Lunedì 19 Agosto 2019

di Lorenzo Baldo
A colloquio con il legale dei familiari del giovane urologo a pochi giorni dal 15° anniversario della sua morte
Un fiume in piena. E’ così che si possono definire le dichiarazioni di un avvocato integerrimo come Fabio Repici che, assieme ad Antonio Ingroia, difende la famiglia di Attilio Manca. Le sue analisi si basano su dati oggettivi. Che rimbalzano contro ipocrisie, menzogne ed omertà. La sua è un’osservazione pregnante, del tutto fondamentale per attraversare fino in fondo un caso giudiziario controverso. Quello del giovane urologo siciliano trovato morto a Viterbo il 12 febbraio 2004. Tanti gli aspetti sui quali bisogna fare luce: l’“anomalia” rappresentata dall’’ex capocentro del Sisde di Messina, attuale collaboratore del sottosegretario Luigi Gaetti; le prove ignorate dal Gip di Roma che ha firmato l’archiviazione e quelle da cercare; e poi ancora il significato della trattativa tra Stato e mafia nella morte di Attilio Manca. Sullo sfondo, immancabile, la città di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove vive e vegeta: “un aggregato mafioso che, ben più che in qualunque altro posto, è stato più che una mafia protetta dallo Stato una vera e propria mafia di Stato, con la coincidenza in alcune persone del ruolo di uomo di mafia e uomo di Stato”.

Avvocato Repici, alcuni giorni fa l’Espresso ha evidenziato “l’anomalia” della figura dell’ex capocentro del Sisde di Messina che risulta essere uno stretto collaboratore del sottosegretario Luigi Gaetti, già vicepresidente della Commissione antimafia. Quella stessa Commissione che si è occupata, tra l’altro, del caso di Attilio Manca. Gaetti e la minoranza della Commissione avevano stilato una relazione sulla morte dell’urologo barcellonese in netto contrasto con quella della maggioranza, appiattita sulla tesi del suicidio a base di droga che, paradossalmente aveva utilizzato anche il parere dello stesso Gaetti per smentire le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che descriveva l’omicidio di Attilio Manca all’interno di un disegno di mafia, Servizi e Massoneria. Siamo di fronte ad un corto circuito tra politica, giustizia e Servizi, o cos’altro?
Siamo sicuramente davanti a uno scenario di portata gigantesca. Innanzitutto, l’exploit di Gaetti in Commissione antimafia è un caso unico nella storia del Parlamento italiano. Egli, componente della Commissione in quanto senatore, ha fatto pure da consulente della commissione, redigendo, per quello che si legge nella relazione di maggioranza sul caso Manca, un elaborato medico-legale utilizzato per convalidare le conclusioni depistanti di quella relazione, che si era deciso fossero necessariamente coerenti con le conclusioni depistanti dell’autorità giudiziaria. La mala fede di Gaetti è, poi, certificata dall’aver al contempo sottoscritto, per evitare di togliere la maschera sul suo ruolo davvero increscioso, la relazione di minoranza sul caso Manca, che mostra come siano false non solo molte delle affermazioni della relazione di maggioranza ma pure, espressamente, quella fondata sulla “consulenza” di Gaetti, che, arretrando di 24 ore la morte di Attilio Manca, elimina il buco nero rimasto irrisolto dalla magistratura fino a oggi su cosa abbia fatto e dove sia stato l’urologo barcellonese il giorno 11 febbraio, prima che nella tarda sera di quella data la sua vicina di casa non sentì la presenza di qualcuno che usciva o entrava dall’appartamento di Manca. Siamo al primo indizio su Gaetti, che, per citare Agatha Christie, rimane pur sempre un indizio, per quanto gravissimo.
In parallelo con questa miserevole impresa, su un delitto che vede certamente coinvolta la famiglia mafiosa barcellonese ed esponenti degli apparati di sicurezza (non è una mia teoria ma il sunto delle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia), Luigi Gaetti depositò in Parlamento un’interrogazione parlamentare su sollecitazione di un personaggio vicino a Rosario Pio Cattafi (esponente di alto livello della famiglia mafiosa barcellonese e degli apparati di sicurezza) per colpire il collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo Bisognano, già riconosciuto con sentenza definitiva come vittima delle calunnie di Cattafi. Sono in grado di dimostrare in qualunque sede la provenienza di quell’interrogazione parlamentare e gli effetti (cioè la demolizione del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano) ai quali essa mirava, puntualmente raggiunti, con grande soddisfazione del boss Cattafi, che nel 2012 era finito in carcere in esito alle indagini che la Dda di Messina era stata costretta a sviluppare sulla scorta delle dichiarazioni di Bisognano. E qui siamo al secondo indizio, che, sempre per Agatha Christie, può essere una coincidenza, per quanto sicuramente gravissima.
Infine, abbiamo scoperto che Gaetti, nominato, non si sa se per i grossi sforzi profusi - e prima descritti - in favore della mafia barcellonese e degli apparati deviati a essa contigui, con grande sorpresa sottosegretario all’interno con delega per l’antimafia, chiama presso il proprio ufficio quale principale collaboratore, prelevandolo dal Servizio centrale di protezione dove per anni (molto malamente, a sentire numerose voci che è possibile indicare in ogni sede) si è occupato di testimoni e collaboratori di giustizia, giusto il funzionario di polizia, Giuseppe De Salvo, che nel delicatissimo biennio 1992/93 fu il capocentro del Sisde di Messina. Per intenderci, nel biennio delle stragi, dell’omicidio di Beppe Alfano, della mancata cattura di Santapaola nel barcellonese, di un’operazione scellerata (sulla quale prima o poi l’autorità giudiziaria dovrà dare qualche risposta) con l’esfiltrazione dal 41 bis del boss Pino Chiofalo, del tentato omicidio di Stato in danno di Imbesi, dei depistaggi sull’omicidio di Beppe Alfano. Basta leggere gli scritti e le dichiarazioni su tutti questi argomenti del magistrato Olindo Canali, che quale dominus ai tempi della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto in tutte quelle vicende era stato attore protagonista, per rabbrividire. E qui, oltre ad arrivare a una circolarità che trova piena chiusura nelle azioni di Gaetti sulle vicende della mafia barcellonese e sui servizi segreti, siamo ben più che a quel terzo indizio, che, sempre per rimanere ad Agatha Christie, è la prova. Per questo io ritengo che certe vicende debbano essere attentamente valutate dall’autorità giudiziaria.

