Lunedì 19 Agosto 2019

di Lorenzo Baldo
A febbraio del 2004, due giorni prima di morire, nel suo insopprimibile desiderio di vita, l’urologo barcellonese Attilio Manca aveva preannunciato ai suoi genitori la volontà di accendere un mutuo per acquistare una casa. Pochi giorni dopo la sua morte, sua madre, prostrata dal dolore, aveva chiesto interiormente al figlio di darle un segno della sua presenza. Una volta entrata nella stanza di Attilio aveva preso un libro dalla sua libreria e aveva aperto una pagina a caso. Era il Manuale di Epitteto: "Non dir mai di nessuna cosa: «l'ho perduta», ma: «l'ho restituita». È morto tuo figlio? È stato restituito. È morta tua moglie? È stata restituita. «Mi è stato tolto il podere»: ebbene, anche questo è stato restituito. «Ma chi me l'ha portato via è un malfattore». E a te cosa importa attraverso chi ne abbia chiesto la restituzione colui che te lo aveva dato? finché ti concede di tenerlo, abbine cura come di un bene che non è tuo, come i viaggiatori della locanda". Attilio le aveva risposto. Da quel momento questa donna dalla fede incrollabile non si era arresa alla frettolosa definizione di “suicidio” per la morte di suo figlio. E insieme al marito, Gino, e al figlio, Gianluca, aveva cominciato a gridare la pretesa di verità che appartiene a chiunque subisce un’ingiustizia così tremenda.

Una questione di tempo
In questi lunghi dieci anni la famiglia Manca ha sopportato con incredibile dignità le peggiori infamie piovute addosso da ambienti barcellonesi (e non solo) sulla morte di Attilio. La certezza che si trattava solo di una questione di tempo ha rappresentato un punto fermo per Angelina e per i suoi familiari. E così è stato. Alla fine, per quello che a tutti gli effetti appare come un omicidio, verrà celebrato un processo. Un primo passo. Il lavoro straordinario di questi anni intrapreso dall’avvocato Fabio Repici - al quale si è unito recentemente Antonio Ingroia, nella sua nuova veste di legale della famiglia Manca - ha portato a questo importantissimo risultato. Che ripaga del precedente approccio giudiziario della procura di Viterbo, ostinatamente orientata sulla tesi del “suicidio”; un approccio  che ha segnato pesantemente - in negativo - la ricerca della verità.

Le parole di Attilio
Rileggendo vecchi appunti di Attilio Manca è come se emergesse con forza il suo desiderio di lasciare una traccia del suo passaggio su questa terra. “In questo continuo divagare – scriveva il giovane urologo – si succedono gli episodi che hanno costituito la mia vita e che mi sopravvivranno, incollati in qualche mucchio di terra. Per adesso è compito mio: sono io che col mio pensiero tengo in vita la gente che ha incrociato la mia. Oggi sono con i bambini della mia strada, poi ascolto una giornata della mia sposa, infine è la volta dei passanti che si affollano per un brandello di vita. In verità tento un'equa suddivisione dei miei ricordi, e attendo. Che il prossimo prenda il mio posto”. Ma è nelle ultime frasi di un’altra pagina della vita di quest’uomo che si rispecchia la speranza di Angelina, Gino e Luca, ai quali va il più profondo ringraziamento per aver mantenuto viva quella certezza che, prima o poi, la verità verrà alla luce. “Spero solamente – concludeva Attilio Manca – che la ricerca non venga interrotta per continuare a vivere nei miei successori e soprattutto, spero che qualcuno un giorno possa trovare la verità, per non vanificare me e millenni di generazioni umane”. Per Attilio - e per tutti i martiri dei troppi “misteri” d’Italia - quella verità dovrà essere trovata.

Tratto da: antimafiaduemila.com

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