Lunedì 17 Giugno 2019

 

di Miriam Cuccu
La Procura di Viterbo ha chiuso il caso Attilio Manca, l’urologo di Belcolle sulla cui morte, avvenuta nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004, aleggiano ancora molti interrogativi ai quali la giustizia viterbese non è stata in grado di dare una risposta. Il gip Salvatore Fanti, disponendo l’archiviazione, ha confermato il suicidio per overdose del medico, scartando la pista mafiosa mai peraltro abbandonata dalla famiglia Manca secondo la quale la morte di Attilio sarebbe strettamente collegata al viaggio che Bernardo Provenzano fece a Marsiglia per operarsi alla prostata. Questa ricostruzione dei fatti sarebbe avallata dalle dichiarazioni – mai però confermate da ulteriori riscontri – del boss Francesco Pastoia, intercettate e rese pubbliche nel gennaio 2005. Il capomafia affermava che Provenzano sarebbe stato curato da un urologo siciliano nello stesso periodo (autunno 2003) nel quale Attilio disse alla famiglia di doversi recare in Francia per lavoro (il 28 gennaio Pastoia venne poi trovato impiccato nella sua cella, ndr). “La procura di Viterbo non ha mai approfondito le dichiarazioni di Pastoia che parlava di un urologo che ha visitato Provenzano. Chi è questo urologo? Fino ad oggi non è stato mai trovato. Questa procura ha scartato a priori la pista di Provenzano perché Attilio doveva morire per droga” ha dichiarato Angela Manca, madre di Attilio e di Gianluca che insieme a lei chiede instancabilmente verità sulla morte del fratello.
Attilio, stimato chirurgo e tra i primi ad operare i tumori alla prostata per via laparoscopica, sarebbe quindi diventato un personaggio scomodo da eliminare, in quanto ormai sapeva troppo sulla latitanza dorata del boss corleonese, terminata solo nel 2006 dopo quarantatré anni.
Con l’archiviazione dell’inchiesta sono stati scagionati i cinque siciliani di Barcellona Pozzo di Gotto finiti nel registro degli indagati. Si tratta di Ugo Manca, cugino di Attilio, Angelo Porcino, già detenuto perché sospettato di appartenere al clan dei “Barcellonesi” e i compaesani Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto e Andrea Pirri. Rinviata a giudizio, invece, la romana Monica Mileti, dalla quale secondo gli inquirenti Attilio avrebbe ricevuto la droga che ne decretò la morte.
Resta quindi l’amarezza della conclusione di un’inchiesta che ha dato ben poche speranze di poter arrivare ad ottenere giustizia: “Noi ad oggi non sappiamo che fine ha fatto l’ultima telefonata di Attilio dell’11 febbraio, quella telefonata era fondamentale per sapere dove si trovava ma è sparita dai tabulati. La procura non l’ha cercata, nonostante la richiesta del nostro legale, l’avvocato Repici, così come non ha mai cercato i tabulati del 2003 che avrebbero provato la presenza di Attilio a Marsiglia” ha detto ancora la signora Manca, precisando: “la cosa più indecente è che gli indagati dal 5 agosto parlano di aver avuto la notifica dell’avvenuta chiusura, mentre noi fino ad oggi non sappiamo nulla”. “E’ stata una sorpresa apprenderla dagli organi di stampa – ha confermato il fratello del chirurgo siciliano – perché credo che in un Paese di diritto, come è l’Italia, la notizia dovrebbe essere comunicata attraverso una normale notifica che ancora oggi non è arrivata. Per questo provo una profonda amarezza”.
Ci sono numerose lacune che ancora persistono perché, ha detto Gianluca, “se Attilio muore per droga non si comprende come abbia potuto utilizzare le due siringhe che sono state recuperate nella sua abitazione, dove non sono state trovate impronte né di Attilio né di terzi. – scoperte entrambe con il tappo salva aghi inserito – È una grave incongruenza”. “In più – ha continuato – c’è anche la ‘coincidenza’ della permanenza di Bernardo Provenzano nei giorni post operazione trascorsi, dopo l’intervento a Marsiglia, proprio nella provincia di Viterbo. Anche su questo punto i pubblici ministeri hanno fatto finta di non vedere e non hanno approfondito”.
Nonostante le difficoltà giuridiche incontrate fino ad oggi resta la speranza che presso un’altra procura possa essere aperto un nuovo troncone (con l’eventuale ma al momento remota possibilità della collaborazione di un pentito) dove finalmente venga fatta luce sui tanti interrogativi rimasti insoluti. “Mi auguro che la vicenda di Attilio possa essere vagliata a trecentosessanta gradi, ben venga anche la procura di Palermo che ha forse più mezzi e competenze strumentali e giuridiche, ed anche più storia dal punto di vista mafioso rispetto a Viterbo, che probabilmente dal punto di vista storico e giuridico non ha una cognizione pregnante di cosa possa essere la mafia” ha sostenuto Gianluca Manca. Ma la verità verrà un giorno a galla? “Assolutamente sì. – ha concluso – È solo questione di tempo, ed io di tempo ne ho a disposizione. Aspetterò se c’è da aspettare, questa archiviazione non mi abbatte perchè io so, e abbiamo anche le prove”.

Tratto da: antimafiaduemila.com

In foto: Attilio Manca insieme alla madre, Angelina

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