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Il giallo del suicida ucciso dalla mafia

Medico, avrebbe visitato Provenzano a Marsiglia “Eliminato dai mafiosi per cancellare le tracce”

ALFIO CARUSO CATANIA

Il cadavere giaceva riverso sul letto, seminudo, dentro una pozza di sangue, il setto nasale deviato, il corpo costellato di macchie ematiche, sul braccio sinistro i segni inequivocabili di due iniezioni. Era stata una richiesta dell’ospedale Belmonte di Viterbo a condurre la polizia, la mattina del 13 febbraio 2004, in quell’appartamento periferico, dove da alcuni anni abitava l’urologo trentaquattrenne Attilio Manca. Gli accertamenti della scientifica conclusero che si trattava di suicidio attraverso un cocktail micidiale di eroina e tranquillanti. Eppure niente nell’esistenza di Manca faceva prevedere l’intenzione di togliersi la vita: aveva già preso accordi per alcuni mesi di volontariato in Bolivia con «Medici senza frontiere», cui avrebbe seguito uno stage d’aggiornamento presso un ospedale di Cleveland. Non sorprende, dunque, che nelle scorse settimane la procura laziale abbia riaperto per la terza volta il caso ipotizzando che si possa trattare di un omicidio di mafia sul cui sfondo campeggia, addirittura, Bernardo Provenzano.

Attilio Manca proveniva da Barcellona Pozzo di Gotto, un tempo nota per ospitare il manicomio criminale, ma negli ultimi decenni al centro della storia più oscura di Cosa Nostra, quella inerente le stragi del ’92 e il tentativo di sovvertimento istituzionale del ’93. Dalla metà degli Anni Settanta le cosche locali hanno operato al servizio di «Binnu u tratturi», che trascorse diversi periodi di latitanza fra Bagheria e Barcellona. Da questi intrecci, che hanno coinvolto un altro boss storico, Nitto Santapaola, mezza imprenditoria messinese, la Dc e il Movimento Sociale, sono balzati fuori personaggi quali Pietro Rampulla e Giuseppe Gullotti: il primo confezionò l’esplosivo per Capaci, il secondo consegnò a Brusca il timer. Un missino perbene, il giornalista Beppe Alfano, fu eliminato nel ’92 a causa delle sue coraggiose denunce, dopo un vertice fra Bagarella, Brusca e Gioè.

Conseguita la specializzazione, Manca era stato il primo in Italia a operare i tumori alla prostata con la tecnica laparoscopica appresa all’ospedale Montsouris di Parigi e grazie alla quale era stato nominato vice primario al Belmonte. Nell’ottobre del 2003, all’insaputa dei colleghi di Viterbo, Manca aveva raggiunto la Costa Azzurra. In una telefonata al padre aveva spiegato di esser stato convocato per la visita urgente a un paziente. Ai primi di novembre, testimonianza della madre, si trovava nei pressi di Marsiglia. Sono due coincidenze inquietanti con la permanenza di Provenzano in Costa Azzurra per essere operato alla prostata. Con l’identità di Gaspare Troia, il numero uno della mafia e dei ricercati italiani aveva soggiornato a Marsiglia per tre settimane prima di essere ricoverato il 23 ottobre 2003 nella clinica Casamance di Aubagne. Terminata la degenza per il delicato intervento, Provenzano il 1° novembre si era spostato a Marsiglia.

Da subito Gino e Angela Manca si rifiutano di credere al suicidio del figlio. Raccontano agli inquirenti l’enigmatico atteggiamento di Attilio in un paio di telefonate pochi giorni prima del decesso, sparite però dai tabulati. Viene fuori che Manca l’11 febbraio aveva disertato una cena con il professore Gerardo Ronzoni, primario di urochirurgia al Policlinico di Roma. Infine il dettaglio più importante: il giovane medico era da sempre mancino, quindi non avrebbe usato il braccio destro per iniettarsi la sostanza letale.

In questi quattro anni e mezzo d’indagini chiuse e riaperte si è ispessita la pista barcellonese. Sulla mattonella del bagno di Manca è stata identificata l’impronta di suo cugino Ugo Manca, tecnico radiologo, condannato a nove anni per traffico di droga. Ugo Manca ha spiegato agli investigatori di averla lasciata nel dicembre 2003 allorché si era recato a Viterbo per sottoporsi a un piccola operazione al testicolo. Senza, però, indicare chi e quando gli aveva diagnosticato la sofferenza e prescritto l’asportazione.

La signora Manca ha svelato che poco tempo prima di morire Attilio le aveva domandato informazioni su Angelo Porcino – destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per tentata estorsione aggravata da metodi mafiosi – a nome del quale Ugo aveva richiesto l’appuntamento per un consulto. E lo stesso Ugo per conto degli zii aveva personalmente sollecitato alla procura di Viterbo la restituzione del corpo di Attilio e il dissequestro dell’appartamento, ma gli zii hanno vigorosamente smentito di aver mai conferito questo incarico al nipote. La presenza di Ugo Manca e di Angelo Porcino, considerati assai vicini alla cosca dominante, ha indotto gl’inquirenti a ritenere ragionevole il sospetto che il dottor Manca possa esser stato ucciso per eliminare il testimone scomodo dell’operazione di Provenzano a Aubagne.

