Martedì 6 Dicembre 2022

Nella relazione nuovi spunti di indagine sulla morte del giovane medico siciliano

di Luca Grossi

Gli elementi raccolti all'interno della relazione della Commissione Antimafia sul caso di Attilio Manca, il giovane urologo siciliano trovato morto nel suo appartamento a Viterbo il 12 febbraio 2004, "se guardati nel loro insieme con onestà intellettuale" conducono alla logica conclusione che "Attilio Manca sia stato ucciso" e che la sua morte (questa è una "certezza") sia stata "una conseguenza dei contatti avuti" con Bernardo Provenzano. Un "omicidio di mafia" quindi. Inoltre, viene evidenziato "che l'associazione mafiosa che ne ha preso parte (non è chiaro se nel ruolo di mandante o organizzatrice o esecutrice) è da individuarsi in quella facente capo alla famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto".
Dopo molti (troppi) anni, le menzogne lasciano il posto alla verità. Certamente si dovrà ancora percorrere il tortuoso cammino giudiziario, ma il lavoro svolto dai componenti della Commissione ed in particolare da Piera Aiello, Stefania Ascari, Federica Fabbretti e Giulia Sarti, ha finalmente ridato lustro al nome di Attilio Manca, più volte infangato da chi ha operato attivamente affinché venisse dipinto come un drogato, un tossico, morto suicida per un’overdose provocata da un mix di droga e farmaci.
La commissione ha smentito tutto questo: scartata totalmente l’ipotesi "del suicidio o di una morte per overdose accidentale da volontaria assunzione di eroina" e la "possibilità che il giovane medico facesse uso di droghe". Convinzione condivisa "da parte di tutti i colleghi, superiori e amici romani e viterbesi di Attilio Manca". E poi ancora, nel documento si parla di indagini svolte con "profonda superficialità" e di inquirenti che hanno agito con atteggiamento "precostituito" e "approntato alla conferma della tossicodipendenza - e quindi del suicidio - della vittima, più che alla ricerca, scevra da pregiudizi, della verità".


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La commissione parlamentare antimafia © Imagoeconomica


Ora non ci "sono più alibi per nessuno", come aveva detto anzi tempo il legale della famiglia Manca, Fabio Repici. Nelle oltre cento pagine della relazione sono state prese in esame le "dichiarazioni dei collaboratori di giustizia", (la cui credibilità è stata riconosciuta dall'A.G); lo stato del corpo di Attilio quando è stato ritrovato; le "siringhe trovate perfettamente chiuse, con il tappo di protezione"; l'assenza dei propositi suicidari; la "totale assenza di impronte su una delle siringhe usate per iniettare l’eroina e il microscopico frammento, non utilizzabile per comparazioni dattiloscopiche, ritrovato sulla seconda; l'insistenza di Ugo Manca (cugino di Attilio Manca ndr) nell'entrare nell'appartamento del cugino Attilio posto sotto sequestro, comportamento che fece nascere nei familiari della vittima i primi dubbi su un suo possibile coinvolgimento nella vicenda; la presenza dell'impronta di Ugo Manca su una piastrella del bagno e la contemporanea assenza di impronte di altri soggetti, amici e parenti, che anche di recente (e certamente dopo la visita di Ugo Manca) erano stati nell’abitazione dell’urologo". Oltre a questi elementi, sono emerse "le dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Biagio Grasso, e quelle di un tossicologo con esperienza pluridecennale in materia di tossicodipendenze da eroina, il dott. Salvatore Giancane". Queste evenienze "sono state considerate idonee per riaprire l'inchiesta sulla morte di Manca e per procedere ad una rilettura complessiva di tutti i dati, attualmente agli atti delle varie Procure, ritenuti potenzialmente utili per non lasciare intentata alcuna strada percorribile per la ricerca della verità storica".


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Angela Gentile Manca, madre di Attilio


