Domenica 3 Luglio 2022

Valorizzati i pentiti che lo ritengono "a capo di una potente loggia massonica" e “responsabile morale della morte di Attilio Manca

di Karim El Sadi

"Non ci sono dubbi" sul fatto che l’avvocato Rosario Pio Cattafi (in foto), almeno dall'ottobre del 1993 al marzo del 2000, fosse a tutti gli effetti un uomo della cosca mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), non solo come persona di fiducia del boss Pippo Gullotti (di cui era stato testimone di nozze) ma anche, dopo l'arresto di quest'ultimo avvenuto nel febbraio del 1998, come "riferimento di spicco dell'organizzazione" per gli altri affiliati e storici vertici, "assumendo compiti e rapporti con le Istituzioni deviate e i colletti bianchi". A scriverlo, nero su bianco, è la corte d’Appello di Reggio Calabria, (presieduta da Filippo Leonardo) che il 6 ottobre scorso ha condannato Cattafi a 6 anni di carcere per associazione di stampo mafioso. 116 pagine di motivazione di sentenza in cui i giudici reggini mettono luce su quella che sarebbe la vera identità avuta da Pio Cattafi, da lui sempre rinnegata. Uno spaccato inquietante su uno degli uomini più misteriosi di Barcellona Pozzo di Gotto, frutto del contributo dichiarativo di così tanti collaboratori di giustizia, scrive la Corte d’Appello, che “è davvero arduo accreditare la tesi secondo cui l'imputato sarebbe vittima di un ordito complotto ai suoi danni”, come sostengono i suoi legali.

All’esito delle risultanze riportate, si legge nella sentenza, “si può affermare, al netto delle obiezioni riportate e superate, che vi sono fatti precisi, del tutto sintomatici della adesione associativa di costui fino al marzo 2000, dovendosi rilevare che la pluralità delle fonti assunte e la loro strutturale convergenza in ordine all'unico decisivo thema probandum, vale a dire la sua partecipazione al medesimo sodalizio, non lascia spazio a dubbi né a tesi alternative ipotetiche, vagliate e ritenute inidonee a incidere sull’assunto accusatorio, qui sposato”. La Corte infatti - riportando le rispettive dichiarazioni dei collaboratori di giustizia D’Amico, Siracusa, Castro, Bisognano e Mirabile - ritiene “comprovato” che l’imputato “ha partecipato ad una riunione associativa nel 1993” (dich. D’Amico);” “ha partecipato ad un altro convegno di mafia, dopo la sua scarcerazione nel ‘97” (dice. Siracusa); “È stato presentato da Barresi Eugenio come sodale del gruppo nel 2000, tale continua ad essere considerato ancora verso 2000 durante i convegni elettorali (dice Castro)”; “ancora nel 2002 è certamente ritenuto un affiliato al medesimo gruppo” (dich. Bisognano). E infine “nel 2004 Rugolo (Salvatore, medico di base deceduto nel 2008 in un incidente stradale, ndr) continua a ritenerlo certamente associato, considerandolo responsabile, in via morale, della morte del dott. Manca” (dich. Mirabile).