Secondo la madre, Attilio sarebbe stato coinvolto proprio da un concittadino di cui si fidava per sfruttare la sua perizia con il bisturi. Avrebbe però riconosciuto nell’anonimo paziente della clinica Casamance ‘zu Binnu – non era difficile: come poi si è visto al momento della cattura, aveva conservato gli antichi tratti somatici – e da quel momento il suo destino sarebbe stato segnato. Un collega, il dottor Fattorini, ha messo a verbale che durante una gita in campagna Attilio confessò di esser turbato per qualcosa che non poteva dire neppure ai genitori e soprattutto per telefono.


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http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200809articoli/36314girata.asp

Il killer lo aspettava sotto casa

Torino Il ginecologo era appena rientrato quando ha ricevuto una telefonata. Tre colpi alla schiena

 

«Venga per una visita». Medico ucciso

Il killer lo aspettava sotto casa. Perquisite le abitazioni di pazienti e conoscenti

VENARIA REALE (Torino) – Due, forse tre colpi sparati alla schiena prima ancora che la serranda del garage di casa si fosse completamente alzata. L’ assassino, prima di fare fuoco, ha anche insultato la sua vittima. Il dottor Ezio Mollo, 51 anni, medico di base e ginecologo a Venaria, la sua città, è morto così, ieri sera poco dopo le 20.30. Da una mezz’ oretta era rientrato a casa dopo una giornata di ambulatorio. Lo aspettavano la moglie, Anna Lenzi, maestra d’ asilo, e la figlia Giulia, studentessa ventiduenne. Si era appena seduto a tavola quando è arrivata una telefonata: nome, cognome, indirizzo, una visita urgente da fare subito. Mollo, conosciutissimo a Venaria sia per la sua attività professionale sia per quella di volontario in parrocchia e di candidato per le liste civiche del centrodestra, era abituato a questo genere di uscite serali: si è messo la giacca e il cappotto, ha preso la borsa ed e sceso subito. Ma in strada lo aspettava un agguato criminale in piena regola, del quale, però, i Carabinieri a tarda sera ancora non riuscivano a spiegarsi il movente, nonostante l’ avvio di alcune perquisizioni nella case di pazienti e di conoscenti con i quali il medico poteva aver avuto qualche dissapore. «Siamo sconvolti, increduli – dicono gli amici che poco dopo il delitto si sono raggruppati sotto casa, in via Palestro 32, dall’ ex sindaco e medico Giuseppe Catania ad un altro collega, Marco Barbieri – Ezio era benvoluto da tutti, aveva seguito la gravidanza e il parto di tantissime donne di Venaria, era popolare, tranquillo, sereno. Ci siamo visti ancora ieri, non ci ha fatto trapelare nessuna preoccupazione». La stessa versione sottolineata anche da Tom Servetto, avvocato penalista, ex candidato a sindaco nella coalizione sostenuta dalla vittima: «Da 20 anni tenevamo insieme i corsi prematrimoniali, lui per l’ educazione sessuale, io per il diritto di famiglia. Sono senza parole, non so davvero chi potesse odiare a tal punto una persona così buona e perbene». Le prime testimonianze parlano di un unico killer che ha atteso il medico sotto casa. L’ omicida avrebbe agito a colpo sicuro, dopo aver fatto chiamare il dottor Mollo da un complice per una visita d’ urgenza. Gli ha sparato e poi si è allontanato a piedi, senza dare segni di panico. I Carabinieri, insieme al pubblico ministero di turno Livia Locci, indagano a tutto campo, alla ricerca sia di un possibile movente da ritrovare nella vita privata di Ezio Mollo sia di un’ eventuale, magari inconsapevole, inimicizia maturata tra i moltissimi pazienti del medico, che aveva due diversi studi, uno dei quali nel quartiere «a rischio» delle ex case Gescal alla periferia della cittadina. Al suo elenco presso l’ Asl erano iscritte centinaia di persone e altrettante ne aveva come clienti privati nella sua attività di ginecologo. La moglie della vittima, figlia di un ex sindaco molto popolare a Venaria negli anni passati, è rimasta in casa sconvolta dal dolore e non ha saputo fornire alcuna ipotesi. Se non, forse, quel nome e cognome che Ezio Mollo conosceva e che l’ hanno indotto a uscire in tutta fretta da casa mentre stava cenando con la famiglia. I precedenti Delitti e minacce Dottori nel mirino Marzio Colturani Il 13 novembre 2007 il ginecologo Marzio Colturani (foto), 63 anni, muore nel suo appartamento di Milano durante una rapina, soffocato dallo scotch Edoardo Austoni Il 21 novembre 2006 viene gambizzato l’ urologo Edoardo Austoni, 61 anni. A marzo Austoni sarà processato per aver chiesto denaro ai pazienti per accorciare le liste d’ attesa Dario Foà Il 15 febbraio 2005 a Bollate Dario Foà, psichiatra del carcere milanese di San Vittore, è trovato con il cranio sfondato Attilio Manca Il 12 febbraio 2004, Attilio Manca, l’ urologo che operò Bernardo Provenzano, viene trovato morto in casa a Viterbo

Schiavazzi Vera

Pagina 22

(26 febbraio 2008) – Corriere della Sera


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http://archiviostorico.corriere.it/2008/febbraio/26/Venga_per_una_visita_Medico_co_9_080226121.shtml

Attilio Manca ucciso da Cosa Nostra?

