Domenica 17 Novembre 2019

di Lorenzo Baldo
Le testimonianze dei periti Dalila Ranalletta e Fabio Centini

Nessuna violenza sul cadavere di Attilio Manca. Questa è la morte di una persona che ha fatto uso di droga. Fredda sintesi dell’ultima udienza al processo Mileti. Stop. E tutto il resto: mafia, massoneria, Servizi “deviati”? Leggende metropolitane. Sul banco dei testimoni sfilano la dottoressa Dalila Ranalletta, all’epoca consulente della Procura di Viterbo che si occupò dell’autopsia della salma del giovane urologo barcellonese, e il tossicologo forense dell’Università di Siena, Fabio Centini. La loro analisi è tranciante. Attilio non sarebbe stato ucciso, la sua morte sarebbe riconducibile al mix letale di alcool, medicinali ed eroina assunti volontariamente. Secondo loro Attilio avrebbe già fatto uso di droga. E i due buchi nel braccio sbagliato, lui che era un mancino? Quisquilie. L’assenza delle sue impronte dalle due siringhe ritrovate con tanto di cappuccio salva-ago inserito? Dettagli insignificanti.
Una volta di più vale la pena mettere assieme i tanti pezzi scomposti di questo rompicapo affidandoci a interrogazioni parlamentari, esposti giudiziari, audizioni della Commissione antimafia e soprattutto al grande lavoro dei legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia.

L’interrogazione parlamentare
E’ il 25 novembre 2014 quando il senatore del Movimento 5 Stelle, Vincenzo Santangelo, presenta un’interrogazione parlamentare relativa alla strana morte di Attilio Manca rivolta ai ministri dell’Interno e della Giustizia firmata assieme ad alcuni suoi colleghi. Nel 2013 altre due interrogazioni relative al caso Manca erano state depositate: dagli stessi parlamentari 5 Stelle e dal senatore del Pd Giuseppe Lumia. Nel ripercorrere minuziosamente  l’intera vicenda (grazie anche alle indicazioni ricavate dal libro di Luciano Mirone “Un suicidio di mafia”), Santangelo si sofferma su quelle che definisce “le strane dinamiche con le quali si sarebbe svolta l'autopsia (effettuata dalla dottoressa Dalila Ranalletta, moglie del primario di Attilio Manca, ovvero il dottor Antonio Rizzotto), così come sul “confronto delle foto, scattate dalla Polizia pochi minuti dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Attilio Manca, con il referto autoptico compilato dalla dottoressa Ranalletta”, documenti che, a tutti gli effetti, vanno in contraddizione tra loro. La stessa Ranalletta - nel primo referto - scriveva che la morte del giovane urologo risaliva genericamente al giorno stesso del ritrovamento del cadavere e cioè al 12 febbraio. In quello successivo affermava invece che “l’epoca della morte” era stimabile “in via orientativa, tra le dodici e le quarantotto ore prima dello stesso sopralluogo” e cioè l’11 o addirittura il 10 febbraio. Una evidente contraddizione con il dato oggettivo - trascritto nel referto autoptico - che indicava la presenza di “materiale alimentare poltiglioso” all’interno dello stomaco del povero Attilio; un “dettaglio” decisamente non insignificante, visto che per gli esperti di medicina legale lo svuotamento completo dello stomaco si verifica entro tre ore circa dall’ingestione del pasto. Non va dimenticato che la stessa Ranalletta aveva scritto di essere giunta nell’appartamento in via Monteverdi alle ore 14:00 quando invece nel rapporto della Polizia di Viterbo veniva evidenziata la sua presenza alle ore 11:45.

L’esposto a Roma
E’ l’8 aprile 2015. Angelina Manca assieme al figlio Gianluca e ai loro legali varcano la soglia dell’ufficio del Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Sono lì per presentare un esposto: una denuncia per omicidio - contro ignoti - contrassegnato dalla presenza della mafia. L’obiettivo è quello di far aprire alla Dda capitolina un fascicolo di indagine sulla morte violenta di Attilio Manca.

