Venerdì 25 Giugno 2021


di Luca Grossi
Due vite apparentemente diverse quelle del medico Attilio Manca e del giornalista Mario Francese. Ma nonostante la distanza temporale e umana, le loro vite furono legate da due elementi in comune: quello di essere entrambi di origine siciliana e di essere stati entrambi, nel corso della loro attività professionale, isolati, uccisi e delegittimati.
Ed è proprio la loro storia l’argomento dell’intervista rilasciata dal vice direttore di ANTIMAFIADuemila Lorenzo Baldo a Alviano Appi, dell’associazione culturale il Sicomoro. Storie di due uomini, uccisi nel corpo e feriti nella memoria, proprio da coloro che avrebbero dovuto proteggerli e dargli sostegno.

Mario Francese, il cronista che capì Cosa Nostra
“Uomini del Colorado vi saluto e me ne vado”, era questo il saluto tipico di Mario Francese quando usciva dalla redazione del Giornale di Sicilia a Palermo. Infatti il cronista siracusano non era solo un cronista di razza ma anche una persona dotata di grandi capacità empatiche. Infatti Lorenzo ha raccontato che Francese era “l’unico giornalista ad essere riuscito ad intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella” poiché la sua prassi non era di aggredire ma di capire il suo interlocutore. Inoltre - ha continuato Lorenzo, “è stato uno dei primi a capire cosa stava avvenendo dietro la cupola di cosa nostra negli anni '70 raccontando proprio l’ascesa dei corleonesi e di Riina e Provenzano quando piombano sulla città di Palermo cominciando la mattanza di giornalisti, magistrati e dei membri  delle forze dell’ordine. Perché Riina voleva il predominio” e ancora “poi Francese scava anche sulla pioggia di miliardi che arrivano dal governo per la ricostruzione del post terremoto e suoi soldi stanziati per la costruzione della diga Garcia”. Inchieste che porteranno il giornalista siracusano a scoprire numerosi intrecci e collusioni.
Lorenzo Baldo ha voluto ribadire che “quando viene assassinato lui stava stendendo la pubblicazione su un dossier importantissimo su mafia e appalti che viene poi pubblicato dopo la sua morte”. Oltretutto il vice direttore ha riportato con emozione la collaborazione professionale avuta con il figlio di Francese, Giuseppe, il quale scrisse per diverso tempo per la rivista di ANTIMAFIADuemila contribuendo alla stesura di diversi articoli.
Il cammino di Giuseppe però non fu semplice. Infatti dalla morte del padre non smise mai di recuperare, partendo dalle carte e dagli appunti di Francese, ogni possibile indizio che potesse aiutare a far luce sull’omicidio. Grazie ai suoi sforzi, il caso, dopo una scellerata archiviazione, venne riaperto e dopo un iter giudiziario con un “impianto di accusa che regge fino alla cassazione” ha detto Lorenzo "i giudici decretarono pesantissime sentenze di condanna per tutto il 'Ghota' di Cosa Nostra del tempo".
Purtroppo il figlio non resse il grandissimo dolore e dopo aver ottenuto giustizia per suo padre si uccise nel 2002, fagocitato da quel grande dolore che nonostante lo avesse spinto a cercare giustizia divenne un fardello troppo pesante.

Attilio Manca è una vittima di Mafia
Anche quest’anno si è celebrata la giornata in memoria delle vittime di mafia e don Luigi Ciotti ha voluto inserire nell’elenco degli oltre 1000 nomi di vittime innocenti della mafia anche il nome dell’urologo siciliano Attilio Manca. Poiché chi conosce la storia del giovane urologo siciliano non può arrivare a credere che si sia ucciso con una dose massiccia di eroina e farmaci nella sua casa a Viterbo l’11 febbraio 2004, nonostante questa rimane la posizione ufficiale della giustizia italiana.
Infatti, come ha detto Lorenzo Baldo, “i suoi colleghi lo hanno descritto come una persona mai sopra le righe che ogni giorno faceva turni massacranti di 14 - 16 - 18 ore. Che lui era una persona ferma. Che non dava mai segni di squilibrio, di crisi di astinenza o qualsiasi cosa riconducibile alla tossicodipendenza” e ancora “sono tanti gli aspetti che ruotano intorno a questa morte che non sono chiari”. Come ad esempio il fatto che si sarebbe fatto due iniezioni di eroina sul braccio sinistro nonostante lui fosse mancino puro oppure come le strane telefonate - sparite dai tabulati telefonici - fatte alla madre nei giorni antecedenti alla sua morte.
Lorenzo con forza ha sottolineato che “una delle ipotesi difensive dei legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia e proprio quella che Attilio sia stato usato per curare Provenzano, prima o dopo l’intervento che Provenzano ha avuto per il suo tumore alla prostata nel 2003 in Francia e soprattutto” che Attilio si sia reso “conto della rete di protezione istituzionale intorno a Provenzano. Non solo una rete mafiosa ma una rete extra Cosa Nostra, servizi segreti deviati, massoneria” per questo motivo secondo i legali della famiglia, Manca venne ucciso.
Nonostante le numerose prove a sostegno di questa tesi “la procura di Viterbo si è appiattita sulla tesi del suicidio” ha rimarcato Lorenzo e “la cosa che più che grida vendetta e che questa povera famiglia sia costretta a elemosinare giustizia in un paese che dovrebbe dargliela di diritto”.
Tuttavia uno spiraglio di luce si è recentemente aperto in questa via crucis che l’iter giudiziario del caso Manca ossia la sentenza di assoluzione per Monica Mileti, la quale è stata prosciolta dall’accusa di aver ceduto la droga ad Attilio con cui poi secondo la Procura di Viterbo si sarebbe ucciso.
Le domande quindi rimangono sempre le stesse: chi ha ucciso Attilio Manca? E’ stato ucciso perché ha riconosciuto Bernardo Provenzano e la rete istituzionale che lo proteggeva? E perché la macchina giudiziaria ha sposato in maniera incondizionata la tesi del suicidio?

Tratto da: antimafiaduemila.com

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