La Procura della Repubblica di Viterbo ha riaperto le indagini su un «giallo» tutto siciliano, perché la morte del giovane urologo Attilio Manca di Barcellona Pozzo di Gotto, archiviata come decesso per droga, è in effetti un chiaro omicidio di mafia.

di Tony Zermo – 4 settembre 2008

E che mafia, perché chiama in causa il boss dei boss Bernardo Provenzano. Attilio Manca, 34 anni, urologo all’ospedale di Viterbo, venne trovato morto nel suo appartamento della cittadina laziale il 12 febbraio 2004. Aveva sul braccio sinistro i segni di due iniezioni di eroina. Per gli inquirenti la morte era dovuta a una overdose. E invece non quadrava nulla, perché il medico non aveva mai fatto uso di stupefacenti, e poi era mancino: come avrebbe potuto farsi quelle iniezioni sul braccio sinistro? Inoltre aveva il volto tumefatto, il setto nasale deviato e numerose escoriazioni, il corpo era stato trovato in un lago di sangue. Un’indagine meno superficiale avrebbe dovuto far sospettare l’omicidio.

Perché dovevano uccidere il giovane medico? Tutto lascia supporre che era un testimone scomodo. Provenzano aveva grossi problemi alla prostata, aveva trovato nascondiglio nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto protetto dalla mafia locale. Di certo nei giorni in cui il boss veniva operato in una clinica di Marsiglia il dottor Attilio Manca si trovava nella città francese. Molti indizi lasciano credere che Manca abbia assistito all’operazione cui si sottopose Provenzano. Attilio Manca era stato uno dei primi in Italia a fare un’operazione alla prostata per via laparoscopica, era dunque un esperto, nonostante la sua giovane età, e questo perché era stato un anno a Parigi per apprendere bene questo tipo di intervento.

Racconta la madre Angela Gentile: «Che mio figlio fosse a Marsiglia il giorno in cui si operava Provenzano non ci sono dubbi, perché ci telefonò lui stesso. In quella telefonata ci disse anche una cosa strana: “Mamma, dacci un’occhiata alla mia moto che è nella casa a mare di Tonnarella”. Abbiamo fatto vedere la moto, ma era perfettamente funzionante. Cosa ci voleva dire? Negli ultimi tempi era cambiato, era diventato acido, le nostre conversazioni ridotte al minimo. Anche un suo collega, il dottor Fattorini, che lo aveva visto depresso se l’era portato in campagna. Gli aveva chiesto cosa lo turbasse e lui aveva risposto: “Non te lo posso dire”. E quando Fattorini gli consigliò di parlare almeno ai genitori, lui rispose che erano troppo lontani e che certe cose non si potevano dire per telefono. Credo che non ci abbia detto niente per tenerci al riparo da un possibile coinvolgimento».

Ma perché il dottor Attilio Manca sarebbe stato indotto a partecipare all’operazione di Provenzano? «Secondo me – dice ancora la madre – lui non sapeva che si trattava di un boss, altrimenti non ci sarebbe mai andato. Era stato più volte a Parigi, ma per apprendere, non era mai stato all’estero per partecipare ad un’operazione. Qualcuno deve averlo convinto a recarsi a Marsiglia per assistere un paziente. Quando poi ha capito di cosa si trattava sono cominciati i tormenti e lo hanno tolto di mezzo in maniera sbrigativa. Tra l’altro, uccidendolo a Viterbo, hanno evitato che del caso si interessasse una Procura siciliana. Le indagini sono state frettolose, sarebbe bastato vedere i tabulati dei telefonini per accertare che Attilio era a Marsiglia negli stessi giorni di Provenzano e che questo semplice fatto meritava un approfondimento. E poi, se era mancino, come si spiegavano quei due buchi sul braccio sinistro? E perché tutto quel sangue? Ho fatto tre appelli al procuratore nazionale Pietro Grasso che non ha risposto. Ho sollecitato pure la Procura di Palermo, che indagando su Provenzano avrebbe potuto occuparsi della strana morte di mio figlio. Ora spero che con la riapertura delle indagini si sappia la verità, perché quel qualcuno che ha convinto mio figlio di andare a Marsiglia deve avere un nome e un cognome. Questo è un delitto di mafia che è stato mascherato da morte per overdose e su cui per più di quattro anni era calato il silenzio».

