Lunedì 19 Agosto 2019

La presentazione del libro a Viterbo: "Qui un'inchiesta vergognosa"
di Miriam Cuccu - Fotogallery
“Grazie di essere presenti malgrado la giustizia viterbese”. Inizia così l'avvocato Antonio Ingroia alla presentazione del libro “Suicidate Attilio Manca”, scritto dal vicedirettore di Antimafia DuemilaLorenzo Baldo ed edito da Imprimatur. Sono passate poche ore dall'udienza-lampo celebrata nel pomeriggio a Viterbo, al processo sulla morte di Attilio Manca, dove con poco più di una domanda è terminata l'escussione della madre, Angela, e l'amarezza è ancora presente per come la vicenda Manca rimanga ancora “uno dei casi che grida la sua richiesta di giustizia di fronte ad una verità negata e depistata”.
Sono trascorsi 12 anni dal ritrovamento del corpo di Attilio: il setto nasale che appare deviato, varie ecchimosi sul corpo, due buchi a un braccio – il sinistro, lui che era mancino puro – nel quale sono state iniettate due dosi di eroina che si sono unite a un mix di tranquillanti ed alcool. Eppure la causa della morte è stata ricondotta a un'overdose, a un suicidio.
“C'è una carenza di professionalità persino imbarazzante in alcuni passaggi delle indagini” ha commentato Ingroia alla libreria Etruria, all'incontro moderato dalla giornalista Simona Zecchi, autrice del libro “Pasolini, massacro di un poeta” (editore Ponte alle Grazie). Il punto è, ha spiegato l'ex magistrato, che “i pm che vedono certe cose sono definiti visionari, perchè queste non vanno viste. È un fatto che al di là dei brutali insabbiamenti operati dalla Procura di Viterbo su certi argomenti c'è una sorta di muro di gomma” riferendosi anche al processo trattativa Stato-mafia. Sul caso Manca, la cui morte ha in sé una “matrice di Stato”, ha aggiunto: “Le dichiarazioni acquisite in questi anni messe insieme danno il quadro di un omicidio di mafia. Alla Procura di Roma (che segue le indagini su Manca, ndr) in queste settimane sono stati e saranno acquisiti ulteriori elementi che irrobustiscono ulteriormente quella che io ritengo una certezza. Vedremo – ha commentato – se ciò riuscirà quantomeno a scalfire quel muro di gomma”. Per Ingroia “l'unica spiegazione logica e razionale dei vari elementi” consiste nel fatto che “Attilio Manca è stato ucciso dallo Stato e dalla mafia perchè si è imbattuto nella rete di protezione di Bernardo Provenzano (che l'urologo avrebbe visitato prima o dopo l’operazione a Marsiglia del vecchio boss, ndr) che andava protetto e tenuto in vita il più a lungo possibile in quanto garante, sul versante mafioso, della trattativa”. “Sono casi strettamente collegati a vicende dove uomini appartenenti alle nostre istituzioni hanno commesso gravi reati collaborando con organizzazioni criminali – ha detto Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila, collegato telefonicamente – ci sono verità che potrebbero compromettere un Paese intero, e il caso Manca ne nasconde di indicibili” come il fatto che “Attilio aveva compreso, o intuito, che Provenzano non fosse solo boss di Cosa nostra, ma che la sua figura si intrecciava assai più strettamente con il nostro Stato” e da testimone “avrebbe potuto rovinare un progetto a mio parere ancora in corso”.

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Secondo l'avvocato Fabio Repici c'è un filo che lega le vicende dei molti delitti rimasti irrisolti: “Se questi riguardano una sfera di responsabilità che ha qualche connessione con aggregati di potere ci si ferma davanti ad un'intollerabile arrendevolezza da parte delle istituzioni” mentre “sono i familiari delle vittime che devono farsi carico della ricerca di verità e giustizia. C'è una sfera di indicibilità che deve rimanere imperturbata”.
A fare il punto dei lavori in Commissione Antimafia sul caso Manca è Giulia Sarti, deputato M5S: “Purtroppo da aprile 2015 si sono puntualmente interrotti – ha amaramente affermato – abbiamo poteri paragonabili all'autorità giudiziaria, potremmo proseguire in audizioni parallele, essere un pungolo per la magistratura, così come è stato per la morte di Peppino Impastato”. Invece lo stallo. Recentemente il ministro Orlando ha risposto all'interrogazione parlamentare invita dal collega della Sarti, Vincenzo Santangelo: “E' allucinante – ha commentato la deputata – non mi è mai capitato di vedere un ministro che difende a spada tratta l'operato di due magistrati (i viterbesi Pazienti e Petroselli che seguirono le primissime indagini su Manca, oggi in pensione, ndr) persino giungendo a conclusioni mai avvalorate da nessuno, come il fatto che Attilio Mancafosse un consumatore abituale di eroina”. “Nel leggere 'Suicidate Attilio Manca' – ha quindi proseguito la Sarti – non ho avvertito la voglia, ma il bisogno di giustizia. In queste pagine c'è una fortissima componente umana”. L’on Sarti ha quindi ribadito che questo libro è stato acquisito ufficialmente dalla Commissione antimafia come materia di studio e di approfondimento.

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Aver raccontato la vicenda di Attilio, ha spiegato Baldo, “è stata una grande emozione e una uguale responsabilità. Vedendo i suoi libri, leggendo le sue poesie ho percepito l'incredibile voglia di vita di Attilio, che è entrata in me. Stando in contatto con i suoi colleghi e amici sentivo la loro disperazione nel vedere la sua memoria infangata da un'inchiesta vergognosa”. “Questo libro ha frugato nelle nostre ferite, ne ha provocato di nuove ed ha suscitato in noi ricordi che erano sbiaditi, ma ci ha dato la possibilità di vedere la situazione sotto un'altra ottica” è stata la riflessione di Gianluca Manca, fratello di Attilio, che ha portato al pubblico presente in libreria tutta l'indignazione dei familiari: “Vorremmo vivere una vita diversa, non fatta di battaglie legali. Saremmo contenti di avere una verità seria e provata dalle istituzioni”, e non una “conclusione fantasiosa” come quella della Procura di Viterbo. Che si scontra ulteriormente con alcune testimonianze emerse a margine della presentazione: “Ho conosciuto Attilio Manca al servizio militare e poi abbiamo continuato a frequentarci, aveva una fortissima avversione per la droga” ha raccontato uno dei presenti. Avversione confermata anche da un altro aneddoto: "Attilio aveva un amico che faceva il deejay, fu lui ad avvicinarlo per chiedergli di alcuni dischi, poi approfondirono il rapporto di amicizia. Lui mi disse sempre che ad Attilio la droga faceva orrore" è stata un'altra testimonianza. Ma ci sarebbe di più: "Quell'uomo mi disse di essere stato convocato quattro volte" dopo la morte dell'urologo, e "hanno cercato in tutti i modi di fargli dire che Attilio si drogava. Cosa che ha sempre smentito". Un altro tassello che andrebbe a comporre un quadro di segreti taciuti in nome di quella "matrice di Stato".

Tratto da: antimafiaduemila.com

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