Lo scorso luglio il Gip di Roma, Elvira Tamburelli, accogliendo le richieste della Procura, ha archiviato il caso Manca rigettando in toto l’opposizione firmata da lei e dal suo collega Ingroia. Una dopo l’altra sono cadute nel vuoto le vostre richieste, tra queste: indagare sul cugino di Attilio, Ugo Manca e sul pregiudicato Rosario Pio Cattafi, fare luce sui possibili collegamenti con Giovanni Aiello “faccia da mostro”, con il boss Carmelo De Pasquale, con l’ex capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e soprattutto riesumare il cadavere del dottor Manca per fugare definitivamente ogni dubbio sulla sua pseudo tossicodipendenza. Di tutto questo non se ne è fatto nulla. Da dove si deve ripartire per non far cadere nell’oblio questo caso?
Si deve ripartire con tenacia nelle richieste di sviluppare le indagini sulla scorta dei dati già esistenti e di cercarne altri, in uno sforzo di ricerca della verità che non può essere oggetto di abdicazione da parte dello Stato. Purtroppo, abbiamo imparato che fare le indagini su vicende che coinvolgono solo responsabilità di uomini d’onore è più semplice di quanto avviene quando occorre scavare anche sulle responsabilità di apparati di Stato. Questo è il punto nodale, che riguarda anche la posizione dei collaboratori di giustizia. Coloro di essi che hanno parlato di mafia e servizi o sono stati indotti a tacere, o sono stati espulsi dal circuito della protezione magari approfittando di errori da loro commessi (alle volte perfino indotti) e immediatamente strumentalizzati per risolvere gordianamente il problema, oppure sono oggetto, pure in questo momento, di manovre finalizzate al loro ammutolimento. Carmelo D’Amico, in questo scenario, è un personaggio esemplare. Con le sue dichiarazioni ha fatto luce su decine di omicidi compiuti nel barcellonese e ha portato alla cattura di molti dei responsabili, con processi in corso che hanno già visto, in relazione alle ordinanze di custodia cautelare, fatto già registrare la sua attendibilità. D’Amico ha reso dichiarazioni importanti anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia e anche lì la sentenza ne ha certificato l’attendibilità, anche in relazione alle confidenze che egli aveva ricevuto al 41 bis da uno dei più importanti capimafia palermitana di questi decenni, Antonino Rotolo. Ma D’Amico ha reso dichiarazioni anche su altri temi: sull’omicidio di Attilio Manca coinvolgendo nello scenario del delitto Rosario Cattafi, un generale vicino al circolo Corda Fratres ed esecutori materiali appartenenti ad apparati deviati, ivi compreso, sembrerebbe, Giovanni Aiello “faccia da mostro”; su una loggia massonica coperta che ha sovrinteso agli affari criminali fra la Sicilia orientale e la Calabria; sulle contiguità istituzionali di istituzioni, anche giudiziarie, e grossa imprenditoria con la famiglia mafiosa barcellonese. È un caso che su questi temi la giustizia mostri molta più difficoltà? Io credo proprio di no.

