Giustizia siano fatte!

Tratto da: facebook.com

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