Mercoledì 29 Settembre 2021

di Gian Mauro Costa e Roberto Leone

Si può morire per essere finiti in un gioco più grande che spazza via la tua vita normale, anche se sei un giovane professionista con un brillante futuro davanti? Puoi passare per un tossicodipendente che si suicida, in un modo quasi inverosimile, e alla fine si scopre che non c’è nemmeno la droga che doveva causare la tua morte? Pare di sì, se partiamo dall’ultima notizia che riguarda il mistero della morte di Attilio Manca. È stata assolta perché "il fatto non sussiste" Monica Mileti, la ragazza accusata di aver venduto la droga fatale al giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato senza vita nella sua abitazione di Viterbo il 12 febbraio 2004. La ragazza è stata scagionata da una sentenza del tribunale di Roma.
«Ma se il fatto non sussiste, non c’è neanche la droga. E quindi cade anche l’ipotesi dell’overdose e del suicidio con una doppia iniezione di eroina» , tira le conclusioni Antonino Ingroia, avvocato - insieme con Fabio Repici - della famiglia Manca che da diciassette anni è votata anima e corpo alla ricerca di una verità sulla morte di Attilio. Un’interminabile battaglia legale a colpi di ricorsi, esami, intercettazioni, documentazioni. Una missione, quella dei genitori Angelina e Gino e del fratello Gianluca, con un preciso obiettivo: riabilitare la figura professionale e umana di un giovane apprezzato da tutti e destinato, secondo i colleghi, a diventare un luminare nella chirurgia del suo settore. E anche una missione da concludere: Attilio non era un drogato, non si è suicidato ed è invece stato ucciso da un ordito di mafia e servizi segreti perché venuto in contatto con il superboss Bernardo Provenzano. Ma la ricerca della verità, quando sono questi gli scenari, rimbalza sul solito muro di gomma.
Una lettura dei fatti, quella dei familiari, che da diciassette anni viene respinta al mittente da parte dei magistrati di Viterbo, dalla procura nazionale antimafia e dalla stessa commissione nazionale antimafia che, in una relazione di maggioranza approvata tre anni fa, giudica infondate le argomentazioni dei Manca e dei loro legali. È una posizione, la loro, che comunque resiste, grazie alla caparbietà degli interessati, capaci di ottenere più volte la riapertura delle indagini. Una storia che, con il passare del tempo, invece di chiarirsi si infittisce di contraddizioni, di aspetti oscuri, di nuove testimonianze di pentiti che ribadiscono l’esistenza di un collegamento tra il giovane urologo e le vicissitudini cliniche di Bernardo Provenzano che proprio nel territorio di Barcellona di Sicilia aveva trovato uno dei rifugi della sua latitanza e che a Marsiglia, in incognito, era stato sottoposto a intervento per il suo tumore alla prostata. Una storia che va ben al di là dell’ambito strettamente mafiologico e diventa una tragedia umana, familiare, emblematica di come una vita normale possa venire stroncata da un casuale incrocio con i misteri della criminalità organizzata, della sua rete di complicità e coperture. Non un caso unico come dimostra la fine della povera Graziella Campagna di Villafranca Tirrena, dipendente di una tintoria, assassinata per aver trovato un’agendina nei pantaloni di un boss portati nella sua lavanderia.
Procediamo con ordine: il cadavere di Attilio Manca viene ritrovato nel suo appartamento di Viterbo (l’urologo lavora presso il locale Ospedale Belcolle) la mattina del 12 febbraio. Il corpo è in condizioni strazianti: setto nasale deviato, ecchimosi e tumefazioni dappertutto. Accanto, per terra, il libro che stava leggendo, "Maus" di Art Spiegelman, e una siringa con il cappuccio inserito. Sul braccio sinistro, due buchi. L’autopsia rivelerà presto la presenza di un miscuglio di sostanze: eroina, alcol in quantità comunque non eccessive, barbiturici.
L’interpretazione degli investigatori è immediata: il medico non è sopravvissuto alla dose di droga. E, data la sua competenza scientifica, più che un’overdose si deve pensare a un suicidio. Un’apparente verità che però non viene neanche comunicata alla famiglia. Solo dopo il funerale del giovane, i Manca apprenderanno che la morte di Attilio non è dovuta a un aneurisma. E subito emergono le incongruenze. Il giovane era mancino, incapace di usare la destra anche sul lavoro, tanto da essere coadiuvato nei casi in cui si richiedesse l’impiego di entrambe le mani: come avrebbe potuto quindi bucarsi da solo il braccio sinistro? E per due volte, poi, a distanza ravvicinata? Non solo: perché un suicida si sarebbe dovuto preoccupare di mettere a posto il cappuccio della siringa? E come mai sulla stessa siringa non si trova alcuna impronta digitale come se qualcuno avesse voluto eliminare ogni indizio?
La relazione della commissione antimafia, anni dopo, controbatte punto per punto: un chirurgo non può che essere ambidestro, di siringhe ce n’era più d’una, le impronte su una superficie così piccola possono non essere rilevate. E sfoderano l’asso nella manica: l’urologo, nel pomeriggio precedente la sua morte, è andato inspiegabilmente a Roma. Perché? Ma per incontrare Monica Moleti, la persona che gli ha fornito l’eroina.