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Rosario Pio Cattafi



Tra le richieste di approfondimento rigettate dal Gip di Roma ce n’è una che riguarda le dichiarazioni di un ex investigatore del messinese (contenute nel libro di Luciano Mirone “Un suicidio di mafia”) a dir poco incredibili: prima dell’intervento chirurgico a Marsiglia di Provenzano (ottobre 2003), Attilio Manca sarebbe stato prelevato in elicottero e portato nella zona di Tonnarella (vicino a Barcellona Pozzo di Gotto), in una struttura privata che un medico locale avrebbe messo a disposizione, e lì avrebbe visitato Provenzano. L’ex investigatore avrebbe specificato che, una volta morto Attilio Manca, il Ros avrebbe fatto delle indagini scoprendo che c’erano dei collegamenti tra la morte del giovane urologo e la latitanza del boss mafioso a Barcellona Pozzo di Gotto. Ad un certo punto, però, dagli alti vertici dei Carabinieri sarebbe arrivato l’ordine di insabbiare tutto quanto. In quale modo possono tornare utili ai fini investigativi le parole di questo investigatore?
Su questo io non posso che ribadire un mio vecchio convincimento: se non si conoscono le fonti su circostanze così delicate - e le fonti anonime sono fonti sconosciute - è impossibile esprimere ogni valutazione.

Nello stesso mese di luglio 2018 l’ex amico di Attilio Manca, Lelio Coppolino – tra coloro che poco dopo la morte del giovane urologo hanno iniziato ad accusarlo di essere stato un tossicodipendente – è stato condannato a 3 anni di reclusione per falsa testimonianza a seguito delle sue dichiarazioni rese nel ‘96 al processo per l’omicidio di Beppe Alfano (stessa condanna anche per il co-imputato Andrea Barresi). Coppolino è tra quei testimoni tenuti in grande considerazione dalle Procure di Viterbo e di Roma per circoscrivere la morte di Attilio Manca all’interno di un mero caso di overdose. Da una parte i magistrati di Viterbo hanno imbastito un processo “contro” il dottor Manca basandosi su testimonianze come quelle di Coppolino; dall’altra il giudice romano ha archiviato il caso facendo propria la tesi della Procura capitolina che si è avvalsa ugualmente di simili testimoni. È così difficile trovare un giudice che voglia arrivare fino in fondo alla verità su questo caso?
Ho già detto di queste difficoltà. Però sull’utilizzo di certe fonti di prova contro Attilio Manca (perché a Viterbo gli organi giudiziari il processo l’hanno fatto proprio contro la memoria di Attilio Manca, senza che egli potesse difendersi), e sul mancato utilizzo di altre, rimane un dato clamoroso. Nel processo contro Monica Mileti a Viterbo accusa e difesa sono state in assoluta sintonia nell’evitare che venissero esaminati a dibattimento i collaboratori di giustizia che hanno descritto la morte di Attilio Manca come un omicidio premeditato compiuto con la messa in scena dell’overdose in cui Manca doveva apparire vittima dei suoi vizi. Procura, difesa e Tribunale hanno avuto contezza delle dichiarazioni di quei pentiti, che fornivano una discolpa insuperabile in favore di Monica Mileti. Eppure nessuno li ha voluti sentire. Tutti d’accordo: com’è possibile?