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Attilio Manca


Nel caso Manca la veridicità del dischiarato di D’Amico
E a proposito di Manca, la Corte “valorizza” il dichiarato di Carmelo D’Amico circa l’adesione di Cattafi alla compagine mafiosa barcellonese rifacendosi alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia sulla misteriosa morte dell’urologo 34enne, anch’egli di Barcellona Pozzo di Gotto, avvenuta a Viterbo il 12 febbraio 2004.
A detta di Carmelo D'Amico, ex membro dell'ala militare esecutiva del sodalizio, Cattafi avrebbe accompagnato, su incarico di un generale dei carabinieri, presso il luogo in cui era rifugiato il boss stagista Bernardo Provenzano, al tempo latitante da oltre 40 anni, che aveva bisogno di cure urgenti. "Per evitare che si potesse disvelare il rifugio di Provenzano - scrive la corte d'appello di Reggio Calabria nelle sue motivazioni -, Manca è stato ucciso dai servizi segreti. Da qui il "risentimento", riferito da D'Amico alla corte, del cognato di Gullotti, cioè il medico di base Salvatore Rugolo che considerava Cattafi "moralmente responsabile" della morte di Manca (avvenuta nel 2004) per i rapporti che aveva con le istituzioni deviate. E ancora, D'Amico raccontò che, nel carcere milanese di Opera, il boss palermitano Antonino Rotolo "gli confermò che Provenzano era stato curato in Francia da Manca, poi ucciso dai servizi segreti". Per la corte è importante anche evidenziare, proprio in riferimento alla morte di Manca, che nel 2004 "non c'erano dubbi sull'intranità alla cosca di Barcellona da parte di Cattafi", andando ben oltre il periodo storico (1993-2000) oggetto di contestazione processuale. Concentrandosi poi nuovamente sulla figura di Cattafi, D’Amico, come riportano i giudici di Reggio, sostiene che “aveva il compito di gestire i rapporti, per conto della cosca, con i cosiddetti 'colletti bianchi', pur non essendo lui un colletto bianco, visto che il boss era a tutti gli effetti un uomo d'onore... un associato". D'Amico è stato ritenuto attendibile anche quando ha affermato che "Cattafi era a capo di una potente loggia massonica che, comprendendo uomini politici e personaggi delle Istituzioni e dei servizi segreti, dimostra il livello del personaggio in esame". Questo, al punto che “Cattafi era uno dei pochi sodali a conoscere il luogo dove Nitto Santapaola (capo mafia di Cosa nostra catanese, ndr) trascorreva la sua latitanza". Tanto è vero che, all'indomani della cattura dello stesso Santapaola, D'Amico "venne convocato da Gullotti che, su mandato dei vertici di Cosa Nostra, gli affidò, quale killer esperto e fidato, il compito di uccidere Cattafi, sospettato di aver tradito Santapaola di cui conosceva il rifugio". Incarico poi rientrato perché Cosa Nostra scopri 'il vero responsabile' del tradimento.
Nei 6 anni di reclusione inflitti dai giudici di appello calabresi che erano partiti da 9 (poi ridotti di un terzo per la scelta del rito), va ricordato che è compresa anche la condanna a un anno e mezzo di reclusione in ordine alla calunnia commessa da Cattafi per aver falsamente accusato l'avvocato Fabio Repici (parte civile nel processo) di aver determinato la collaborazione di Carmelo Bisognano, al fine di indurlo a rilasciare nei confronti dello stesso boss alcune dichiarazioni accusatorie. "Tale ultimo delitto - si legge nelle motivazioni - è stato accertato in via definitiva, avendo la Cassazione disposto il rinvio al fine di determinare il trattamento sanzionatorio, dipendente dal giudizio in ordine al delitto associativo". A Cattafi non sono state concesse le circostanze generiche "attesa la gravità dei delitti commessi e in assenza di alcun reale contributo collaborativo, da lui reso, in favore dell'accertamento della verità dei fatti, salvo ovviamente il legittimo diritto di difendersi, proclamando la propria innocenza".


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L'avvocato Fabio Repici © Imagoeconomica


Il processo
Il troncone del processo Gotha 3 che riguardava Cattafi (uomo di estrema destra, già vicino a Ordine Nuovo, legato ai servizi segreti) era tornato in appello dopo la decisione, nel 2017, della Corte di Cassazione.
Oltre al noto avvocato erano alla sbarra il boss Giovanni Rao, e il “cassiere” di Cosa nostra barcellonese Giuseppe Isgrò.
Se per quest'ultimi due erano stati rigettati i ricorsi difensivi, con le condanne d'appello decise a Messina nel 2015 divenute definitive (5 anni e 8 mesi per Rao, 7 anni e 6 mesi per Isgrò), per Cattafi i giudici della V sezione penale avevano dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale.
Un provvedimento che fece cadere in maniera definitiva l'accusa di aver assunto il ruolo di “capo” della mafia barcellonese che gli era stato attribuito in precedenza dall’accusa ma che aveva confermato l'intraneità di Cattafi all'associazione mafiosa barcellonese fino al 1993. Al contempo veniva stabilito che bisognava ripartire dal secondo grado in relazione alla condanna inflitta a Cattafi dalla Corte d'appello di Messina per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000, statuendo cioè che dopo quella data non c’erano elementi sufficienti a supporto dell’accusa.
La Corte di Appello di Reggio Calabria aveva impiegato più di due anni per fissare la prima udienza del processo a carico di Cattafi, nonostante il reato di associazione mafiosa fosse a rischio di prescrizione.
Poi, lo scorso 29 settembre, dopo una lunga serie di rinvii ed impedimenti, si è tenuta l'udienza in cui è stato sentito il collaboratore di giustizia D'Amico, dopo la decisione della Corte di riaprire il dibattimento accogliendo la richiesta dell'avvocato dell’Associazione nazionale familiari vittime della mafia, Fabio Repici.
Successivamente il sostituto procuratore generale Antonio Giuttari nella requisitoria, in controtendenza rispetto alle conclusioni del collega Adornato (che aveva dapprima chiesto di far decadere il reato di associazione mafiosa per intervenuta prescrizione per poi rettificare e chiedere anche l’assoluzione per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000), aveva revocato la richiesta del precedente Pg e chiesto la conferma della sentenza della Corte d’appello di Messina (Cattafi è stato condannato a 12 anni in primo grado, poi ridotti a 7 in appello), in cui si decretava l'appartenenza di Cattafi all’associazione mafiosa barcellonese solo fino al 2000.

Tratto da:
antimafiaduemila.com

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