 

 


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http://www.antimafiaduemila.com/content/view/8802/48/

Le commemorazioni a Barcellona per l’anniversario della morte di Beppe Alfano

di Carmen Di Per Giovedì

Barcellona Pozzo di Gotto – Una deludente sala semivuota stamattina, all’Istituto dei Salesiani di Barcellona Pozzo di Gotto, per la prima parte delle commemorazioni dedicate a Beppe Alfano nel 16° anniversario della sua morte per mano mafiosa.

E’ ben visibile l’amarezza di Sonia Alfano, figlia del giornalista e presidente dell’Associazione Nazionale Vittime di mafia. Ritornare a Barcellona in questo giorno triste è per lei e per la sua famiglia sempre molto difficile: tante le emozioni “rabbia ma anche tristezza”  – ci confida Sonia – certamente per il ricordo di quel tragico giorno del 1993, ma anche per oggi, per l’assenza di quelle scuole cui che erano state invitate. I presidi degli istituti barcellonesi hannno, però, declinato l’invito: “Devo combattere non solo con le istituzioni, con la borghesia mafiosa, ma anche con i presidi – dice Sonia-”. Certo, un’occasione persa per gli studenti ma anche per gli insegnanti: il silenzio è comunque una presa di posizione!
Tra quella trentina di ragazzi presenti per propria iniziativa personale, sale una giovanissima liceale che, sedendo accanto a Chicco Alfano – coordinatore regionale dell’Associazione Vittime di mafia” –, annuncia la nascita a Barcellona del primo coordinamento antimafia. Quasi una timida risposta all’appello disperato di una madre lanciato poco prima.
C’erano nell’esigua platea chi non può mancare a certe manifestazioni e non per cercare visibilità, piuttosto spinti da un senso del dovere forte, nato dalla perdita di un caro. Lo stesso senso del dovere che altri non sentono di manifestare – i singoli, i privati e i rappresentanti di qualcosa -.
C’erano i coniugi Manca, genitori di Attilio Manca, il medico la cui morte inizialmente giustificata come suicido ora è al vaglio per chiarire se, invece, è un delitto mafioso. E c’era Piero Campagna, fratello di Graziella, la stiratrice di Saponara, ammazzata perchè casualemnte aveva trovato l’agendina di un latitante.
“Non lasciateci soli!”, chiede con disperata forza Angelina Manca, madre di Attilio. La signora dall’aria dimessa trasmette drammaticamente l’immenso dolore, racconta del senso di solitudine e di isolamento che vive: “Noi siamo gente per bene e siamo trattati come delinquenti, mentre loro vengono trattati da gente per bene”. Racconta di suo figlio che “era un medico con un ottimo avvenire”.
Nel pomeriggio il dibattito “Da Alfano a Parmaliana”. Già questi due nomi ai siciliani e non solo rievocano tanto: l’onestà, l’impegno, l’alto senso della giustizia. Pochi o molti presenti alle commemorazioni, comunque loro parlano alle coscienze di tutti.

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http://messina.blogolandia.it/2009/01/08/le-commemorazioni-a-barcellona-per-lanniversario-della-morte-di-beppe-alfano/