Quanto hanno influito nell’inchiesta giudiziaria sul caso Manca le dichiarazioni – allineate nettamente sulla tesi del suicidio di un drogato – dell’ex Procuratore di Torino, Armando Spataro?
Io non so se le dichiarazioni di Spataro abbiano influito. So per certo che il comportamento di Spataro è imperdonabile. Ci sono numerosi pentiti, taluno dei quali di riconosciuta attendibilità, che hanno riferito che Attilio Manca è stato ucciso da mafia e servizi e Spataro, che non si è mai occupato di questo delitto, decide di aggiungere la sua parola (con i toni molto assertivi che gli sono propri) alla tesi della morte del povero tossico. Eppure Spataro per decenni è stato in servizio alla Procura di Milano e qualcosa dovrebbe pur sapere del calibro criminale di Rosario Cattafi e del suo ruolo di anello di congiunzione fra Cosa Nostra barcellonese-milanese e apparati deviati. Pensa che le prove a carico di Cattafi sono calunnie? Sarebbe gravissimo, se fosse così.

Due anni fa sono state raccolte oltre 30.000 firme contro l’archiviazione del caso Manca che purtroppo poi si è verificata. E’ un dato di fatto che la presenza della società civile unita nel chiedere giustizia e verità può essere determinante per esercitare una sorta di pressione su chi ha il dovere di indagare (i casi Cucchi e Regeni sono la dimostrazione). Nel caso Manca sembra tutto molto più difficile, per quale ragione?
La ragione è una sola: Barcellona Pozzo di Gotto. Per anni, ai pochi che segnalavano all’Italia intera la centralità di quella cittadina nei più alti livelli delle devianze criminali di Stato - insieme a me Sonia Alfano, i familiari di Attilio Manca, Antonio Mazzeo e prima di chiunque altro Adolfo Parmaliana - si rispondeva con un silenzio che significava incredulità e quasi convincimento che si trattasse di farneticazioni. Quando segnalai nelle sedi giudiziarie le vicende sconcertanti relative alla mancata cattura di Santapaola nel barcellonese e al tentato omicidio Imbesi mi venne detto che si trattava di episodi del tutto estranei alle grandi trame di mafia e di Stato. Dopo moltissimi anni, quelle vicende, che avevo segnalato invano, sono state ritenute centrali nella sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia. Mi auguro che non ci vogliano ancora molti anni per ottenere sentenze che attestino come a Barcellona ha operato un aggregato mafioso che, ben più che in qualunque altro posto, è stato più che una mafia protetta dallo Stato una vera e propria mafia di Stato, con la coincidenza in alcune persone del ruolo di uomo di mafia e uomo di Stato.

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In questi anni sul caso Manca sono state fatte diverse interrogazioni parlamentari – con tanto di sconcertanti risposte da parte del ministro della giustizia Orlando –, ogni volta sembrava davvero di scontrarsi contro un muro di gomma impenetrabile. A mettere in soggezione politici e uomini delle istituzioni è solo l’ipotesi che Attilio Manca sia stato ucciso per essersi reso conto della rete di protezione istituzionale che c’era attorno a Bernardo Provenzano, o c’è qualcosa di più occulto che si muove all’interno della trattativa Stato-mafia?
C’è che a Barcellona, coincidendo per alcune parti Stato e mafia, non è mai stata necessaria alcuna trattativa. Si tratta con altri da sé, non si può trattare con sé stessi. Eppure, a parte la vostra testata e pochi altri operatori dell’informazione, ancora Barcellona paga la decisione - perché io sono certo che sia una scelta mirata - di tenere un cono d’ombra sulle sue vicende criminali.