Ma non è questo l’unico campo di contrapposizione tra le due parti. Il fronte più scottante, naturalmente, riguarda la vicenda Provenzano. Quando i familiari apprendono dalla televisione che il superboss ha viaggiato sotto falso nome per essere curato alla clinica La Ciotat di Marsiglia, scatta subito un’associazione: Attilio, in quello stesso autunno appena trascorso, aveva telefonato un paio di volte dicendo di trovarsi in Costa Azzurra, di essere lì per «assistere a una visita» . Non solo: nel bagno del giovane, a Viterbo, tra le impronte rilevate figura anche quella di un cugino che - ricordano i genitori di Attilio - ha avuto a che fare con la giustizia e coltiva amicizie in odor di mafia. Che abbia fatto da tramite per "un’assistenza" a Provenzano? Da questo momento cominciano a fioccare anche le dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Il primo ad accennare a un coinvolgimento di Cosa Nostra nella morte di Manca è Francesco Pastoia, intercettato in carcere. Ma anche Pastoia, di lì a poco, viene trovato senza vita nella sua cella: e pure in questo caso si parla di suicidio.
L’interesse dei mafiosi di Barcellona - il paese da cui è partito il telecomando della strade di Capaci, teatro del blitz al convento di Sant’Antonino alla ricerca di Provenzano, e di sicuro luogo accogliente per la latitanza dello stesso superboss - sarebbe stato quello di offrire la presenza di un chirurgo brillante, che faceva parte dell’équipe che, prima in Italia, aveva sperimentato una nuova tecnica chirurgica per il tumore alla prostata. Un altro collaboratore racconta: sono stato contattato dalle cosche barcellonesi per uccidere Manca, ma mi sono rifiutato. E un altro ancora si spinge a parlare della collaborazione, con i mafiosi, di «un uomo dello Stato», un «killer dei servizi segreti mostruoso d’aspetto e di origine calabrese» . Un identikit, quest’ultimo, che corrisponderebbe a quello di Giovanni Aiello detto "faccia di mostro", l’uomo di mille misteri e onnipresente, dall’omicidio dell’agente Agostino alle stragi. La madre di Attilio, poi, riferisce di una strana telefonata ricevuta la mattina del’ 11 febbraio: il figlio le avrebbe chiesto di far riparare una motocicletta che gli sarebbe servita per la stagione estiva e che si trovava in contrada Tonnarella, proprio il luogo di uno dei rifugi di Provenzano. Un messaggio in codice? Una richiesta d’aiuto? Anche su questo fronte la commissione antimafia spegne ogni focolaio di sospetto: le testimonianze dei pentiti, diventati ben sei, non vengono ritenute attendibili, non c’è traccia alcuna della presenza di Manca a Marsiglia, la telefonata misteriosa dell’11 febbraio non risulta in alcun tabulato, forse è frutto della "suggestione" della madre. E arrivano pure testimonianze, sinora mai raccolte, di "vecchi amici" di Attilio che accennano a una sua nota familiarità con la droga. Spunta anche, a distanza di otto anni dalla sua morte, un esame tricologico che lo indicherebbe come consumatore abituale.
La ricerca della verità da parte della famiglia però non si ferma: la telefonata, sostengono i legali, può essere stata cancellata ad hoc. E un’inchiesta della trasmissione "Chi l’ha visto?" porta a una clamorosa scoperta: in alcuni dei giorni della permanenza a Marsiglia di Provenzano, Attilio Manca risultava assente dal suo ospedale. Come mai allora, secondo il verbale della questura di Viterbo, era «sempre presente» ? Si appura che quel verbale è stato firmato da un funzionario, Salvatore Gava, condannato a 3 anni e 8 mesi per falso in atto pubblico: aveva stilato un finto verbale in occasione dell’irruzione della polizia nella caserma Diaz durante i fatti del G8 a Genova. Manca sarebbe dunque diventato "scomodo" perché avrebbe capito, in un secondo momento, chi era il paziente a cui aveva dovuto fornire un’assistenza post- operatoria. All’epoca, tra l’altro, di Provenzano, circolavano solo vecchie foto sbiadite.
C’è di sicuro materiale a sufficienza per continuare a nutrire dubbi. I colleghi dell’ospedale non cedono sulla ricostruzione della personalità di Attilio: serio, affidabile, puntuale, impossibile che un chirurgo del suo livello si drogasse. L’attenzione delle rubriche tv specializzate si riaccende a ondate, ben quattro libri ricostruiscono la vicenda, e tra questi addirittura un’inchiesta di uno scrittore catalano, Joan Queralt, e pubblicato da una casa editrice dell’altra Barcellona, quella più celebre.
Ma le archiviazioni si succedono, una dopo l’altra. Da pochi giorni è stato presentato l’ennesimo ricorso. I familiari denunciano: «Nessun magistrato ci ha voluto sinora ascoltare» . E i legali: «Come in altri casi, trattativa in primis, forze occulte vogliono coprire la realtà dei fatti. Attilio Manca è stato ucciso perché testimone di un patto con Provenzano garantito ai massimi livelli dello Stato».
La cittadina tirrenica, sede di una cosca agguerrita protagonista di decine d’inchieste giudiziarie, ospita ogni anno una giornata in ricordo di Manca. Ma la partecipazione dei barcellonesi è sparuta. Ancora per molti è «ingombrante, pericoloso» farsi vedere in queste occasioni. Ma la famiglia Manca con una incrollabile fiducia non si arrende: un giorno, come per altri misteri d’Italia, la verità dovrà affiorare alla luce del sole.

Tratto da: La Repubblica edizione Palermo
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