La morte di Attilio

Attilio Manca venne ritrovato cadavere il 12 febbraio 2004, verso le ore 11. Il suo corpo era riverso trasversalmente sul piumone del letto (il letto era intatto ed in ordine, come se non fosse andato a dormire), seminudo. Dal naso e dalla bocca era fuoriuscita un’ingente quantità di sangue, che aveva finito per provocare una pozzanghera sul pavimento. Dalle fotografie effettuate si ricavano i seguenti elementi: il volto di Attilio presentava una vistosa deviazione del setto nasale; sui suoi arti erano visibili macchie ematiche; l’appartamento era in perfetto ordine; nella stanza da letto si trovava ripiegato su una sedia il suo pantalone, mentre inspiegabilmente non furono rinvenuti i boxer né la camicia; altrettanto inspiegabilmente sullo scrittoio erano poggiati suoi attrezzi chirurgici (ago con filo inserito; pinze, forbici), che egli mai aveva tenuto a casa; sul pavimento, all’ingresso del bagno, si trovava una siringa da insulina, evidentemente usata, cui era stato riposizionato il tappo salva-ago; in cucina non v’era traccia di cibo, consumato o residuato; sempre in cucina, nella pattumiera si trovavano, tra l’altro, un’altra siringa da insulina, evidentemente usata, cui erano stati riapposti il tappo salva-ago ed anche quello proteggi-stantuffo, e due flaconi di Tranquirit (un sedativo), uno dei quali era completamente vuoto mentre l’altro solo a metà. Il medico del 118, alle ore 11,45, effettuando l’accertamento del decesso, attestava che Attilio Manca era morto circa dodici ore prima, quindi a cavallo della mezzanotte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Veniva disposta immediatamente l’autopsia, che veniva affidata alla dr.ssa Ranalletta, medico legale, curiosamente moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo, nel quale prestava servizio Attilio. Al momento dell’incarico alla dr.ssa Ranalletta, peraltro, il marito era già stato sentito come testimone dalla polizia. La relazione autoptica, pur lacunosissima (tanto che in seguito il Gip si è trovato costretto a ordinarne un’integrazione), e quella tossicologica attestano che: nel sangue e nelle urine di Attilio Manca erano presenti tracce di un rilevante quantitativo del principio attivo contenuto nell’eroina, di un consistente quantitativo di Diazepam, principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit, e di non ingente sostanza alcoolica; la causa della morte di Attilio Manca va ricondotta all’effetto di quelle tre sostanze, che provocarono l’arresto cardio-circolatorio e l’edema polmonare; sul corpo di Attilio Manca erano visibili, al braccio sinistro, due segni di iniezioni (corrispondenti quindi alle due siringhe ritrovate), una al polso ed una all’avambraccio; su tutto il resto del corpo non era visibile traccia alcuna di iniezioni, recenti o datate. Attilio Manca era un mancino puro e compiva ogni atto con la mano sinistra. Tutti coloro che lo hanno conosciuto sanno che aveva scarsissima praticità con la mano destra. Tutti i suoi colleghi e amici frequentati nell’ultimo anno di vita, sentiti come testimoni nell’immediatezza, dichiaravano che era da escludersi che Attilio assumesse sostanze stupefacenti e che avesse ragioni per suicidarsi. Veniva anche accertato che, a partire dalle ore 20 circa del 10 febbraio, Attilio non aveva più avuto contatti, telefonici o di presenza, con amici e colleghi. La sera del 10 febbraio aveva deciso di non partecipare, contrariamente al solito, ad una cena fra colleghi. Nei giorni precedenti aveva chiesto e ottenuto un appuntamento per la sera dell’11 febbraio a Roma con il prof. Ronzoni, primario di urologia al policlinico Gemelli, reparto nel quale Attilio si era specializzato e aveva lavorato per anni. Inspiegabilmente e senza alcuna comunicazione preventiva, Attilio Manca non si presentò a quell’appuntamento. Rimane anche un mistero, che la Procura e la Squadra mobile di Viterbo non hanno fatto nulla per sciogliere, che cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca fra la sera del 10 febbraio e il momento della sua morte, avvenuta, come si è detto, nella notte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Un dato certo, però, proviene dalla testimonianza del vicino di casa, il quale, sentito lo stesso 12 febbraio, dichiarò che la sera prima, verso le 22,15 dell’11 febbraio 2004, aveva sentito il rumore della porta di casa di Attilio che veniva chiusa. Questo dato attesta che in quel momento Attilio tornava a casa o, viceversa, che qualcuno, ancora oggi non individuato, usciva da casa sua, in un’ora molto vicina alla morte di Attilio. Nell’abitazione di Attilio a Viterbo vennero fatti gli accertamenti dattiloscopici dalla polizia scientifica. Vennero rinvenute impronte palmari e digitali in un certo numero: non tutte, però, appartenevano ad Attilio. Alcune, quindi, erano state apposte da persona o persone diverse. Alcuni mesi dopo, dalle comparazioni effettuate dal gabinetto centrale della polizia scientifica, risultò che il titolare di una delle impronte era il cugino di Attilio, Ugo Manca. Venne allora sentito dalla polizia Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di arma e condannato in 1° grado per traffico di droga, oltre che frequentatore di molti personaggi di interesse investigativo, come Angelo Porcino, Lorenzo Mondello, Rosario Cattafi ed altri. Ugo Manca riferì alla polizia che quella impronta poteva averla lasciata nell’unica occasione in cui, a suo dire, era stato ospite del cugino, il 15 dicembre 2003, allorché si era recato a Viterbo, dove il giorno successivo venne ricoverato all’ospedale Belcolle ed operato proprio da Attilio, per un intervento in verità banale. Sennonché i genitori di Attilio Manca hanno riferito alla polizia come fra il 23 ed il 24 dicembre 2003 essi alloggiarono a Viterbo a casa di Attilio e come in quei giorni la signora, come ogni madre premurosa di un figlio che vive fuori sede da solo, aveva provveduto ad un’approfondita pulitura della casa, ivi compreso l’ambiente nel quale era stata ritrovata l’impronta di Ugo Manca. Tale evenienza contrasta con la tesi di Ugo Manca. Una decina di giorni prima di morire, Attilio, parlando con i suoi genitori, chiese loro notizie di un tale Angelo Porcino. Disse loro che era stato contattato telefonicamente dal cugino Ugo Manca e che questi gli aveva preannunciato che Porcino sarebbe andato a trovarlo a Viterbo perché aveva bisogno di un consulto. Contemporaneamente, in effetti, Ugo Manca disse a una terza persona, che di lì a poco sarebbe andato a Viterbo a trovare Attilio. Nessun accertamento è stato fatto dalla Procura e dalla Squadra mobile di Viterbo circa l’eventuale presenza di Porcino a Viterbo nei giorni precedenti la morte di Attilio. Né è mai stato verificato quale fosse la ragione che indusse Ugo Manca, giunto nella mattina del 13 febbraio 2004 a Viterbo, a tentare di entrare nell’appartamento di Attilio ed a presentarsi in Procura per sollecitare il dissequestro dell’immobile ed il pronto rilascio della salma di Attilio. Comportamenti, peraltro, contraddittori con il distacco assoluto che, a partire dal 15 febbraio 2004, Ugo Manca riservò ai genitori di Attilio, ben prima che essi iniziassero a manifestare dubbi sull’uccisione del figlio. Altro accertamento finora mancante è quello relativo ad un viaggio effettuato da Attilio Manca nell’autunno del 2003 nel sud della Francia, asseritamente per assistere ad un intervento chirurgico, come egli disse ai suoi genitori. Nel 2005 nell’inchiesta che porta alla maxi operazione antimafia denominata “Grande Mandamento” emerge che Bernardo Provenzano è stato a Marsiglia: una prima volta dal 7 al 10 luglio 2003 per sottoporsi a radiografie e ad esami di laboratorio e in un secondo momento proprio nel mese di ottobre dello stesso anno per subire l’operazione alla prostata. Ed ecco che al mistero sulla morte di Attilio Manca si aggiunge questo inquietante tassello legato a questa strana “coincidenza”. Comincia la battaglia giudiziaria della famiglia Manca che non accetta minimamente l’idea che la morte di Attilio finisca archiviata come suicidio. Angelina e Gino Manca si affidano all’avvocato Fabio Repici, un penalista molto noto in Sicilia, legale di diversi familiari di vittime di mafia, difensore tra l’altro nel processo per l’omicidio di Graziella Campagna, così come per quello di Beppe Alfano. Attraverso una meticolosissima ricerca e un’infaticabile attività investigativa, l’avv. Repici ricostruisce pezzo per pezzo la strana morte del dott. Manca riuscendo così ad evitare l’archiviazione del caso come suicidio.

