Domenica 3 Luglio 2022

di Aaron Pettinari
"Se le cose sono nei termini che apprendo dagli organi di stampa dell'esistenza di un'intercettazione in cui si parla di un medico che doveva essere ucciso perché si era rifiutato di curare Provenzano, la novità è enorme".
Non usa mezze parole Antonio Ingroia, avvocato che con Fabio Repici ha rappresentato la famiglia Manca, che non era stata ammessa come parte civile nel processo contro Monica Mileti, la donna (in appello assolta "perché il fatto non sussiste") coinvolta nell'inchiesta sulla morte dell'urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) morto nella notte tra l'11 e il 12 febbraio 2004 a Viterbo.
"Per prima cosa - afferma Ingroia - bisogna verificare se questa intercettazione esiste, se così fosse e se fosse vera anche la collocazione temporale di questa intercettazione, che è antecedente alla morte dell'urologo Attilio Manca. Se fosse così, la prima domanda che mi faccio è: questa intercettazione chi l'ha fatta? E cosa ne è stato fatto?".
La vicenda della morte dell'urologo è una di quelle storie che è contornata di tanti punti oscuri. Da sempre la famiglia Manca, assieme ai suoi legali, si è battuta per raggiungere una verità che è ben diversa da quell'ipotesi di suicidio sostenuto da alcune sentenze.
Troppi i punti che non tornano. Troppe le prove che fanno pensare che il medico non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato ucciso dalla mafia.
E i nuovi elementi emersi, grazie allo scoop di Antonella Beccaria e Toby Follet, potrebbero davvero offrire una chiave di lettura nuova sui motivi che portarono a quel delitto. Elementi che si aggiungono alle dichiarazioni di ben cinque collaboratori di giustizia - Giuseppe Setola, Carmelo D'Amico, Stefano Lo Verso, Giuseppe Campo e Antonino Lo Giudice - i quali hanno detto ai magistrati che quello di Manca era un omicidio.
"Parliamo di un omicidio a doppia matrice, di mafia e servizi di sicurezza che costituivano la cintura di sicurezza istituzionale di latitanza di Provenzano - ha aggiunto Ingroia - Solo oggi la famiglia e noi avvocati, apprendiamo una notizia del genere. Vogliamo capire se questi elementi siano già stati sottoposti al vaglio degli uffici competenti delle Procure di Viterbo, della Procura di Roma o della Procura nazionale antimafia. Perché sono passati quasi vent'anni ormai e fino ad oggi un elemento simile è stato sottratto alla conoscenza".
Ingroia, poi, si è posto anche alcuni interrogativi sul piano personale: "Io nel 2003 ero a Palermo e facevo parte di quella Procura. Ricordo che c'erano indagini impegnative e precise sulla ricerca di Provenzano e c'era una cintura di sicurezza rilevante all'interno della stessa Procura di Palermo. Indagini che erano coordinate dal Procuratore capo di allora, il dottor Grasso e che vedevano il coinvolgimento di un ristretto numero di magistrati. La prima cosa che mi viene da chiedere è se Grasso sapesse o meno qualcosa di questa vicenda. Perché se è testuale quanto riportato parliamo di un chiaro progetto di omicidio. E quando ci sono progetti di omicidio la prassi vuole che gli organi di polizia giudiziaria avvisano le Procure competenti. E' stato fatto? E' stato segnalato? Se non è stato fatto, per quale motivo non è avvenuto? Perché, anche se non si parla del nome di Attilio Manca nello specifico, ci sono elementi che porterebbero alla sua identificazione.
Significa anche che Attilio Manca poteva essere salvato, se si fosse intervenuti tempestivamente. Quindi mi chiedo ancora: gli ufficiali di Polizia giudiziaria che avrebbero fatto questa intercettazione l'hanno consegnata alla Procura di Palermo? Su quale scrivania l'hanno consegnata? E che sorte ha avuto?".
Ingroia ricorda che sin dal primo momento la famiglia Manca "ha parlato di fatti strani, collegati a Marsiglia e a Provenzano".
"Un dato simile - ha aggiunto Ingroia - sarebbe stato utile nel momento in cui la Procura di Roma, dopo le insistenze della famiglia e dei legali, aveva riaperto le indagini sulla morte di Attilio Manca, legata alla latitanza di Provenzano. Se reale quell'intercettazione ci offre una chiave di lettura a posteriori dell'omicidio. E se era nota già al tempo delle spiegazioni devono essere date dalla Procura nazionale antimafia, dall'ex capo della Procura della Repubblica di Roma Pignatone e dal procuratore aggiunto Michele Prestipino. Cioè gli stessi soggetti che seguivano le indagini sulla cattura di Provenzano. Perché se non erano stati informati di nulla sarebbe grave. E' necessario che si dica immediatamente se quelle intercettazioni esistono o non esistono. Perché se esistono la gravità del fatto è inaudita non solo per quello che si poteva fare, ma anche per quello che non si è fatto fino ad oggi".

Tratti da: antimafiaduemila.com

Foto © Imagoeconomica

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