Per l’ex sostituto procuratore generale di Messina, Marcello Minasi, sul caso Manca la verità non verrà mai fuori in quanto si tratta propriamente di “un episodio della ‘trattativa di Stato’, su cui il grande spregiudicato Napolitano si è giocato il tutto per tutto per stendere un velo. Se fosse necessario sarebbero capaci di uccidere di nuovo come hanno fatto con il povero Attilio Manca”. Quanto è d’accordo con questa tesi?
Commentare quella tesi imporrebbe di approfondire tante vicende e ciò imporrebbe una conferenza apposita. Sul rischio di morte a latere delle vicende barcellonesi, invece, posso senz’altro dire che non è per nulla un pericolo astratto. Il pericolo di questi tempi non è l’assassinio commesso secondo i canoni spavaldi dei delitti di mafia. Lo stesso Attilio Manca, che è morto appunto non negli anni Ottanta o Novanta ma negli anni Duemila, è stato eliminato con un “non delitto”, come accade quando intervengono killer di apparato. Allora forse dovremmo interrogarci un po’ di più quando si verifica la morte di una persona che, per il modo e i tempi e le “necessità di sistema” in cui arriva, sembra richiamare quelle convergenti e irresistibili forze tutte coincidenti verso la soppressione di una persona, come in “Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel Garcia Marquez. Faccio un esempio specifico, per far comprendere. A fine ottobre 2008 morì in uno strano incidente stradale Salvatore Rugolo, cognato del boss barcellonese Giuseppe Gullotti e fonte di Carmelo D’Amico su Cattafi e sull’omicidio di Attilio Manca. Quando Rugolo morì, da poche settimane si era tolto la vita Adolfo Parmaliana e da solo una settimana era stato divulgato dal settimanale L’Espresso il contenuto sconcertante dell’informativa Tsunami, col coinvolgimento di importanti esponenti della «magistratura barcellonese-messinese», per usare le parole dell’ultima lettera di Adolfo Parmaliana. Secondo l’accusa mossa di recente dalla Procura di Reggio Calabria a carico del magistrato Olindo Canali, per corruzione in atti giudiziari, che naturalmente finché non ci fosse una conferma in una sentenza è solo un’ipotesi di reato sulla quale vale la presunzione di non colpevolezza, Salvatore Rugolo, nelle accuse di D’Amico, era in quel momento coinvolto anche a deviare l’andamento della giustizia su importanti omicidi di mafia. So che il pm che si è occupato della morte di Rugolo provocata da un incidente stradale, pur dopo l’archiviazione del fascicolo, ha continuato a serbare perplessità su quell’episodio. Sono perplessità che condivido e che, per tornare alla sua domanda, mi fanno pensare che di questi tempi i rischi non sono le classiche esecuzioni mafiose ma altro tipo di evenienze. Che, dunque, mi fanno ben comprendere i timori dei collaboratori di giustizia a parlare di certe vicende mentre la loro vita e quella dei loro congiunti è nelle mani dello Stato, nelle carceri o nei circuiti di protezione.

Dopo 15 anni dalla morte di Attilio Manca, in virtù della prossima creazione di un pool investigativo sulle stragi all’interno della Dna, risulta fattibile che il caso Manca venga affidato a magistrati qualificati che possano tracciare gli opportuni collegamenti tra questa ed altre inchieste di mafia e Stato?
Sarebbe sicuramente una cosa molto opportuna, purché il lavoro venga svolto con la mira di fare luce sulle deviazioni istituzionali che ci sono dietro certi delitti, anziché per occultarle, come alle volte è accaduto in passato.

Tratto da: antimafiaduemila.com

Foto di copertina © Imagoeconomica

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