Il 18 ottobre 2006 il Gip del tribunale di Viterbo, Gaetano Mautone, riapre il fascicolo sulla morte di Attilio Manca. Il Gip accoglie il ricorso con il quale la famiglia di Attilio si è opposta per la seconda volta alla richiesta di archiviazione del caso avanzata dalla procura della Repubblica di Viterbo, secondo la quale il giovane si sarebbe suicidato. Il Gip di Viterbo dà mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l’esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati su un tavolo nell’abitazione di Attilio Manca. In particolare il Gip dispone che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino.

Il 9 marzo 2007 la procura della Repubblica di Viterbo emette dieci avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Attilio Manca. Gli avvisi di garanzia sono finalizzati a mettere a confronto il Dna di tutte le persone che hanno frequentato la casa di Attilio con quello rilevato su un mozzicone di sigaretta e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati nell’appartamento di Attilio.

Nell’ambito degli accertamenti sulla morte del medico, uno degli avvisi di garanzia emessi dalla procura di Viterbo viene notificato ad Angelo Porcino, già in carcere con l’accusa di tentata estorsione con l’aggravante mafiosa. Tra gli indagati c’è anche il cugino di Attilio Manca, Ugo Manca.

Il 17 marzo 2007 viene disposto lo svolgimento di un incidente probatorio, per accertamenti relativi al Dna dei dieci indagati. Su richiesta del Pm il Gip di Viterbo stabilisce che il Dna delle dieci persone raggiunte nei giorni precedenti da avviso di garanzia per i reati di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto e omicidio colposo, venga comparato con quello rilevabile sia nelle cicche di sigaretta sequestrate nell’abitazione di Attilio che sugli strumenti chirurgici trovati nella sua camera da letto, al fine di risalire alla persona sulla quale siano stati eventualmente utilizzati.

Il giorno 1 luglio 2008 il Gip di Viterbo dispone un ulteriore supplemento d’indagine sulla morte di Attilio Manca. Il gip Mautone, su richiesta del legale della famiglia Manca, dispone il confronto delle impronte digitali trovate nell’appartamento di via Santa Maria della Grotticella (dove fu trovato il cadavere di Attilio), con quelli di due concittadini del medico, collegati con ambienti mafiosi barcellonesi, che erano a Viterbo quando il medico morì.

Il 14 novembre 2008 si conclude l’incidente probatorio. Davanti al Gip Gaetano Mautone avviene  l’audizione del perito che nei giorni precedenti aveva presentato una relazione scritta inerente le impronte digitali rinvenute a casa di Attilio Manca.

La perizia riscontra che 14 delle impronte rilevate sono di Attilio. Una particolarità della perizia riguarda una impronta ritrovata su una piastrella del bagno che corrisponde, con canone di assoluta certezza, ad Ugo Manca, cugino di Attilio.

Un’altra ancora riguarda la presenza di 3 impronte che non appartengono a nessuno degli indagati, ne tanto meno ai familiari del giovane urologo.

