Venerdì 27 Gennaio 2023
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La onorevole Piera Aiello: "Abbiamo detto che doveva rimanere così per come l'avevamo espressa"

di Luca Grossi

Sulla relazione della commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura c'è scritto nero su bianco che la morte di Attilio Manca, il giovane medico siciliano trovato morto nella sua casa a Viterbo nella notte tra l'11 e il 12 febbraio 2004, è stato un omicidio, legato alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto (Barcellona Pozzo di Sangue), alla latitanza di Bernardo Provenzano efrutto di una collaborazione tra la cosca mafiosa barcellonese e soggetti istituzionali estranei a Cosa Nostra".
Ma la pubblicazione del documento sul sito della Camera dei Deputati è stata rimandata per mesi. Motivo?
Ieri su Spotlight, in un servizio a cura di Raffaella Cosentino, si è parlato di tentativi di manomettere il documento: in altre parole si è cercato di inserire dei passaggi che "noi non li vogliamo. Che non c'erano", ha detto la onorevole Piera Aiello. "E allora noi non abbiamo accettato. Abbiamo detto che doveva rimanere così per come l'avevamo espressa. Con i nomi di persone che magari ci sono stati consigliati di togliere".
"Sono innumerevoli gli ostacoli posti sul nostro cammino", aveva scritto sulla sua pagina Facebook la madre di Attilio, Angela Gentile. E anche questa volta, purtroppo, i fatti gli hanno dato ragione.
Ma cosa contiene quella relazione di così scomodo? O meglio, se il caso di Attilio Manca venisse riaperto quali verità verrebbero scoperte?
Forse si aprirebbero delle nuove indagini sulla latitanza di Provenzano?
Ricordiamo che secondo i giudici che hanno redatto la sentenza di Appello dellla Trattativa “si voleva ‘proteggere’ Provenzano, ossia favorirne la latitanza in modo soft, e cioè limitandosi ad avocare a sé vari filoni d’indagine che potevano portarne alla cattura, ma avendo cura al contempo di non portare fino in fondo le attività investigative quando si fosse troppo vicini all’obbiettivo".
Una scelta scandalosa se si tiene conto di ciò che è avvenuto nel 1993 dove le vite umane furono tutt'altro che salvate, o ancora che Cosa nostra, sotto il regime di Provenzano ha continuato (così come continua ancora oggi) a fare affari, a chiedere il pizzo, a intimidire e minacciare.
Nel corso del tempo, tolta l’ultima commissione antimafia, non si è mai voluta approfondire la tesi, supportata da elementi di rilievo, per cui Attilio sarebbe stato ucciso perché avrebbe visitato Bernardo Provenzano per il suo tumore alla prostata (prima o dopo il suo intervento in Francia) e soprattutto perché sarebbe stato un testimone scomodo della rete di protezione attorno al boss Bernardo Provenzano eretta da una parte dello Stato.
La testimonianza di Attilio Manca sarebbe stata preziosissima in ogni sede giudiziaria, qualora fosse stato chiamato a deporre su ciò che aveva visto ed osservato, mentre visitava l'allora latitante Bernardo Provenzano.
Vi è un dato ulteriore. L'avvocato Fabio Repici, legale della famiglia Manca, ha riferito in trasmissione delle "rivelazioni di Carmelo D'Amico, un killer della famiglia di Cosa Nostra di Barcellona Pozzo di Gotto, che si è autoaccusato di oltre trenta omicidi. D'Amico si trovava in carcere al 41 bis in una cella vicina a quella del boss palermitano Antonino Rotolo, particolarmente vicino a Bernardo Provenzano. Rotolo, ha riferito Carmelo D'Amico gli rivelò che effettivamente Attilio Manca era stato vittima di un omicidio e che a commettere l'omicidio erano stati appartenenti ai servizi segreti. Ha fatto riferimento ad un personaggio di origini calabresi particolarmente mostruoso nell'aspetto".
Un killer calabrese “brutto” al servizio di mafia e apparati deviati dello Stato, con il soprannome di “Faccia da mostro”, avevano già parlato innumerevoli collaboratori di giustizia, come, si legge nella relazione, "Luigi Ilardo, Vito Lo Forte, Francesco Marullo, Vito Galatolo, Giovanna Galatolo, Giuseppe Maria Di Giacomo, Antonino Lo Giudice e Consolato Villani”. "Venne identificato nella persona di Giovanni Aiello - hanno scritto i commissari - ex poliziotto, già in servizio alla Squadra Mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto in quiescenza per motivi fisici".
Altro dato di particolare rilevanza è l'esistenza di una intercettazione ambientale del 2003, scoperta dal documentarista Tobias Follett e pubblicata per la prima volta da ANTIMAFIADuemila: i gregari del boss avevano deciso che a quel dottore, "andava fatta una doccia". In altre parole, doveva essere eliminato.
Ma ci fu chi lo uccise una seconda volta, bollandolo dopo la sua morte come un tossicodipendente.
Anche questa menzogna è stata smentita dalla commissione antimafia.
"Attilio era soprattutto un figlio affettuoso, un ragazzo pieno di vita, di solarità, di gioia di vivere. Si è specializzato al policlinico Gemelli ma l'ultimo anno di specializzazione l'ha fatto a Parigi dove ha appreso (non so se dire bene benedetto maledetto) intervento di tumore alla prostata per via laparoscopica", ha raccontato Angela Gentile. "L'ultima volta che l'ho sentito è stato l'11 febbraio del 2004. La mattina verso le 9.30. Mi fa: 'mi dovete aggiustare la moto che è nella casa di Tonnarella, una richiesta stranissima dato che la moto gli sarebbe servita in estate". "Attilio ci stava lanciando qualche segnale. Quella telefonata è sparita dai tabulati", ha detto.
"Che cosa ha fatto mio figlio in quelle ventiquattro ore?"
Anche questa domanda attende di avere una risposta.
Sperando che non ci siano altri tentativi di ostacolare la ricerca della verità sulla morte di Attilio non resta che aspettare l'apertura delle indagini.

Tratto da:
antimafiaduemila.com

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