Martedì 10 Dicembre 2019

di Miriam Cuccu
Convocati per questo pomeriggio il procuratore della Repubblica di Viterbo, Alberto Pazienti, e il sostituto procuratore Renzo Petroselli, che compariranno davanti alla Commissione parlamentare antimafia per chiarire alcuni aspetti delle indagini sulla morte di Attilio Manca (di cui Petroselli è il titolare). Tutto ha inizio la mattina del 12 febbraio 2004, quando il corpo di Attilio, urologo di Belcolle ma originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) viene ritrovato nella sua casa a Viterbo. Il corpo presenta diversi segni di violenza, sul braccio sinistro due buchi (anche se Attilio era un mancino puro) vicino al cadavere due siringhe.
La Procura di Viterbo, che si è occupata del caso, ha sempre portato avanti la tesi del suicidio volontario, dovuto ad un mix di droga, tranquillanti ed alcool. Così non è per i familiari, né per gli avvocati Fabio Repici e Antonio Ingroia, i due legali che li assistono. Molti punti oscuri nella conduzione dell’inchiesta hanno portato Ingroia a parlare di “inerzie al limite del depistaggio”. E di una “decisione abnorme e incomprensibile” presa dalla procura viterbese che ha escluso le parti civili dal processo in cui è imputata Monica Mileti per aver ceduto la droga ad Attilio, “l’unica sede che avevamo per svolgere un ruolo di stimolo”. L’ex pm aggiunge: “Faremo un’istanza anche alla procura di Palermo perché ritengo che possa avere competenza per indagare sull’omicidio, raccogliendo elementi che facciano luce sulla latitanza di Provenzano”. Perché la famiglia Manca sostiene che dietro la morte dell’urologo barcellonese ci sia l’ombra del boss di Corleone, arrestato solo nel 2006. E che tre anni prima, ad ottobre, si recò a Marsiglia sotto falso nome per essere sottoposto ad un’operazione alla prostata. Proprio negli stessi giorni di Attilio che, dicono i familiari, alla fine di ottobre li chiamò dicendo di essere nel Sud della Francia “per vedere un’operazione”. pazienti petroselli 2Attilio, in quegli anni, era l’unico in Italia che operava per via laparoscopica. Sulla conseguente assenza in quei giorni al “Belcolle” di Viterbo, dove l’urologo lavorava, c’è poi la questione della relazione prodotta dall’ex capo della Squadra Mobile di Viterbo, Salvatore Gava, secondo il quale Attilio sarebbe sempre stato in servizio. Quel documento, incalza l’avvocato Repici, “è obiettivamente contrario al vero. L’informativa secondo me fu uno strumento richiesto dai pm alla Squadra Mobile”, una conferma che la pista dell’omicidio “non è stata mai presa in considerazione”. Gava è già condannato a 3 anni, in via definitiva, per un falso verbale all’epoca delle violenze alla scuola Diaz. E la sua informativa sul caso Manca è stata clamorosamente smentita dal confronto con i registri dell’ospedale dove lavorava Attilio. Eppure oggi Ingroia è indagato per calunnia, accusato dal pm Petroselli di aver incolpato ingiustamente Gava, di falso ideologico per la sua informativa sulle indagini relative alla morte dell’urologo. “Una vicenda giudiziaria scandalosa”, commenta il collega Repici. Attilio, sostiene la madre Angela Manca, “è stato ucciso non da Provenzano, ma dalle figure istituzionali che ruotavano attorno lui, quelli che ne hanno protetto la latitanza in questi anni”.
Sulla vicenda Manca si è concentrata di recente anche la Commissione parlamentare antimafia, che già nel corso di una trasferta in Sicilia ha avuto modo di ascoltare i familiari. “Vorremmo un focus particolare” dichiara il suo vice presidente, Claudio Fava, per capire “se ci sono le condizioni perché questa indagine venga riaperta”. Per questo la Commissione ha deciso di interrogare i due magistrati, la cui indagine a loro carico evidenzia una lunga serie di gravi mancanze: la disposizione della rilevazione delle impronte digitali solo dopo otto anni (senza ottenere alcun risultato), l’esame tricologico (su un campione di capello per scoprire se vi sia stato in precedenza uso di stupefacenti) la cui presunta positività è sempre stata collegata dai due magistrati all’ipotesi del suicidio per overdose, anche se questo non è affatto certo, i tabulati telefonici mai acquisiti in cui ci sarebbe anche la telefonata fatta da Attilio dalla Francia. Ora la possibile riapertura delle indagini potrebbe essere più di una pallida speranza.

Tratto da: antimafiaduemila.com

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