In virtù del fatto che nel periodo di Natale del 2003 Angelina, Gino e Luca Manca erano stati ospiti a casa di Attilio e che in quella occasione la signora Angelina aveva provveduto a fare una pulizia a fondo dell’appartamento del figlio, il ritrovamento dell’impronta del cugino di Attilio resta un giallo.

Ugo Manca ha sempre dichiarato di aver fatto visita alla casa di Viterbo del cugino tra il 15 e il 16 dicembre del 2003 e non dopo.

Non si spiega quindi come dopo un’accurata pulizia di tutto l’appartamento eseguita dalla signora Angelina nei giorni di Natale di quello stesso anno sia risultata un’impronta di Ugo Manca proprio nel bagno. Il bagno è di fatto il luogo dove è presente una maggiore umidità che è la causa primaria del deperimento delle impronte, ma ciononostante l’impronta di Ugo Manca è rimasta.

Così come il mistero che ruota attorno a lui.

A conclusione dell’incidente probatorio gli atti sono stati restituiti al Pm, il dott. Renzo Petroselli, che si è riservato le decisioni da assumere.

Nel frattempo resta ancora da sciogliere il nodo delle responsabilità di Bernardo Provenzano nella morte del giovane urologo.

Solamente dopo potremo avere la chiave per comprendere fino in fondo la storia di Attilio Manca.

Lorenzo Baldo

Le parole del prof. Ronzoni

Un anno dopo la morte di Attilio, al liceo ginnasio Luigi Valli di Barcellona P.G. (frequentato da  Attilio negli anni ’80), viene istituita una Borsa di Studio a suo nome. Nelle parole del prof. Gerardo Ronzoni è racchiusa tutta l’essenza del ricordo per un allievo che lui sentiva come un figlio. “Ho conosciuto il Dott. Attilio Manca – esordisce il prof. Ronzoni – quando era ancora studente in medicina al 5° anno del Corso di Laurea. Mi fu presentato dal Professore di Chimica come l’unico studente nella storia della Facoltà con una conoscenza della chimica dello stesso livello del docente esaminante”. “Grazie al suo aiuto – evidenzia il professore – ho potuto iniziare ad operare per via laparoscopica il cancro della prostata, grazie al suo impegno ed alle sue capacità è stato possibile organizzare dei corsi di laparoscopia per chirurghi. Il suo contributo è stato sempre utile per risolvere complessi casi clinici ed interventi ad alto rischio. Il Dott. Manca si è sempre dimostrato disponibile ed umano verso ogni paziente, capace e collaborativo, preciso e sicuro al tavolo operatorio”. “La sua precoce scomparsa – termina il professore – rappresenta una grave perdita per la medicina italiana, per me la perdita di un amico, di un figlio e del miglior allievo che abbia mai avuto. L’istituzione a suo nome di una Borsa di Studio rende onore a lui ed alla sua famiglia che lo ricorda nel modo più giusto e concreto. In fede prof. Gerardo Ronzoni”.

Destinazione Viterbo

Nel 2002 vince il concorso presso l’ospedale Belcolle di Viterbo; ed è al Belcolle che l’undici novembre dello stesso anno intraprenderà la sua attività di urologo nel reparto diretto dal prof. Antonio Rizzotto.

Attilio è pieno di vita, stimato dai suoi colleghi, con alcuni di questi è legato da un profondo rapporto di amicizia, ed è anche amato e corteggiato da tante ragazze. Ma poche sono le storie d’amore che Attilio vive in quanto è  alla ricerca della compagna ideale e non intende accontentarsi di rapporti occasionali.

E’ un uomo credente, legatissimo alla sua famiglia. Soprattutto con sua madre. Angelina è la “custode” di tanti momenti nei quali Attilio le confida i suoi pensieri, le sue speranze, le sue disillusioni e in alcuni casi anche le sue premonizioni, come quando nell’estate del 2003 le accenna che durante la sua permanenza a Parigi un’indovina gli aveva pronosticato che sarebbe morto a 35 anni.

Attilio però non gli aveva dato peso e aveva continuato a vivere intensamente la propria vita, amante della natura, delle passeggiate in montagna, del mare e delle gite in moto.

A febbraio del 2004, due giorni prima di morire, nel suo insopprimibile desiderio di vita, Attilio preannuncia ai suoi genitori la volontà di accendere un mutuo per acquistare una casa. Pochi giorni dopo la sua morte Angelina, prostrata dal dolore, chiede interiormente al figlio di darle un segno della sua presenza. Angelina è una donna fortemente credente ma è soprattutto una madre segnata dalla sofferenza. Entra nella stanza di Attilio, prende un libro dalla sua libreria e apre una pagina a caso. E’ il Manuale di Epitteto: “Non dir mai di nessuna cosa: «l’ho perduta», ma: «l’ho restituita». È morto tuo figlio? È stato restituito. È morta tua moglie? È stata restituita. «Mi è stato tolto il podere»: ebbene, anche questo è stato restituito. «Ma chi me l’ha portato via è un malfattore». E a te cosa importa attraverso chi ne abbia chiesto la restituzione colui che te lo aveva dato? finché ti concede di tenerlo, abbine cura come di un bene che non è tuo, come i viaggiatori della locanda”.