Punti fermi
Nell’esposto viene ricordato che sul cadavere di Attilio Manca “vennero rilevate le tracce di solo due iniezioni (in coerenza con le due siringhe rinvenute nel suo appartamento), rispettivamente al polso e all’interno del gomito sinistro”. “Come se Attilio Manca si fosse iniettato le due dosi letali di eroina con la mano destra”. Ma come è noto il giovane urologo era mancino puro e “non era capace di usare la mano destra nemmeno per i gesti ordinari della vita quotidiana”. A tal proposito vengono riportate le dichiarazioni di un collega e amico di Attilio Manca, Maurizio Candidi: “Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. E’ capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. [Manca Attilio avrebbe potuto iniettarsi droga o farsi una iniezione con la mano destra?] Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che, quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile”.

Un conflitto di interessi
“Nessun aiuto – proseguono i due legali entrando nel vivo delle prime indagini sulla morte dell’urologo siciliano – fu in grado di fornire, omettendo perfino di indicare l’ora presunta della morte di Attilio Manca, il consulente tecnico nominato dal Pm Petroselli per l’esecuzione dell’autopsia, la dr.ssa Dalila Ranalletta, peraltro in condizioni di palese incompatibilità, visto che la dr.ssa Ranalletta è la moglie del primario del reparto di urologia  dell’ospedale di Viterbo nel quale lavorava Attilio Manca, prof. Antonio Rizzotto, e che il prof. Rizzotto, prima che la dr.ssa Ranalletta ricevesse l’incarico dal Pm Petroselli, era già stato escusso a sommarie informazioni dalla polizia giudiziaria (agli investigatori Rizzotto disse subito di escludere categoricamente che Attilio potesse fare uso di stupefacenti, ndr). Senza tacere che la dr.ssa Ranalletta avesse conosciuto personalmente Attilio Manca e avesse avuto con lo stesso occasioni di frequentazione personale”.

Quell’esame tricologico
Per il professor Centini, Attilio avrebbe già fatto uso di eroina e questo si desumerebbe dall’esame tricologico da lui effettuato. Sul punto vale la pena riprendere le dichiarazioni dell’avvocato Repici. “Quando venne rinvenuto il cadavere di Attilio Manca, il Pm dr. Petroselli (ex pm di Viterbo, ndr) conferì incarico di consulenza tecnica alla dr.ssa Ranalletta per l’espletamento dell’autopsia e al dr. Centini per l’analisi chimico-tossicologica in relazione all’assunzione di eroina, di tranquillante e di sostanze alcoliche. Sia l’autopsia sia l’analisi chimico-tossicologica vennero concluse con separate relazioni a firma della dr.ssa Ranalletta e del dr. Centini”. Lo stesso Repici ribadisce che quando il dr. Petroselli avanzò la prima richiesta di archiviazione del procedimento, ancora iscritto contro ignoti “con l’atto di opposizione lamentammo l’imbarazzante lacuna dell’autopsia in relazione alla data e all’ora della morte di Attilio Manca e chiedemmo che il Gip ordinasse al pm di disporre un’integrazione della relazione autoptica per stabilire: la data e dell’ora della morte di Attilio Manca; l’incidenza del Tranquirit nel decesso, con l’indicazione anche delle modalità di assunzione dello stesso, se per via orale o per endovena; la distanza di tempo fra l’assunzione delle sostanze letali e la morte di Attilio Manca e le cause dell’emorragia patita da Attilio Manca in punto di morte”. Il Gip accolse quindi le richieste della difesa dei Manca e a quel punto il dr. Petroselli chiese alla dr.ssa Ranalletta di integrare la sua relazione autoptica. In relazione all’incidenza del Tranquirit (il tranquillante del quale furono trovati in casa di Attilio un flacone completamente vuoto e uno vuoto per metà) il dr. Petroselli girò il quesito al tossicologo, il dr. Centini. “Come ognuno può leggere – sottolinea Repici – non c’era alcunché che evocasse esami tricologici o affini. Del supplemento di indagini ordinato dal dr. Petroselli noi avemmo contezza solo quando il Pm propose la seconda richiesta di archiviazione. In quel momento leggemmo che la relazione integrativa del dr. Centini, che doveva trattare esclusivamente dell’incidenza del Tranquirit quale concausa della morte di Attilio Manca, si concludeva oscuramente e sorprendentemente, fuori dai quesiti rivoltigli, con la comunicazione che egli aveva svolto (non si sa quando, non si sa come, nulla sul punto era indicato) l’esame pilifero su reperti biologici di Attilio Manca ancora evidentemente in suo possesso (pur se il primo incarico l’aveva concluso da abbondante tempo). Il legale dei Manca evidenzia che per procedere all’esame tricologico sarebbe stato necessario darne preventiva comunicazione alle parti e consentire alle stesse di nominare un proprio consulente e seguire le operazioni. “Nulla di ciò venne fatto – ribadisce con forza Repici –. Anzi, peggio: non esiste alcuna documentazione che attesti che il dr. Centini quell’esame lo svolse davvero”. “Dovrebbero esistere i verbali delle operazioni, perché si possa sapere quando e con quali tecniche esse sarebbero state svolte. Agli atti non esiste nulla di tutto questo. Esiste solo quella stravagante conclusione della relazione integrativa del dr. Centini. Essendo questi i dati oggettivi, mi chiedo: proceduralmente a quale esame tricologico si riferisce il dr. Petroselli? Può mai dire che esiste agli atti un esame tricologico?”.