Una verità che si potrà certamente cercare anche approfondendo i punti indicati dalla commissione, come quello riferito all’operazione in Francia di Bernardo Provenzano. Nel 2003, secondo il collaboratore di giustizia Mario Cusimano, Provenzano era stato "sottoposto a cure mediche in Francia. Più precisamente, il 2 luglio 2003 Provenzano veniva visitato dall'urologo Philippe Barnaud, dal 7 all’11 luglio 2003 veniva ricoverato e sottoposto ad una biopsia presso la clinica La Licorne, sita a La Ciotat, mentre dal 22 ottobre al 4 novembre 2003 veniva ricoverato nuovamente, questa volta presso la clinica La Casamance, nella città di Aubagne, dove veniva sottoposto ad un intervento chirurgico di prostatectomia ad opera sempre del dott. Barnaud, previa scintigrafia eseguita il precedente 3 ottobre".
Ricordiamo che in tali occasioni Provenzano aveva utilizzato un documento di identità falso di tale Gaspare Troia, padre di Salvatore Troia, "anch’egli fermato il 25 gennaio 2005 per il reato di associazione mafiosa".
"La moglie di Salvatore Troia, Madeleine Orlando, francese di origini italiane, risultava essere stata l'accompagnatrice del Provenzano in occasione delle visite e dei ricoveri a La Ciotat e ad Aubagne, con la funzione di traduttrice".
Secondo i dati raccolti dalla commissione "ad occuparsi dell'operazione chirurgica sul latitante fu appunto il dott. Philippe Barnaud". Quest'ultimo aveva riferito agli investigatori che "Provenzano sarebbe arrivato a lui 'dopo un appuntamento fissato dalla nuora del paziente, direttamente presso il centralino della clinica di La Ciotat'. L’intervento sarebbe stato eseguito nel 2003 presso la clinica “La Casamance” di Aubagne, località a circa 20 km da Marsiglia. Il boss latitante sarebbe stato operato da un’equipe composta dal professor Philippe Barnaud per ben due volte. Le indagini evidenzieranno la presenza di un medico “amico”, aggregato all’equipe della clinica. Sarebbe stato lui a prescrivere la particolare dieta necessaria al paziente nel decorso post-operatorio.


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Il superboss corleonese, Bernardo Provenzano


Infatti all’atto della dimissione dalla clinica del Provenzano “il dott. Barnaud consigliava al paziente di sottoporsi ad una 'successiva visita di controllo presso quella clinica dopo circa tre mesi dall’operazione'".
"Va innanzitutto evidenziata - si legge nella relazione - la coincidenza temporale tra la morte di Attilio Manca, che avveniva proprio a circa tre mesi dalla dimissione di Bernardo Provenzano dall'ospedale francese, e la consigliata visita di controllo post-operatorio".
Sarebbe importante anche "verificare se i magistrati dell'A.g. di Palermo riuscirono a risalire alle ragioni per cui un boss del calibro di Bernardo Provenzano scelse di farsi operare proprio da quel medico, chi gli consigliò il suo nome e per quale motivo. È difatti improbabile, se non proprio inverosimile, che una visita medica specialistica per un personaggio così importante sia stata presa tramite il centralino di una clinica di una cittadina di un Paese straniero"
Secondo i commissari “per quelle che sono le risultanze agli atti”, l’unico atto “ormai impossibile da contestare è che la morte di Attilio Manca sia stata una conseguenza dei contatti avuti da questo con Bernardo Provenzano”. Il momento esatto dell’incontro tuttavia rimane sconosciuto. E poi ancora, qual'è stato il ruolo di Attilio? “Avrebbe potuto essersi interessato, su richiesta della famiglia mafiosa barcellonese, all'individuazione del chirurgo francese (avendo egli studiato e lavorato in Francia per diverso tempo)” o “potrebbe essere stato il medico scelto originariamente dal latitante (motivo per cui Provenzano tornò in Italia dopo la biopsia) per eseguire l'operazione, il che spiegherebbe anche l'ultima intercettazione di cui si è parlato abbondantemente sulla stampa nel giugno 2022” riportata da questo giornale.


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Il legale della famiglia Manca, Fabio Repici © Imagoeconomica


Oppure, Attilio potrebbe “essere stato il medico a cui si rivolsero esponenti e referenti dell'articolazione barcellonese di Cosa Nostra per effettuare la visita di controllo a tre mesi dall'intervento; potrebbe essere stato, infine, il medico che, nella situazione d'urgenza sanitaria in cui si venne a trovare il boss mafioso, descritta dal collaborante Stefano Lo Verso, ebbe a prestargli le cure d'emergenza”.
È logico pensare che l’individuazione del ruolo di Attilio porterebbe anche a scoprire quando si era incontrato con Bernardo Provenzano. Nel documento si legge a questo proposito che "tra il 2005 e il 2006, infine, Gioacchino Manca e Angela Gentile venivano avvicinati da un ex militare dell'Arma dei Carabinieri", il quale gli aveva riferito che "stava cooperando a indagini che potevano accertare la presenza di Provenzano nell’hinterland barcellonese e le cure a lui fornite da Attilio Manca". "Appare fondamentale, pertanto - si legge - audire l'ex militare "in ordine alle confidenze rivolte ai coniugi Manca e alle eventuali indagini di cui si stava occupando nel 2005, anche alla luce del rapporto del R.O.S. di Messina del 2005, prova che delle indagini sulla città di Barcellona Pozzo di Gotto quale sede della latitanza di Bernardo Provenzano si stavano effettivamente svolgendo”.
Indagare di nuovo questa vicenda potrebbe portare, oltre alla verità sulla fine di Attilio, anche a nuove informazioni sulle coperture di cui aveva goduto Provenzano nei lunghi anni della sua latitanza.

Tratto da: antimafiaduemila.com

In foto di copertina:rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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