Attilio le ha risposto.

Il rientro in Italia

Agli inizi del 2001 Attilio si specializza sulla prostatectomia radicale laparoscopica con il massimo dei voti (50/50 e lode). Nel mese di marzo del 2001, con il prof. Ronzoni, esegue il primo intervento di prostatectomia radicale per via laparoscopica in Italia. Da quel momento insieme al suo professore (che nel frattempo gli fa avere un dottorato di ricerca) Attilio tiene corsi al Policlinico Gemelli di Roma per insegnare questo nuovo tipo di intervento a urologi provenienti da tutta Italia. Corsi che successivamente si terranno anche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Contemporaneamente Attilio partecipa ad alcuni congressi medici in Italia e in Francia insieme a eminenti luminari a livello internazionale. L’anno successivo Attilio si reca negli Stati Uniti, precisamente a Cleveland (Ohio), dove rimarrà alcune settimane per realizzare uno stage presso il Cleveland Clinic Urological Institute.  

Il viaggio in Francia

Nel 1999, con il benestare del prof. Ronzoni, Attilio parte per Parigi dove vi rimane un anno per seguire proprio uno stage finalizzato all’apprendimento dell’intervento di prostatectomia radicale per via laparoscopica.

Nei primi sei mesi, presso il Servizio di Urologia del Prof. Richard dell’Università La Pitiè – Salpetriere, Attilio approfondisce lo studio delle tecniche chirurgiche nelle patologie tumorali di pertinenza urologica della chirurgia mini-invasiva per l’incontinenza urinaria femminile.

Nei mesi successivi si reca presso il Servizio di Urologia del Prof. Vallencien Institut Mutualiste Montsouris per apprendere le basi della tecnica laparoscopica e della prostatectomia radicale laparoscopica. In quel periodo partecipa come aiuto a decine di prostatectomie radicali laparoscopiche, a nefrectomie, tumorectomie renali, promontofissazioni, per via laparoscopica, nonché ad interventi chirurgici a cielo aperto e a procedimenti endoscopici e percutanei. Mentre presso il Servizio di Urologia del Prof. Botto – Hospital Foche approfondisce le tecniche di ricostruzione vescicale dopo cistectomia.

Il rapporto con il prof. Ronzoni

Il rapporto tra Attilio e il prof. Ronzoni rimarrà sempre saldo fino alla fine, basato sulla stima e sul rispetto reciproco, ma anche su una reale componente affettiva. Nel 1998, durante il servizio militare, Attilio scrive una lettera al prof. Ronzoni. La lettera non verrà mai spedita, la ritroveranno i genitori solamente alcuni anni dopo. “Ricordo quanto fui colpito dalla Sua persona quando La conobbi – scrive Attilio nella missiva – e con quale forza le sue parole dissodavano il fertile terreno della mia mente. Molte volte tornando a casa ripensavo a quelle parole, ai suoi gesti, alla filosofia di vita che attraverso questi si manifestavano e da cui mi sentivo rischiarato. Spesso avrei desiderato ringraziarla per questo, ma nel naturale rapporto tra “maestro” e allievo non sono contemplate fervide dichiarazioni di stima e di affetto, tanto più perché potrebbero dare adito in chi le ascolta a sterili illazioni di adulazione, in verità molto diffusa negli ambienti universitari. Ho deciso così di esprimerle la mia gratitudine e la mia ammirazione a distanza, per iscritto, sia per la circoscritta univocità dell’epistola, sia perché sentivo come un dovere manifestarle quanto scrivo: ogni lavoratore ha il diritto di conoscere cosa e quanto germoglia di ciò che semina”. “Il suo modo consapevolmente sereno di affrontare i problemi medici e non – sottolinea Attilio – la garbata compostezza nel trattare con gli inferiori, saldo nelle decisioni ma sempre e comunque disposto al dialogo per farsi seguire non per imposizione, ma per convinzione. L’incorruttibile solidità nei rapporti con i superiori, sempre pronto a difendere le sue idee senza mai venire a compromessi, anche a scapito di interessi personali. E sopra a tutto ciò, causa e conseguenza, linea conduttrice, la serafica tranquillità nel porsi di fronte alla vita stessa, caratteristica che si può trovare solo in quelle personalità in cui alla fiducia in se stessi è associata una grande consapevolezza di sé, delle proprie forze e delle proprie debolezze per trarne sicurezza dalle une e combattività dalle altre”. “Le sono grato di tutto ciò – conclude Attilio – perché mi ha permesso di affrontare con serenità la vita militare e mi sono di prezioso aiuto in quella trasformazione da “homo” a “vir” a cui tanti anelano, ma che soltanto pochi hanno la fortuna di conseguire. Riverenti saluti Attilio”.