Il parere di un anatomopatologo: un’autopsia “infame”
E’ il 9 aprile del 2015, il vicepresidente della Commissione Antimafia, il senatore 5 stelle Luigi Gaetti, di professione anatomopatologo, prende la parola a Palazzo San Macuto. “Io ho fatto 2.500 autopsie nella mia vita – esordisce –, ragion per cui di queste cose me ne intendo. Io, nella mia vita, ho collaborato con il procuratore di Mantova e perizie o richieste suppletive non ne ho mai avute, perché era sufficiente scrivere una perizia fatta bene, nel qual caso non c'era bisogno di tornare sui propri passi. In merito posso dire che la perizia che ha fatto la collega – dovrei chiamarla collega, ma mi fa un po’ specie chiamarla così – Ranalletta è veramente infame. Non saprei come definirla in maniera diversa. Non si fa un'ispezione cadaverica in questo modo. Non si fa una temperatura rettale senza conoscere la temperatura dell'ambiente (agli atti risulta che la temperatura in casa era molto alta, nda). Questo è inaccettabile. Ci sono delle problematiche immense. La Ranalletta ci racconta che la rigidità è risolta. L'infermiera, invece, si presenta e sostiene che la rigidità è cadaverica. Chi si intende un po’ di tanatologia sa che la rigidità è importante per stabilire l'epoca della morte. E potrei andare avanti. Io mi domando perché una perita di questo tipo non sia stata indagata da voi”. E poi l’affondo: “Io la indagherei, perché questa è imperizia. Questa non è neanche negligenza. È imperizia allo stato puro”. Per Gaetti tutto ciò che ruota attorno a questa autopsia è gravissimo in quanto colei che l’ha eseguita “è una persona che si fregia di essere docente di diritto in due università di medicina legale”. “A me è stato spiegato che in casi di questo tipo la negligenza è molto facile da dimostrare, perché si ha quando uno non si attiene a un regolamento. La perizia, invece, è impossibile. Questa, però, è imperizia allo stato puro”. Per il senatore Gaetti, limitatamente ad una mera osservazione delle foto del cadavere del giovane urologo, è probabile che il setto nasale non sia rotto, ma sarebbe invece evidente che all’interno della perizia “ci sono degli errori incredibili”. Dal canto suo l’altro vicepresidente della Commissione antimafia, Claudio Fava, parla di un’inchiesta “gestita con eccessiva sufficienza” e di “pregiudizio negativo addirittura nei confronti della vittima”.

La memoria di Angelina
In un processo in cui si è assistito ad alcune deposizioni - a dir poco contraddittorie - c’è una madre che invece ha impresse nella sua memoria le immagini del giorno in cui arrivò all’ospedale Belcolle di Viterbo e le fu impedito di vedere il corpo di suo figlio. “A un certo punto – ricorda Angelina Mancaè arrivato il prof. Ronzoni (ex primario al Policlinico Gemelli di Roma, mentore di Attilio Manca, ndr), lo aveva chiamato la polizia in quanto quella sera avrebbe dovuto cenare con Attilio. Ricordo che Ronzoni ha cominciato a gridare: ‘me l'hanno ammazzato, me l'hanno ammazzato! Ucciderei con le mie mani chi lo ha ammazzato! Bastardi, vigliacchi, io non l'ho saputo proteggere abbastanza!’. Tutto questo mentre i medici mi dicevano che mio figlio era morto per aneurisma... Ma Ronzoni l'aveva capito dopo che l'aveva visto… si vedeva che Attilio era devastato, e lui aveva compreso che era stato ammazzato...”.

Tratto da: antimafiaduemila.com

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